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Dj Balli

Non solo generatore di elettronica fuori asse, ritmi storti che il cervello lo incrinano; con la penna sa incidere quanto e più della puntina sui solchi del vinile. Il suo ultimo libro ''Frankenstein Goes to Holocaust'' è una storia del plagio tra mostri sonori e hyper mash up

Scritto da Matteo Cortesi il 11 aprile 2016
Aggiornato il 23 gennaio 2017

Un totem. Sta a Bologna come Lucio Dalla, ma vivo e vegeto e sempre invischiato in storie che il più delle volte è una sfida impossibile anche solo cercare di decifrare, figurarsi riuscire a comprenderne anche solo una parte. Riccardo Balli quando impugna la penna, DJ Balli quando lascia che sia la puntina a parlare. In Erasmus a Londra stringe alleanze importanti: Christoph Fringeli di Praxis Records, Stewart Home di Datacide, storie raccontate nel precedente Apocalypso Disco, tra diario di viaggio e ricognizione allucinata nelle pieghe più oscure dell’elettronica più schizzata e storta abbiamo sentito e sentiremo mai. Tornato in Italia fonda Sonic Belligeranza, un arsenale più che un’etichetta discografica. Stesso discorso: se siete in cerca di roba che faccia schizzare il cervello su Plutone, qui l’avete trovata. Ora è fuori con un nuovo libro, Frankenstein Goes to Holocaust. Già dal titolo capisci com’è qui: mostri sonori, remix letterari, il filo invisibile che unisce Mary Shelley alla musica di dopodomani in qualche distorto universo parallelo, sempre e comunque fuori asse. Altre bombe a mano nel cervello, campionatore e giradischi l’artiglieria, testa in fiamme e droga in dotazione. Uno spaziotempo dove convivono armoniosamente mash-up e partiture insuonabili, samples dagli U2 e Michael Jackson e musica da camera brutalizzata dallo schianto di skateboard impazziti riprocessati in diretta, witch house da nastri lasciati squagliare al sole e hip hop marcio traghettato nel presente con Rancid Opera, altra Balli emanazione, horror-core portato al livello successivo che dal vivo causa catastrofi.

Con il diretto interessato abbiamo provato a dipanare la matassa.

ST

Come, quando e perché Riccardo Balli diventa dj Balli? Riesci a isolare il momento preciso in cui hai deciso che trasfigurare suoni e dischi sarebbe diventata la tua missione?

Ci sono stati vari momenti in cui la musica è diventata la mia attività principale, prima coi gruppi al liceo – roba straight-edge hardcore – poi con l’elettronica dopo l’Università. Per rispondere alla tua domanda Riccardo Balli diventa dj Balli in questo secondo momento.

Cosa facevi prima?

Leggevo libri e traducevo dall’inglese per la allora Marvel Italia.

Quanto è stata determinante la residenza londinese negli anni novanta, cosa rimane ora di quei tempi nel discorso che porti avanti e nel vissuto personale?

Fondamentale! Già a Bologna mi occupavo di musica elettronica sperimentale facendo radio indipendente (Città 103, Città del Capo e K), ma è durante la mia residenza londinese del 1995 che ho visto la luce, intuito che il nuovo “rumore” doveva avere del funk, che la dance era il futuro della musica industriale (credenza che, per inciso, oggi ho in parte dismesso). Allora ho iniziato a fare breakcore, proprio all’interno di quella scena (Praxis, Ambush, etc) che ha dato vita al genere internazionalmente.

BaaalliCome è nata l’etichetta Sonic Belligeranza? Da quante persone era composta nella prima incarnazione? Chi è rimasto, chi ha lasciato, chi si è aggiunto in corsa?

Facevo il dj in ambito breakcore/speedcore già da parecchi anni; dal 1998 avevo iniziato anche a produrre mie tracce. L’accordo con le label che contattavo per far uscire le mie cose non era mai soddisfacente: chi masterizzava il brano come voleva lui, chi ti imponeva la grafica del disco. Così nel 2000 ho deciso di aprire a Bologna la mia etichetta, Sonic Belligeranza records, ed avere così controllo di tutte le fasi della produzione discografica. Già da prima Sonic Belligeranza esisteva come “gruppo di elettronica hardcore sperimentale” ed aveva rilasciato tre tracce/mine sulla compilation “Rave in Space” dell’Association of Autonomous Astronauts, altro progetto in cui ero coinvolto. Negli anni un sacco di gente si è avvicinata ed allontanata dall’etichetta, in qualità di produttore musicale, grafico o altro. Io ho posto le fondamenta e sono sempre rimasto.

Ogni tuo disco ha una storia produttiva diversa, alle spalle ogni volta un concept estremamente articolato a motivare. Come nasce l’idea di partenza? Di solito, quanto tempo passa dall’elaborazione della teoria alla messa in pratica?

Tristemente anche tantissimo. Il problema del gap tra l’idea/il progetto e la sua realizzazione è esattamente il problema che sto fronteggiando ora. Come Sonic Belligeranza records abbiamo fatto 23 uscite tra main label e sublabel (+ Belligeranza e – Belligeranza i nomi delle due sotto-etichette) fino al 2012, poi ci siamo fermati, un po’ per smaltire il catalogo, un po’ per la difficile realizzabilità a livello produttivo dei nuovi progetti. Ora anche grazie allo shop che abbiamo attivo sul campo ho dato via tutte le produzioni e sarebbe davvero l’ora di far uscire qualcosa di nuovo, magari entro l’anno. Materiale in cantiere ce n’è, dall’horror-rap, alle chiptune, allo skateboard-noise, si tratta di finalizzarlo.

Ricordiamo ancora di quando fingendoti Billy Corgan portavi in giro un reading che spesso finiva male. Come andava esattamente? Qualcuno si incazzava poi?ballycorgan

Dunque il progetto Bally Corgan nasce dal fatto che negli anni la gente m’ha sempre detto che assomigliavo al cantante degli Smashing Pumpkins. Il mio amico fotografo Marcello Galvani per gag iniziò a farmi degli scatti. Mi feci prendere dalla cosa: ho fatto uscire un vinile 7” picture-disc di harsh-noise con qualche campionamento degli Smashing Pumpkins buttato lì a caso, corredato da foto imbarazzanti del sottoscritto in chiave rock-star. Da lì il discorso della presentazione live del disco legato a reading di poesia (ahimé Billy è anche poeta…) promossi come B.Corgan con locandine finte e tutto il resto. Ho portato il progetto in tutta Italia da Palermo a Torino, anche all’estero. Ci sono vari video online su youtube cercando Bally Corgan. La contestazione a suon di rumore bianco che sfociava in rissa era finta, ma in un caso è diventata vera, a Napoli! Invece a Milano si è incazzato un tizio che mi ha chiesto di autografargli la sua copia di “Siamese Dream” in doppio vinile apribile . Alla fine del mio “show”, dopo aver cercato, per calmarlo, di rifilargli il disco di cui parlavo sopra in cambio (ovviamente al tipo non fregava nulla!), gliel’ho dovuto ricomprare: 25 euro. Ma è successo di “peggio”, mi riferisco all’episodio che è stato il culmine ed al momento stesso la fine del progetto in questione, raccontato proprio nel mio ultimo libro “Frankenstein Goes To Holocaust”. Il testo si chiama “Lettera Aperta ad Angelica Guappi da Bally Corgan” e fa riferimento a quanto successo a Roma quella nottata di luglio 2011…

Nessun tuo progetto conosce una “fine”; al massimo viene messo temporaneamente in standby. Cosa ti ha portato a riprendere in mano il discorso skateboard (silente dal 2007)?

Il fatto che mi siano arrivate due tavole attraverso mio cugino 17enne, tennista fortissimo. Sua madre, mia zia, intimorita si facesse male con lo skate, le ha date a me. Così ho riniziato a skatare: mentre prima, nel progetto “In SkateBored We Noize!” campionavo altri skater, adesso nel progetto skato io direttamente! A Bologna il diffuso porticato ha permesso che la pavimentazione si conservasse molto liscia nei decenni, anzi nelle centinaia d’anni, in modo da risultare molto skatabile. Infatti di notte fare sparati tutta, che so, via Sant’Isaia con i mini bank (intendo quei saliscendi e rigonfiamenti formatisi per varie ragioni sul suolo) che ci sono in molti punti, poi slidare, ollare con gli echi che si creano sotto il portico è a livello di musica noise l’unica cosa che al momento mi interessa. Lo stridore di quattro ruote attaccate ad una tavola che sfrecciano per il paesaggio urbano è un suono molto metropolitano che, secondo me, esprime bene quella frenesia rumorosa propria di ogni day by day nelle metropoli post-industriali. Ho trovato poi attraverso un collaboratore un metodo per microfonare le tavole da skate nuovo e poco costoso: incollandoci sotto telefoni senza fili riprende acusticamente a meraviglia, oltretutto si evita così di massacrare costosi radio-mic. Con il progetto sullo skateboard-noise siamo saliti sulla tavola di nuovo, vediamo in quale modo rumoroso cadremo.

 

Hai una formazione accademica; trovi una corrispondenza tra gli studi che hai intrapreso e la musica che continui a fare? In che modo gli uni si riflettono nell’altra?

Penso che avere studiato Filosofia abbia un grosso peso sulla roba che faccio in musica. Non mi ritengo un musicista: lavoro soprattutto a livello concettuale, questo piano è indubbiamente il più importante nel mio lavoro.

L’aspetto “visuale” di un tuo set è determinante: continui a suonare vinili, hardware e materiali di ogni tipo (cartone, peltro, etc.). Quanto conta la padronanza tecnica nei tuoi live? Quanto spazio lasci all’improvvisazione libera?

Entrambi sono molto importanti e a loro modo si compenetrano. Diciamo che una serie di “tecniche” di base atte a veicolare l’idea, il concetto del tal lavoro sono provate, il resto è più che altro improvvisato. Visto che mi citi il set “Slipmatology” in cui suono i giradischi senza usare dei dischi, ma esclusivamente dei tappetini (slipmat appunto, da qui il nome del lavoro) da me autocostruiti con una varietà di materiali (silicone, plastica, legno, vetro, cartavetrata, vasellina, ferro e chi più ne ha più ne metta), la padronanza sta tutta nella preparazione a monte dei tappetini per giradischi sui cui sacrificare le puntine. Invece per i set dance la metafora di un flipper impazzito ci viene comoda: mixare in modo schizoide e iper-cinetico i generi più disparati (dal liscio allo speedcore!) proprio come le palline all’interno del flipper vengono improvvisamente sparate a tutta velocità, con commenti sonori e luminosi sul tabellone elettronico del gioco. Le improvvise accelerazioni, gli stop and go, la miriade di scratch che costellano i miei set orientati al ballo sono tutti provati, ma poi mi lascio andare alla carica del momento, alla risposta del pubblico.

INTERGALACTIC NOISCHESTRA IN ACTION!

Qual è il concerto più memorabile in città a cui hai partecipato e quello in cui eri protagonista?

Non ricordo se fosse il 1988 o l’89: il live dei Residents “Cube-E” alla Sala Europa in Fiera, come si suol dire, mi aprì la mente! Parlando delle mie cose, allucinante è stata la conduzione in qualità di direttore con tanto di bacchetta in mano di un’orchestra di 12 noiser provenienti da tutta Italia, tutti muniti di pedalini effetto per distorcere il suono. Un macello pazzesco nella saletta del Tpo, e poi – e questo è forse è il particolare più agghiacciante – è partito pure il terremoto: era il 20 maggio del 2012!

Ogni tuo progetto incarna la negazione stessa del concetto di easy listening. Dischi, libri, nessuna differenza: zero compromessi, niente concessioni. Hai incontrato spiriti affini lungo questo tuo viaggio? Cosa ti porta oggi ad andare avanti e perseverare?

Sì ne ho incontrati e continuo ad incontrarne; proprio da queste “affinità elettive” con altri dj, produttori, teorici, scrittori, editori, arrivano tanti stimoli nuovi. Per esempio, news fresca, il fatto che “Frankenstein Goes To Holocaust” uscirà in inglese, mentre “Apocalypso Disco” (il mio libro precedente) in portoghese, tanto per citarti i contatti più recenti. Indubbiamente vado avanti perché mi diverto, smettessi di divertirmi credo avrei già smesso; per il momento continuano a venirmi in mente idee ‘fuori’ che mi gasano…

Il libro precedente, “Apocalypso Disco”, partiva da una base esperienziale; per “Frankestein Goes to Holocaust” il discorso è molto più complesso, più stratificato. Dovendo comprimerlo in una risposta, come lo descriveresti? frankestein-goes-to-holocaust

Hyper-MashUp nanotecnologizzato! Ovvero la riscrittura del classico di Mary Shelley “Frankenstein” in chiave micro-letteraria (uso qui l’aggettivo “micro “nello stesso senso in cui si parla di micro-music – al solito chi segue determinate sottoculture musicali mi segue meglio – lo stesso vale per la domanda sullo skate sopra) intrecciato al livello musicologico in cui ricostruisco la storia di un genere che non c’è, quello del plagio sonoro, ovvero del fare musica utilizzando cose e idee sonore preesistenti, attraverso campionamenti, mash-up, plunderphonie, furti e ricicli sonori etc. Si parte dalla musica sinfonica e si arriva fino alla witch-house negli anni 10 del 2000.

Vedi una linea di continuità tra il tuo progetto “Rancid Opera” e la scena horror-core di cui parli nel libro?

Sicuramente! Solo che qui non siamo nel Bronx, in Italia abbiamo l’opera, a suo modo già horror… Mi riferisco al discorso di entrare in scena mascherati, crearsi un personaggio, il death-rap/horror hip-hop proprio come la lirica è anche musica da vedersi, scenografica…TuranDEATH, FalSNUFF, TosCUNT… il rap sanguinario di Rancid Opera arriva direttamente dal cadavere in decomposizione delle arie della nostra tradizione. MC PavaRotten is not dead!!!

 

Gestisci anche il negozio di dischi al bar 4/quarti. Ce lo racconti?

Vendo principalmente online le cose di Sonic Belligeranza e non solo ma la necessità di uno spazio fisico dove smerciarle è essenziale, anche per i libri ed il materiale cartaceo. Aprire un negozio di dischi non ha senso in termini economici, quindi ci siamo sempre appoggiati ad altre realtà. Da due anni ormai siamo in via del Pratello 96/e nel bar di Luigi, vecchia conoscenza del Livello 57, che ringrazio per la disponibilità nel tenerci da lui.

Quanto Bologna, la città in cui sei nato e vivi, influenza la tua produzione (musicale, letteraria)? Hai mai pensato di spostare il campo base altrove?aldini

Sì, prima a Londra poi a Vienna, ma per motivi diversi sono sempre tornato qua. Bologna mi ha sempre dato stimoli, penso al defunto bolognoise.org ma anche in relazione al mio ultimo libro “Frankenstein Goes To Holocaust”: forse non molti conoscono il bolognese Giovanni Aldini, nato nella nostra città nel 1762, nipote di Galvani, ossessionato da esperimenti per riportare in vita prima animali (rane, etc) poi uomini attraverso la somministrazione di scariche elettriche. Proprio da uno di questi macabri esperimenti Mary Shelley ha dichiarato di aver preso ispirazione per il suo celebre romanzo. Ora mi piace vedere un filo rosso tra i Frankenstein Sonori gabber-country che creo nel mio studio in via Santa Margherita e i bizzarri esperimenti condotti a Bologna dall’Aldini.

Quali sono i luoghi della città che preferisci?

Dove si mangia sano, tipo Canapè (bistrot/pasticceria vegana in via Sant’Isaia) o Botanica Lab, ristorante crudista in via San Rocco. Tutto il mio cash lo investo in cibo di qualità. Poi ovunque ci sia wi-fi libero perché per scelta non ho connessione a casa. Tipo SalaBorsa, anche se il wi-fi lì va di rado..

Oltre alla musica hai altre passioni? E in quali posti riesci a soddisfarle?

In realtà la musica mi interessa quasi esclusivamente se legata ad un determinato contesto sotto-culturale. Mi ripropongo sempre di ascoltarne di più, ma di ‘sti tempi tra gli impegni con il negozio di dischi mi prende molto di più lo skateboard (più in strada che allo skatepark anche perché faccio cagare) o suonare il gameboy. Sempre al Pratello a casa del mio allievo migliore dei corsi dj che tengo per l’A.I.D. (Accademiaitalianadj.it), stiamo mettendo in piedi un duo che suona musica hawaiana con il gameboy.

L'outfit per i live di musica hawaina col gameboy
L’outfit per i live di musica hawaina col gameboy