72-HOUR POST FIGHT

Nuove gemme, sperimentazioni e contaminazioni dall'underground: intervista a uno dei progetti più interessanti che ascolterete quest'anno a Milano e in Italia

Geburtsort

Milano

Geschrieben von Jacopo Panfili il 10 Mai 2019
Aggiornato il 14 Mai 2019

E ora qualcosa di completamente diverso. Scordate la trap, i cantautori, i paletti tra i generi e pensate a qualcosa di molto contaminato e fuori dagli schemi, qualcosa di originale, visionario, sperimentale che mescola elettronica, improvvisazione, beat e jazz. Qualcosa di molto simile ai BadBadNotGood, ad esempio. Qualcosa che proprio così, almeno di recente, forse non avete mai ascoltato in Italia. Loro si chiamano 72-HOUR POST FIGHT, l’esordio è uscito a marzo su La Tempesta International (la cui selezione artistica è sempre più orientata alla ricerca) legami forti con il DIY e un progetto/collettivo che ha già fatto drizzare le orecchie più attente. Cominciano ora con il primo giro di date live e l’occasione era ghiotta per conoscerli meglio.

PRIME DATE LIVE:
10 maggio / Milano – Skate & Surf Film Festival
11 maggio / San Rocco (PC) – Link Festival
1 giugno / Milano – Zuma
9 giugno / Guastalla (RE) – Handmade Festival
19 luglio / Apolide (TO) – La Tempesta nel Bosco

Chiamo via Skype i 72-HOUR POST FIGHT un pomeriggio di aprile. Dall’altra parte ci sono 2/4 del gruppo: Luca Bolognesi (producer anche come Palazzi D’Oriente) in collegamento da casa, e Carlo Luciano Porrini (noto anche come Fight Pausa e chitarrista dei Leute) al telefono, in giro a recuperare il vestito per la sua seconda laurea da lì a qualche giorno. Sono i fondatori del progetto e nel giro di pochi scambi di parole si percepisce che il momento „postumo al fight“ sia stato esattamente quello in cui si sono ritrovati dopo una serie di jam session al computer avute negli anni della loro amicizia fatta soprattutto di musica. Il risultato era stata una demo uscita per Volume nel 2018, dichiaratamente come un lavoro da completare, da ridefinire con il supporto di ulteriori elementi acustici con l’intento di portare i pezzi sul palco. È stato così che il progetto (troppo semplice chiamarla „band“) ha aperto le porte ad Andrea Dissimile (batteria) e Adalberto Valsecchi (sax), ritoccando tutta la produzione del lavoro, rientrando in studio per pubblicare il disco nella sua nuova veste su La Tempesta con titolo omonimo. Quello che ne è uscito è un piccolo capolavoro, un misto di musica acustica e elettronica, di field recording e psichedelia jazz, con lontani richiami che spaziano dall’ambient all’hip hop. Dentro ci si può sentire di tutto, c’è il caldo, il freddo, momenti più chiari, altri più scuri. C’è l’esecuzione, grande protagonista. Avremo modo di sentirli/scoprirli anche a ZUMA, arrivate preparati leggendovi questa chiacchierata.

Come è nato il disco?

LUCA: Il disco nasce da otto demo, quattro mie, quattro di Carlo, che si sono miscelate diventando un unico lavoro. C’è la parola “fight” per intendere che ci siamo affrontati nel vero senso della parola, ma più che un conflitto è stato un confronto. Per quanto riguarda il mio apporto, il fatto di aver fatto un disco così elettronico, sebbene al tempo stesso sia interamente suonato, ha colmato delle mie lacune dal punto di vista compositivo perché non avevo mai scritto musica per band. Viceversa per Carlo, che non era mai riuscito a sprofondare del tutto in texture elettroniche partendo dalla suo strumento, la chitarra.
CARLO: lnizialmente tutto era nato come una jam session al computer tra noi due, una vera e propria lotta “abletoniana” (Ableton noto software per produrre musica, NdR) che aveva dato vita a Vb06, uscito su Volume. Una volta capito che il materiale aveva un potenziale diverso abbiamo deciso di coinvolgere e aggiungere gli strumenti veri, quindi me alla chitarra, Adalberto al sassofono, Andrea alla batteria. È stato un lavoro che si è autoimposto, era nato come un’altra cose ed è diventato il disco che oggi ascoltate. La produzione è stata divisa equamente tra me e Luca, dal missaggio alla finalizzazione. Nella release attuale per La Tempesta International il lavoro è stato prodotto al 100% da noi e mixato da Giovanni Ferriga degli Aucan.

Si tratta di un lavoro dalla struttura particolare, come è stata pensata?

C: All’inizio Luca e io eravamo un po’ spaventati dall’uscita di questo lavoro, perché per noi era evidente che il processo fosse il risultato di anni di musica e di confronti su scrittura e produzione, ci piaceva così. Sulla struttura un proposito intenzionale è questa dimensione di grande climax, per cui la dinamica del disco prende la sua svolta più alta alla fine. È un movimento unico con i suoi momenti.
L: Il disco nasce da una performance dal vivo: quando suoni in jam, se hai dei momenti meno movimentati cambi e riparti con il ritmo. Questo per dire che dargli una struttura non è stato molto semplice. Il problema era riuscire a condurre in maniera abbastanza logica il tutto e, come ha detto Carlo, abbiamo pensato di creare questo movimento che sale da un inizio molto lento/dilungato a una fine più veloce e articolata, passando attraverso diverse cornici. Forse il momento più evidente del cambio di mood è tra la fine di “Sunday” e l’inizio di “Loiter”, in cui si esce da una parentesi super buia per arrivare al momento più felice del disco.

A oggi come lo collochereste nella panorama della musica indipendente italiana?

C: È un disco sincero, a noi piacciono molti aspetti della musica in Italia e delle diverse scene. Probabilmente se fossimo rimasti legati alla scena da cui ognuno di noi rispettivamente arriva, questo lavoro non ci sarebbe stato. Penso alla musica definita „sperimentale“, che ha un determinato pubblico e un determinato modo di comportarsi in relazione a chi la suona e dove si suona. Oppure alla musica punk hardcore o alla musica pop. Ogni musica ha il proprio microcosmo con le proprie regole. Noi in questo rimaniamo molto aperti a tutte le situazioni. Abbiamo suonato per Myss Keta, come abbiamo suonato con Any Other, come ci siamo esibiti a una Hundebiss Night, suoneremo a Zuma. Di sicuro il filo-conduttore di tutto ciò rimane il rispetto artistico delle situazioni nelle quali andiamo a collaborare.
L: Siamo del fottuto crossover (ridono, NdR). No, a parte tutto, alla base del nostro lavoro la parola chiave è “contaminazione”, che in ogni situazione della vita è la cosa che secondo me ti arricchisce più. Per noi la musica è stato il vettoriale principale di questi processi nella tratta Varese-Milano e Italia in generale, per farci conoscere e stringere collaborazioni. Ai nostri concerti finora abbiamo trovato di tutto, da chi ascolta solo rap, a chi ascolta solo pop, a chi ascolta solo ambient… Suonare davanti a un pubblico eterogeneo è sempre interessante, consapevoli di essere soggetti a feedback differenti su quello che facciamo.

© Giulia Bersani
© Giulia Bersani

Finora avete citato quasi tutte situazioni legate a Milano, com'è il vostro rapporto con questa città, anche considerato che le vostre radici sono nel varesotto?

C: Probabilmente su questo punto abbiamo due visioni contrapposte. Mi sono trasferito a Milano tanti anni fa per suonare con persone che erano tutte a Milano, quando sono arrivato è stato molto bello, ho conosciuto tante persone che riuscivano a lavorare di arte e creatività. A distanza di tempo, più sto a Milano più mi sento del Lago Maggiore – forse anche perché parecchi di noi delle nostre zone stanno facendo musica e si stanno esprimendo a loro modo e questo è molto bello. A parte questo, sono contento di abitare qui a Milano, come di arrivare da dove provengo.
L: Cerco di rimanere il maggior tempo possibile qui dove sto a Maccagno e quando serve vengo a Milano. Sfortunatamente non mi piace come città e faccio fatica a entrare in empatia con la sua urbanistica e architettura. Umanamente è una città super carina e molto inclusiva. Rimane comunque una città che vivo tantissimo, da sempre poi ha rappresentato per noi „La Mecca della musica“, dove venire a far serata o venire ai concerti a sentirci le band con il treno da quando eravamo piccoli.

... Band tipo?

L: Il primo concerto in assoluto per il quale sono venuto a Milano è stato al Rock In Idro nel 2009, che però era stato spostato al Palasharp ed ero andato lì per i Bring Me To Horizon.
C: È vero, c’ero pure io, ma anche per i Gallows.
L: Comunque all’inizio principalmente per il metal, tipo Architects ma anche cose indie come Maccabees, Local Natives, oppure DJ Shadow, per citarne alcuni…

Cosa ci dobbiamo aspettare per il live a ZUMA?

C: Ho molto rispetto per ZUMA, è una realtà che funziona molto bene, con una proposta di gruppi e artisti che puoi sentire solo lì, il punto chiave del festival è basato sull’esecuzione. Sono stato alle scorse edizioni ed è una situazione vera e spontanea, ero andato la prima volta per sentire Halfalib aka Marco Giudici, grande artista e amico. Per me è stato sorprendente che abbiano mostrato interesse su di noi, quindi sono gasato. Per il nostro live sarebbe bello coinvolgere qualcuno oltre la formazione attuale, chissà.
L: Io in realtà lo conoscevo solo attraverso i racconti positivi degli amici. Probabilmente quello che faremo lo decideremo una settimana prima. Finalmente il fatto che suoniamo all’aperto cambierà la prospettiva del live, anche perché finora abbiamo suonato soltanto in posti chiusi e angusti.

Arrivando entrambi - ma soprattuto Carlo con i Leute - da situazioni legate al DIY, i 72-HOUR POST FIGHT proseguono questo discorso?

C: Assolutamente sì, quando ci siamo messi a cercare i posti dove suonare, per esempio per il release party al Cox, abbiamo tenuto in considerazione questo aspetto, per il momento la direzione rimane quella. Affrontare i palchi medio-grandi ti fa guadagnare da una parte in visibilità, ma perdere da un’altra in termini di comunicazione con il pubblico e di contesto. Appunto per questo sarebbe bello che il prossimo step sia evolvere verso una dimensione live più strutturata, curando non solo la parte suonata ma anche quella visiva. Per il momento è un’idea.

Pensate di estendere il live a qualche collaborazione particolare?

C: Sulla parte suonata ci piace molto il concetto della formazione fluida e di lavorare con altri musicisti sul palco, quindi vedremo cosa succede. Di sicuro la domanda di fondo da cui il tutto partirebbe è: “Con chi ci piacerebbe suonare?”
L: Dal momento che ognuno di noi gravita e lavora intorno alla musica, è molto possibile che si concretizzi la visione di una formazione fluida a 360 gradi, anche dal punto di vista visivo. A me piace molto unire audio e video, abbiamo fatto delle prove con 72-HOUR POST FIGHT all’inizio, ma poi abbiamo optato per toglierle, perché ci siamo resi conti che sul palco funzionava anche senza.
C: Io comunque sono contento di come è il live adesso, la parte performativa è diventata preponderante e protagonista. Con l’attuale formazione abbiamo imparato a conoscerci e sta funzionando, all’inizio era più meticoloso, eravamo più attenti e sulla riga a quello che dovevamo fare, adesso che ci siamo conosciuti è diventato più funzionale e dinamico anche in termini di improvvisazione e complicità.

Come è il vostro set up per il live? Chi fa cosa?

L: Io gestisco la regia e i suoni elettronici: un synth e tutta la gamma bassa, visto che non abbiamo un bassista. Per “regia” intendo dire che tutti gli overdub elettronici e tutti gli strumenti, tranne la batteria che lasciamo fuori e la chitarra di cui Carlo utilizza con un’apposita pedaliera, mi arrivano sul computer, dopodiché mi occupo di manipolarli, trattarli, modificarli a seconda del ritmo che prende il live. Dal vivo nel particolare utilizzo anche il campionatore che dà maggiore libertà sulla gestione di alcuni contenuti.
C: Dal vivo suono la chitarra con la sua effettistica e il Prophet (synth, NdR), Andrea suona la batteria e Adalberto il sax con un ritorno di segnale che arriva a Luca che gli fa il suono.

Invece individualmente come si prospetta la vostra situazione musicale?

L: Nel medio periodo rimaniamo concentrati su 72-HOUR POST FIGHT, a breve uscirà nuova musica ma non possiamo dire nulla oltre questa frase. Sicuramente continuerò a fare musica con Carlo e Massimo Pericolo, entro la fine dell’anno riprenderò il progetto Palazzi D’Oriente per fare uscire cose nuove.
C: Sto portando avanti diversi nuovi lavori da producer: quindi produzione artistica, scrittura, stesura e produzione dei brani insieme ad altri artisti, ho un paio di cose in trattativa che non posso dire. Ma posso spoilerare che produrrò il prossimo album di Generic Animal. Nel 2020 mi piacerebbe fare uscire un mio disco come Fight Pausa.

Invece per quanto riguarda Andrea e Adalberto?

C: Andrea ha un altro gruppo, in cui lavorano come produttori oltre a fare la loro musica, si chiamano Tigers Resort, sonorità d’ispiraizione funky, jazz. Non è ancora uscito nulla ma ho sentito le demo e spaccano.

Cosa state ascoltando in questo momento, un disco da consigliarci?

C: Sto ascoltando tantissimo „Devotion“ di Tirzah, che a un primo ascolto non mi aveva preso molto, ma risentendolo mi piace.
L: Mi sto riascoltando gli Xiu Xiu, soprattutto l’ultimo disco uscito per La Tempesta, ma in generale anche qualche cosa vecchia. Poi vorrei dirti l’ultimo disco di Show Me Body ma non mi è piaciuto.
C: A me invece è piaciuto un sacco.

E in Italia?

C/L: (in coro) Massimo Pericolo, gang!
C: L’altro giorno ho ascoltato i premix dei nuovi pezzi di Halflib e sono una bomba.

Contenuto pubblicato su ZeroMilano - 2019-06-01