ven 07.09 2018

Resilienze Festival: Tarawangsawelas

Dove

Serre dei Giardini Margherita
Via Castiglione 134, Bologna

Quando

venerdì 07 settembre 2018
H 19:00

Quanto

free

La prima volta che vidi il tarawangsa mi ci portarono Teguh e Wisnu, più comunemente conosciuti come Tarawangsawelas. Era un weekend di fine settembre e con una macchina ci stavamo dirigendo verso Rancakalong, una piccola area composta da alcuni villaggi, palme e risaie fuori Bandung, dove pare il genere sia nato. Ci apprestavamo a prendere parte a due delle tre giornate e una notte che segnano lo ngabubur suro: l’annuale e rituale preparazione del porridge che coinvolge tutto il villaggio, atta a celebrare il ciclo della fertilità (umana, spirituale e naturale), il patto con gli antenati e la dea del riso Dewi Sri (per i sundanesi Nyi Pohaci), che il tarawangsa, musica a lei dedicata, sembra incantare ed invitare.

Durante questo evento il tarawangsa viene suonato incessantemente da coppie di musicisti che si alternano ai due strumenti (jentreng e ngek-ngek) e trasmesso in filodiffusione grazie ad altoparlanti montati in tutto il villaggio. Durante il giorno si prepara il porridge, che verrà poi distribuito e consumato dalla comunità nell’ultimo dì, mentre di notte ci si raduna dove il tarawangsa viene suonato per danzare insieme e, tra le altre cose, per omaggiare gli antenati. Coordinati da un saksi (letteralmente testimone in indonesiano): un individuo dotato di speciali capacità, in grado di mediare tra il mondo visibile e quello invisibile e pertanto responsabile delle parti rituali dell’evento, i partecipanti si esibiscono in danze dai movimenti esteticamente codificati ma totalmente improvvisati, con addosso indumenti cerimoniali come il sarun (un panno da legare attorno alla vita) e tessuti simbolici sulle spalle.

Durante le sessioni di danza, che sono sempre divise tra maschili e femminili, gli individui possono spesso e volentieri cadere in trance, percependo un trasporto emozionale innaturale e l’incapacità di controllare i propri movimenti, o vivere una vera e propria possessione da parte degli antenati, i quali possono poi recapitare dei messaggi personali ai propri parenti attraverso i corpi dei posseduti o mettere in atto, tramite la danza, un vero e proprio sistema di comunicazione tra i vivi e i morti. L’area dove la performance si tiene si riempie di energia e diventa un raduno di spiriti e uomini grazie alla musica, le invocazioni pronunciate dal saksi e le offerte fatte agli antenati, sempre poste davanti ai musicisti. Grazie a tutte queste ragioni, il tarawangsa si presenta come un’occasione per riflettere sul proprio passato e futuro, sul rapporto con i propri antenati e con gli individui della comunità e una meditazione sulla struttura cosmologica del mondo e sull’esistenza stessa.

È difficile stabilire quando il tarawangsa sia nato o quale sia precisamente la sua storia. Ad oggi, seppure presente, la documentazione a riguardo è alquanto scarna e quasi tutta in indonesiano, complice la cultura sundanese, principalmente impostata sull’oralità, e la trasmissione pratica delle usanze che sullo studio critico. Ad oggi si possono contare una decina di maestri “ufficiali” nell’area, i quali, senza un metodo di insegnamento formalizzato, possono contare su un piccolo gruppo di studenti a cui viene affidato il futuro della pratica. Il repertorio è composto approssimativamente (sulla base dei maestri e dei villaggi) da quarantadue pezzi, i quali spesso, anche senza parole, parlano di Nyi Pohaci, del suo leggendario suicidio per sfuggire ad un matrimonio non desiderato e della nascita del riso e di tutte le piante dal suo cadavere.

Sfortunatamente il sogno infantile della purezza incontaminata e sacralità rituale di questo genere musicale sventolata in più di un luogo non risponde a realtà. La musica, nata nel solco della sunda Wiwitan: una forma di filosofia e spiritualità animista ormai quasi scomparsa, è poi passata attraverso l’islamizzazione indonesiana che ne ha lentamente variato alcuni contenuti e ha sovrapposto nuovi significati a quelli originali. Le politiche culturali indonesiane sotto i primi due presidenti inoltre: Sukarno e Suharto, hanno privilegiato il genere, visto come un utile strumento, insieme a tanti altri, della propaganda nazionale, aggiungendolo al collage di elementi culturali che selezionati a dovere tra i circa settecento gruppi etnici di cui lo stato dispone, potessero dare una buona immagine fuori dai confini nazionali.

Tutto ciò però non viene inevitabilmente per nuocere. La rete di significati del genere si infittisce e ne esce arricchita, permettendo al tarawangsa, anche grazie a dei fondi stanziati annualmente dallo stato (che grazie alla corruzione puntualmente arrivano decimati), di poter uscire dal un contesto strettamente rituale che lo ha contraddistinto per alcune centinaia di anni, venendo condiviso finalmente fuori dai villaggi in cui è nato, suonato nei festival, utilizzato in varie collaborazioni (vedi molti pezzi del gruppo SambaSunda) o portato oltre i suoi confini nelle sperimentazioni dei nostri Tarawangsawelas, che per la prima volta hanno l’occasione di far conoscere la loro musica, quanto di più lontano dalle tracce rituali e tradizionali, e la tradizione da cui essa proviene, anche fuori dai circoli di appassionati di sonorità di etnie misconosciute e polverose raccolte di field recordings.

La musica del duo, insomma, non corrisponde alla rappresentazione bidimensionale che spesso e volentieri recensioni e festival hanno dato di loro e del genere, ma è invece l’output più vivo e dinamico della complessa storia centenaria di una musica tradizionale e del popolo che la ha inventata e che continua a praticarla. Il tarawangsa ha attraversato alcuni secoli grazie al cadavere di una dea e a un pugno di contadini nella zona montuosa e fredda di Giava occidentale, passando nel tempo attraverso l’islamizzazione, le politiche culturali dell’Indonesia indipendente, un paio di rivoluzioni e i moderni sviluppi della musica sperimentale, per approdare ad oggi, affrontando svariate centinaia di chilometri, con un tour europeo che toccherà anche la nostra Italietta. Ora tocca voi fare due passi ed andarne ad incontrare lo sviluppo più moderno. Non sarà l’Indonesia, ma sono sicuro che con un po’ di immaginazione non si arriva tanto lontano.

Scritto da Luigi Monteanni