gio 11.02 2016

Nicola Ratti

Dove

Städlin
Via Antonio Pacinotti 83, 00146 Roma

Quando

giovedì 11 febbraio 2016
H 22:00

Quanto

ingresso up to you

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Organizzatore

LSWHR

Foto di Allegra Martin

Ricordo che la prima volta che vidi Nicola Ratti dal vivo era in un posto minuscolo a Bologna. Credo fosse il 2008 e di acqua sotto i ponti ne è passata molta, almeno per lui. Assieme a illuminati come Attila Faravelli, Enrico Malatesta o Andrea Belfi, Ratti è una delle teste pensanti a capo del movimento elettroacustico che in Italia ha una scuola importantissima, forse anche capofila a livello europeo. Set e dischi a base di microsuoni, field recording, minimalismo e ambient astrattissimo, tra pubblicazione per Die Schachtel, Senufo, Where To Now?, Boomkat, Entr’acte, e collaborazioni con Giuseppe Ielasi (con il progetto Bellows) o Ronin. Uno che si è dato da fare, insomma. E Pressure Loss, sua nuova creatura, conferma tutta la maestria, indicando nuove vie e direzioni. Alla scoperta del ritmo? Anche. Di acqua sotto i ponti non ne è passata moltissima, di più.

Kyösti Våiniø

Il nuovo album Pressure Loss, le coordinate “spaziali” alla base dei suoi live, l’elettroacustica come ambito di crescita, l’esperienza a Milano con il nuovo spazio dedicato al suono Standards: quindici domande per arrivare preparati al live di Nicola Ratti da Städlin.

Quando hai iniziato ad appassionarti alla musica?
Quando ho smesso di suonare il pianoforte da piccolo, credo durante il periodo delle scuole medie. Una volta smesso di imparare la musica esattamente come si imparavano le tabelline, insomma.

Ti ricordi il primo disco che hai comprato? E l’ultimo?
Pirata dei Litfiba in cassetta il primo, The Phantom di Noumeno in FLAC l’ultimo.

"Ossario", Holidays Records, 2014
“Ossario”, Holidays Records, 2014

Quando hai iniziato a comporre musica?
Come me, anche le mie sorelle furono messe a suonare il piano da piccole quindi i miei comprarono un pianoforte a muro in modo che tutti potessimo esercitarci, immagina che piacere.. Comunque la presenza di uno strumento in casa fece si che a un certo punto (quando smisi di prendere lezioni) iniziai a suonare per conto mio e da bravo bambino che ero composi un paio di brani imbarazzanti un po’ per compiacere i miei e un po’ perché mi attirava molto la possibilità di creare qualcosa per conto mio. Da lì a breve in casa mia entrò una chitarra classica e a seguire scoprii l’esistenza di una musica diversa da quella “classica”. E quindi addio musica addio grammatica, poi anche i tuoi amici suonano, un basso, un’altra chitarra e via di gruppetti e di pezzi propri.

Hai avuto un “maestro”?
Ho avuto dei maestri di musica. Me ne ricordo un paio di chitarra e mi ricordo delle brutte esperienze, noiose e sterili, ma forse erano semplicemente dei cattivi maestri… Poi ho avuto delle persone che non chiamerei “maestri” ma, piuttosto, amici che continuo a incontrare e che mi stimolano con nuova musica, nuovi punti di vista e occasioni di condivisione. Direi che ogni persona con la quale collaboro o ho collaborato è stata per me in qualche modo un “maestro”. Credo onestamente in un tipo di formazione che si basa sull’esperienza e sulla condivisione di momenti, come concerti e discussioni, mostre ma anche di oggetti come dischi e i libri.

C’è stata qualche esperienza, un ricordo in particolare, al quale associ l’inizio del tuo interesse per i suoni e rumori della vita reale, quotidiana?
Si, quando ho scoperto che la musica poteva essere fatta al di fuori di un qualsiasi strumento ed era sufficiente aprire la finestra di camera mia.

"Rustl", l'album pubblicato a nome Bellows (insieme a Giuseppe Ielasi) nel 2015 per Boomkat Editions
“Rustl”, l’album pubblicato a nome Bellows (insieme a Giuseppe Ielasi) nel 2015 per Boomkat Editions

Quali sono stati i musicisti che hai ascoltato di più, che credi abbiano avuto un impatto importante sulla tua formazione?
A questa domanda non saprei rispondere. Ce ne sono stati e ce ne sono tuttora parecchi. Forse riesco più facilmente a dire quali sono le motivazioni che fanno si che qualcosa abbia impatto sulla mia formazione, anche se nel corso degli anni sono cambiate. Da più giovane forse ciò che mi colpiva di più era l’impatto emotivo ed emozionante della musica, quindi mi lasciavo influire da ciò che mi toccava maggiormente sia a livello musicale sia testuale. Come tutti, poi, crescendo ho iniziato a cercare più a fondo e con più coscienza, quindi l’interesse si è spostato verso l’intensità intesa come la somma di scelte, personalità, attitudine e identità.

Dietro ogni tuo lavoro c’è sempre un pensiero: sta per uscire un tuo nuovo album, Pressure Loss, puoi raccontarci attorno a quali idee ruota?
Solitamente scelgo i titoli sia dei brani che del disco sempre a posteriori, cercando di essere coerente con il lavoro – ma non necessariamente descrittivo. In questo caso, parlare dell’album partendo dal titolo, però, dà un senso abbastanza compiuto al resto. Ho scelto questo titolo per due motivi: il primo perché descrive un calo di motivazione ed energia, di fiducia in quello che sto facendo e nelle scelte che ho preso derivante dal momento difficile che io – probabilmente assieme a tutti voi – sto vivendo. Mi riferisco alla capacità di sostentamento, agli stimoli e riconoscimenti assenti che questo Paese, questo Occidente forse, ci offrono… Ma eviterei di dilungarmi su questo.

"Pressure Loss"  - la copertina
“Pressure Loss” – la copertina

Il secondo motivo, e da qui anche la scelta della foto di Allegra Martin per la copertina, è che Pressure Loss descrive un comportamento dei fluidi all’interno di condotti e mi piace immaginare questo comportamento valido sia per l’ambito organico che per quello meccanico. Infatti, alla base del disco e della sua produzione, ci sono delle macchine che attraverso un mio intervento vengono predisposte e organizzate per poi, solo in un secondo momento, essere attivate e registrate. Ho registrato questo disco negli studi del Worm di Rotterdam utilizzando due strumenti presenti nello studio, un Serge Modular e un ARP2500. Di essi ho utilizzato solo quello che mi interessa, e quello che poi sta alla base anche delle scelte della mia strumentazione personale, ovvero alcuni elementi base dei sintetizzatori modulari come gli oscillatori (LFO), i filtri e generatori di rumore.

"Pressure Loss" - retro
“Pressure Loss” – retro

L’interazione uomo-macchina ha rappresentato il momento creativo della produzione del disco: attraverso il settaggio dei parametri e la creazione di strutture ritmiche che garantissero una variabilità “autonoma”. Una volta raggiunta una ricchezza di segnale ed eventi, l’unica cosa che facevo era schiacciare REC, spegnere la luce e sedermi all’ascolto per una ventina di minuti. È stato molto bello assistere alla registrazione, ovvero alla creazione vera e propria del brano. Una volta tornato a casa è iniziata la fase di mix ed edit delle registrazioni, ma per me erano già complete e in qualche modo concluse.

La tua ricerca si basa su concetti come lo spazio e il suono, in antitesi a un concetto più generico e meno circostanziato di performance musicale. In che modo sono coordinate che aiutano a rinnovare l’evoluzione della tua musica?
Parli di coordinate e io accolgo questa tua suggestione rispondendoti alla domanda con la descrizione di come visualizzo da un punto di vista spaziale la mia esperienza dal vivo. È come se ci fosse un triangolo rettangolo i cui tre vertici rappresentano rispettivamente il suono nella stanza, i miei strumenti e me stesso. Per molto tempo ho pensato che il lato minore fosse quello che univa me e la mia strumentazione, ovvero l’atto di manovrarla, mentre il vertice più lontano fosse il suono nella stanza ovvero quello che esce dall’impianto e si diffonde nel luogo e che io, insieme con il pubblico, ascolto. Da un po’ di tempo, invece, ho capito che la vicinanza maggiore – e quindi il lato più corto – dovesse esistere tra me e quello che sento/sentiamo mentre il vertice più lontano, la strumentazione, dovesse essere solamente il tramite di questa relazione. Questo pensiero mi ha aiutato a prendere maggiormente le distanze dallo strumento e a prestare molta più attenzione all’esito delle mie azioni sullo strumento stesso, eventualmente anche allontanandomi mentalmente da esso.

Quali sono i suoni che nel corso degli anni ti hanno stupito di più? Magari qualche scoperta accidentale, qualche particolare curioso (“l’episodio bollitore” non poteva passare inosservato…)
Eh eh eh, non saprei dirti quali, ma di sicuro già esistono in natura dei suoni o piuttosto degli accostamenti casuali di suoni o di eventi, movimenti e azioni caratterizzati da una complessità e bellezza tale che fanno riflettere su quanta fatica facciamo nel tentativo di ricrearla.

Per quanto sappia che l’utilizzo di un termine per identificare/classificare un genere non piaccia più di tanto, la domanda sull’elettroacustica è come una tassa che ormai ti tocca. In che modo è stato un terreno di crescita importante e stimolante per te?
Lo è stato nella misura in cui mi ha permesso di considerare la produzione musicale svincolata da uno strumento specifico e dal concetto stesso di musicalità. Così come, da un punto di vista più emotivo, mi ha fornito la possibilità di considerare la musica come un evento transitorio, debolmente organizzato e fragile, difficile da annotare, originario ed espressivo.

In ambito elettroacustico/sperimentale riesci a fare un paragone Italia/estero in termini di spazi e pubblico?
Il paragone Italia-estero non riesco ad argomentarlo molto, forse perché non ci sono tutte queste differenze da un punto di vista della fruizione. Forse ce ne sono molte di più da un punto di vista istituzionale, da come è la musica e in generale le arti vengono considerate – anche se è vero che poi in termini di presenze e seguito questi fattori non influiscono un granché. In termini di spazi, in Italia il confine tra genere e venue è molto più permeabile rispetto all’estero, dove la possibilità di strutturarsi come organizzazioni dà più facilmente accesso all’utilizzo o affitto di luoghi che a quel punto si caratterizzano per le scelte dell’organizzazione stessa. Però anche questa è una generalizzazione e, mentre scrivo, mi sono venuti in mente organizzazioni e promoter esteri che organizzano un po’ dove capita, dal bar alla galleria. In Italia comunque siamo messi bene, va tutto alla grandissima. Scherzo. Si ci sono luoghi e persone che sono state negli anni una costante nella ricerca ed evoluzione della scena che però è avvenuta anche per mezzo di situazioni più estemporanee e nomi più passeggeri. Il pubblico c’è, ma le volte che non c’è forse non è tutta colpa sua e questo vale qui come all’estero, credo.

Live al Rotate Festival di Innsbruck nel 2012
Live al Rotate Festival di Innsbruck nel 2012

A settembre hai cominciato l’esperienza con Standards. Il fatto di creare gli “eventi” in maniera più composita, con incontri, workshop e orari dei concerti non sempre notturni ti sembra sia un approccio che sta avendo un seguito?
Si assolutamente, sono rimasto piacevolmente stupito anche dalla partecipazione ai due matinée (domenica alle 12:30) che erano veramente una scommessa. In generale la gente se ne va felice e l’atmosfera è sempre bella. Questo non vuol dire che a Standards si detta la verità, se vuoi fare tardi e ascoltare altra musica Milano ti offre diverse possibilità di farlo e per alcune proposte è così che deve andare.

Che macchine usi per comporre la tua musica?
Da un po’ di anni a questa parte quasi unicamente sintetizzatori modulari oltre a qualche campionamento da dischi esistenti.

sintetizzatori

C’è qualcosa che ti manca di quando suonavi la chitarra? Anche magari dell’esperienza live…
Non più, mi è mancato per un po’ il rapporto con un gruppo sia in studio che sul palco però non sento più la mancanza della chitarra e soprattutto di tutta la gestualità ed estetica rock che negli ultimi periodi mi metteva anche un pochino in imbarazzo. Gran strumento comunque, appena me ne capita una a tiro non posso fare a meno di suonarla.

Che live porterai da Stadlin?
Ho lavorato molto a questa parte della mia attività e sono felice di avere fatto delle scelte maggiormente radicali come tipo di suoni e strutture ma al contempo più immersive e fluide. Ho preparato diverse sezioni ognuna delle quali è strutturata su un arco di tempo abbastanza lungo e che si declina secondo delle micro variazioni. L’intento è quello di offrire la possibilità di immergersi e seguire, scegliendo a propria discrezione, l’evolversi di questo o di quest’altro suono o pattern ritmico; la durata è necessaria perché questo avvenga. L’idea è di utilizzare al massimo 3 sezioni per concerto e la scelta di quali presentare si baserà su fattori esterni tipo il posto, l’impianto, il pubblico, il palco, cosa ho mangiato etc etc. Da Stadlin suonerò per la prima volta questo concerto quindi in realtà settimana prossima potrei ritrovarmi a cambiare tutto e rincominciare da capo, purtroppo o per fortuna sono fatto così…

Intervista a cura di Chiara Colli

Scritto da Chiara Colli