mer 20.04 2016 – gio 21.04 2016

Delirious New York

Dove

Triennale Teatro Milano
Viale E. Alemagna 6, 20121 Milano

Quando

mercoledì 20 aprile 2016 – giovedì 21 aprile 2016
H 19:00

Quanto

€ 15/10 + d.p.

Da qualche tempo stiamo sempre a parlare di CRT. Il motivo è chiaro: perché mentre in città si moltiplicano spazi nuovi e progettualità mirabolanti (com’è buona norma in ogni periodo pre-elettorale), c’è chi il suo lavoro continua a farlo, più o meno in silenzio, più o meno considerato, ma con grande intelligenza.

Dopo aver portato in Triennale il Maestro Romeo Castellucci, oggi oggetto suo malgrado di becere polemiche meloniane, il CRT torna infatti a valorizzare un progetto molto più “giovane” ed instabile che da qualche tempo sostiene, gli OHT di Filippo Andreatta.

Se siete architetti e il teatro vi sembra distante, o se al contrario siete attori e sentir parlare di architettura vi affascina, ma vi irrita irrimediabilmente, questo è lo spettacolo che fa per voi. Non è un caso che a realizzarlo sia un regista (e attore) che voleva fare l’architetto… o forse viceversa: sta di fatto che Delirious New York rappresenta un tentativo piuttosto inusuale, quello di portare in scena un testo di architettura contemporanea appunto. E non un testo qualsiasi, ma uno dei testi più importanti di Rem Koolhaas, olandese tra i più influenti teorici della disciplina – fondatore nel 1975 dell’OMA (Office for Metropolitan Architecture), cui si associò poco dopo anche Zaha Hadid, e Leone d’oro alla carriera nel 2010 a Venezia.

La tesi del testo è semplice ma geniale: Koolhaas sostiene che la griglia architettonica di New York non vada analizzata studiando i palazzi che la compongono, ma indagando la psicologia di chi li ha costruiti. Per prima, questa città quasi per nulla pianificata è riuscita a riprodurre la “cultura della congestione”, ad esprimere la “tecnologia del fantastico”: un ideale che ha poco a che vedere con le regole della composizione architettonica ma che, in effetti, riesce a produrre manufatti edilizi non meno interessanti di quelli che escono dalle accademie, vecchie o nuove.

L’immaginazione è dunque alla base del delirio architettonico di New York, ed è il collante degli episodi urbani messi in scena da OHT, dove in una scena ibrida tra arte povera, geometria e caos, il pubblico è testimone di un patchwork teatrale d’immagini che irrompono in un libero e personale processo d’associazione, affidato alla mente e all’esperienza del singolo spettatore. Ed è proprio nell’incapacità di comunicare dei quattro performer, e nella loro ostinazione a farlo, a raccontarsi e a raccontare la propria condizione per ottenere qualcosa da questa situazione senza preoccuparsi troppo di come, che risiede la suggestione e la forza di uno spettacolo leggero, fragile, intenso, che consiglierei di non farsi sfuggire.

Scritto da Matteo Torterolo