Era Mare: «Quella notte di luna piena in cui le bocche di porto ubriacarono la laguna»

Una doppia visione della Serenissima, per metà emersa e famigliare, per l’altra sott’acqua e ferita: nel progetto editoriale di ricostruzione (mediatica, interiore, concreta) firmato da Matteo De Mayda, bruno e Francesca Seravalle.

Scritto da Naadir Sanudo il 10 gennaio 2020
Aggiornato il 15 gennaio 2020

Foto di Matteo De Mayda

Gli scatti di Matteo de Mayda raccontano la città e i suoi uomini, nelle ore immediatamente successive all’episodio del 12 novembre scorso, quando la marea a Venezia ha raggiunto 187 cm sul medio mare. I dettagli sono emblematici: un bimbo con i suoi stivaletti di plastica che sembra voler cercare rifugio arrampicandosi fino all’ultimo scalino lontano dall’acqua; un anziano che gira l’angolo per rintanarsi in una calle strettissima e invisibile; un fattorino stoico sotto al ponte di Rialto, di quelli costretti a lavorare sempre e comunque, che trascina però un carretto vuoto; un fotografo in versione “moecaro” ben attrezzato di stivaloni e ombrello, attirato forse dall’eccezionalità degli eventi. L’istinto di fuga, la vergogna, la forza di reagire, la persistenza di una bellezza immortale. Sopra a tutto: un tuffo profondissimo nella solitudine.

Era Mare, pur essendo un titolo declinato al passato, ci offre un’essenziale riflessione sul futuro di Venezia. Una città allegra e vitale, abituata a convogliare tra i palazzi un flusso brulicante di persone, si ritrova improvvisamente silenziosa e semivuota. L’acqua avvolge ogni cosa, le persone pian piano scompaiono. È davvero questo il nostro futuro? Quelle raccolte nel progetto del fotografo trevigiano dell’agenzia Contrasto, realizzato in collaborazione con bruno (Andrea Codolo e Giacomo Covacich) e Francesca Seravalle, non sono immagini che documentano le vere conseguenze del “maremoto”. Potevano esserci barche alla deriva, parapetti distrutti, negozi disastrati, operai e tanti volontari al lavoro. La drammaticità dell’evento traspare dal commento testuale: «Lo scirocco smise di soffiare all’una, quella notte di luna piena in cui le bocche di porto ubriacarono la laguna di acqua salata» scrive Seravalle «Dal giorno seguente si era disegnato un nuovo orizzonte». «Si è scelto di evitare la cronaca d’assalto dei danni» spiegano gli autori «in rispetto alle persone colpite, per raccontare l’atmosfera sospesa e fragile di Venezia, della sua laguna e dei veneziani».

È così: a distanza di due mesi e oltre non possiamo fermarci solo alla conta dei danni, alla meccanica dei fluidi e agli scongiuri meteorologico-climatici, oppure improvvisarci tutti ingegneri, skipper, costituzionalisti, geni della finanza pubblica e magistrati alle acque via social. “Era mare”, come lo è sempre stato. Solo che ora, appare più vicino. L’illusione di vivere in un paradiso per diportisti improvvisati e barchette a remi (già smentita alla luce della storia di una delle più floride, agguerrite, operose e durature tra le repubbliche marinare) torna ad affievolirsi. Il non detto di questi scatti è rivelatore. La marea come sempre si ritira, per tornare. La sua eccezionalità, scandita dal suono delle sirene, ci ha accompagnati anche nelle settimane successive, quasi per tutto l’autunno.

Le stesse scene, forse, sono destinate a riverberarsi esponenzialmente negli anni a venire. Sempre a patto che rimanga qualcuno a viverla questa città, in perenne calo demografico: dai 174.808 abitanti del 1951 si è passati agli attuali 52.182 dell’inizio 2020. Città che sta diventando un paesino, spremuta all’osso da interessi economici più grandi della propria capacità di resistere, invasa prima dai negozi di chincaglierie, poi dalle grandi navi, infine dalle speculazioni turistiche degli affittacamere. Prima ancora, ai primi del ‘900, dalla parte opposta del ponte della libertà, non dove “era mare” ma dove il “mar ghe g’era” le terre e l’acqua hanno conosciuto le conseguenze velenose di un iperbolico sviluppo industriale: per far arrivare container e merci al petrolchimico si sono scavate nuove rotte interne alla laguna, prima il canale Vittorio Emanuele III (negli anni ‘20, dalla Giudecca) poi il canale dei Petroli (negli anni ‘60, dalla bocca di porto di Malamocco-Pellestrina). Qualcuno, molti per la verità, imputa a queste opere le cause di un aumento progressivo delle correnti che arrivano dal mare e l’erosione dei fondali, altri guardano al Mose, costosamente elefantiaco, ambizioso, autarchico e incompiuto, altri ancora evocano i cambiamenti climatici.

Anche se il nostro piccolo pezzo di verità per ora si concentra sulle movenze goffe degli uomini in un contesto che pare alieno e straniante, questi temi devono essere nominati. Rappresentano la sfida di una città che si trova davvero, dopo molti secoli, a navigare in mare aperto, in acque inesplorate. Ma forse non è sola, se saprà guardare, e non solo farsi guardare, oltre le bocche di porto e oltre le colonne d’Ercole. Agli antipodi della nostra laguna, infatti, così lontane, così vicine, nell’Oceano Pacifico, si trovano le isole della repubblica Kiribati: rischiano di essere cancellate dal mare in pochi anni. Grazie anche al film “Anote’s Ark” del 2018 la loro storia è diventata un simbolo. È il potere delle parole e delle immagini. Si stima che nel 2050 i migranti climatici potrebbero diventare 200 milioni. Anche Venezia, patrimonio Unesco, è totalmente immersa in questo scenario globale e non può più permettersi di galleggiare placida sulle proprie rendite di posizione.

È tempo di agire ed è quello che nel suo piccolo questo progetto “istantaneo” ha provato a fare: l’intero incasso ottenuto dalla vendita di “Era Mare” (costa 10 euro, lo trovate da bruno o si può comprare online, qui) sarà devoluto all’associazione culturale Do.Ve, rete di attività commerciali e privati impegnati nella tutela e valorizzazione di un’estesa area del sestiere di Dorsoduro. Abbiamo scelto così di raccontare, nella coltre fangosa di nefandezze che ha coperto questa città nei decenni, un piccolo, millesimale, atto volontario di ricostruzione. È nel dna di Venezia piantare robuste fondamenta di quercia e rovere, sul fondo paludoso, per (ri)costruire la propria meraviglia: questo, su carta, è certamente un gesto concreto verso la rigenerazione.

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GLI AUTORI

Matteo de Mayda, fotografo rappresentato dall’Agenzia Contrasto. Impegnato in progetti di carattere sociale tra le sue collaborazioni principali emergono The Guardian, Internazionale, British Journal of Photography, The Wall Street Journal, Medici con l’Africa, La Repubblica e Sportweek.

bruno, è uno studio di grafica fondato a Venezia nel 2013, si occupa di identità visive, progetti editoriali, allestimenti museali, information design e visualizzazione dati. Pseudonimo di Andrea Codolo e Giacomo Covacich, dal 2014 è anche un marchio editoriale.

Francesca Seravalle, curatrice internazionale di libri e mostre fotografiche, ha lavorato per Magnum Photos, KesselsKramer e Fabrica occupandosi di archivi e di ricerca. Docente all’Istituto Marangoni di Londra e alla London South Bank University. Supporta artisti dalla ricerca-concept al layout del progetto editoriale ed espositivo, vive tra Londra e Venezia.