I migliori eventi del 2017

Milano, Roma, Bologna, Torino, Firenze, Napoli e festival italiani: al grido di 'Divertirsi è giusto' anche quest'anno ci siamo giocati la nostra dose abbondante di sonno, neuroni e fegato

Scritto da La Redazione il 22 dicembre 2017
Aggiornato il 9 gennaio 2018

20 anni di Zero a Macao © Daniele Fragale

Foto di Daniele Fragale

ROMA

© adnkronos.com
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Il 2017 per Roma è stato un altro annus horribilis. Un altro anno in cui il sentire comune ha percepito la fuga all’estero (o nella lanciatissima Milano) come alternativa più che valida a un impaludamento quotidiano che toglie più di quanto le instagrammate da cartolina – o i supplì caldi – diano. Il sigillo su questo stato di cose forse lo ha posto il settimanale del Corriere, che su uno degli ultimi numeri dell’anno titolava trionfalmente: Viva Milano! Città europea guida d’Italia! Ci dispiace un po’ per Roma (Davvero). Grazie Corriere che pensi anche a noi e ci dedichi un po’ del tuo tempo, quando invece potresti inebriarti 24/7 per il cambio tra M1 e M3 in Duomo. Detto questo, anche se per quest’anno la stazione San Giovanni della Linea C non aprirà e le Olimpiadi sono state rispedite al mittente, a Roma ne sono successe di cose. Alcune anche positive, tu pensa, al punto da poter stilare delle classifiche, lasciando anche qualcuno fuori. Le trovate qui, rubrica per rubrica, con qualche appunto su come sono state realizzate e diverse menzioni d’onore per gli esclusi. Che noi siamo ottimisti: appuntamento il 27 gennaio al Quirinetta per la festa dei 20 anni di Zero con maratona dei migliori barman e dj della città.

MUSICA


La tentazione di sparare a zero su una città piena di occasioni sprecate (chi ha detto Parco della Musica?) e che non ha saputo tenersi stretti posti unici (ciao DalVerme, ciao Init) è forte, ma non si farebbe un buon servizio a chi legge e neanche giustizia a tutti quelli che, nel 2017 come nel passato più o meno recente, hanno resistito nonostante tutto. Lo zoccolo duro della musica alternativa capitolina non è forse esteso, ma come recita un vecchio adagio “è vivo e lotta insieme a noi”. Il Pigneto dei Circoli Arci (su tutti Fanfulla 5/a e 30Formiche), il Monk e la sua musica dal mondo in tutte le stagioni, una rassegna che negli anni è cresciuta tantissimo come Unplugged In Monti, le nuove/vecchie conoscenze con La Fine, Evol Club e Largo Venue, il ritorno dopo una breve pausa del Quirinetta, la presenza fissa lungo territori meno battuti del Traffic e il lavoro sotterraneo di una rassegna “ricercata” come Circuterie. Fuori dalla cinquina che segue, ma ben stampati nella nostra mente, grandi concerti esclusi come il ritorno di Jerusalem In My Heart (lasciato fuori solo perché già 12 mesi fa era il nostro concerto dell’anno!), il maestro Laraaji, i viaggi interstellari degli Heliocentrics, la furia di Death Grips e de Il Sogno del Marinaio, la Sun Ra Arkestra in versione estiva, una miriade di concerti visti tra le mura dell’inimitabile Fanfulla (Anti You, Cindy Lee, Blak Saagan) o grandi ritorni hip hop come quello di Kool G Rap o dei Broken Speakers. Si riparte di slancio?

Non so se si può parlare di miracolo, ma che nel 2017 gli Sleaford Mods siano un “fenomeno” sulla bocca di molti ha del clamoroso, soprattutto alla luce del pienone romano e dell’accoglienza goliardica e calorosissima che hanno registrato al Monk. Attitudine punk, testi spoken-word al vetriolo e un approccio “live” che è tutto un programma: al nono album in studio, English Tapas, il duo di Nottingham è stato un toccasana per la vita concertistica capitolina e per la musica tutta. (Livio Ghilardi)

Sarò sincero: tra i tanti (troppi) concerti che ho visto, i miei preferiti sono stati fuori Roma, ad esempio a Le Guess Who? nella lontana Utrecht. Proprio lì, l’anno scorso scoprii Ryley Walker grazie a un live fenomenale che univa miracolosamente la West Coast di Crosby con il folk visionario di Tim Buckely e John Martyn. Eppure quest’anno Riley ha regalato un concerto, se possibile, ancora più bello a chi ha avuto la fortuna di vederlo durante una delle Church Session alla Chiesa Evangelica Metodista per Unplugged In Monti. Data la dimensione intima e suggestiva della location, Ryley e band si sono lanciati più spesso in deviazioni dai brani iniziali, verso tortuosi e ipnotici territori chicagoiani che hanno lasciato la sala in una trance mistica rara. Nell’accezione larghissima con cui oggi viene usata la parola “psichedelia”, potrei dire: concerto psichedelico dell’anno. (Marco Caizzi)

Alla conclusione dell’estate, il primo appuntamento dal vivo di livello cade la notte dell’equinozio d’autunno al Fanfulla 5/a, proprio nel circolo musicale romano dove le stagioni non si contano e non si avvertono, dove le foglie si addensano, il sole chiude un occhio e le band proposte portano bagagli da tutto il mondo. I portoghesi 10000 Russos si presentano sul palco coi capelli arruffati, ma con idee chiare: ipnotizzare i tanti avventori incuriositi dalle ottime parole spese dalla carta stampata sull’ultimo lavoro in studio, uscito per l’attentissima etichetta londinese Fuzz Club. Con i richiami alla psichedelia inglese fumosa della fine anni 60, mista a quella tedesca industriale primi 70 e all’ambient dronico degli anni Zero, questo set ci ha regalato il loro personalissimo giro nel mondo e nel tempo. Come da aspettativa. (Edo Tetsuo)

I GY!BE sono sempre stati una band invisibile, anche nei concerti canonici, dove l’ardore del collettivo canadese è percepibile al meglio. Loro in primo piano e sullo sfondo le ormai celebri proiezioni in 8mm, immagini apocalittiche condite con slogan (politicamente) impegnati. Questa volta era diverso, eppure… La loro musica, grandiosa ma essenziale, viscerale ma elegantissima, fa da forza motrice – meglio, da deus ex machina, visto il posizionamento in alto e nell’oscurità della scena – a dei cubisti indemoniati, isterici, compulsivi ma alla ricerca di salvezza e serenità interiore, la compagnia di danza The Holy Body Tattoo. Per descrivere l’esperienza basta il titolo dello spettacolo: “Monumental”. I GY!BE sono monumentali e imprescindibili. Perfino quando risultano effettivamente invisibili. (Matteo Quinzi)

All’uscita di One More Time With Feeling, in molti avevamo pensato che difficilmente avremmo rivisto Nick. Il dolore era troppo forte, quasi tangibile. Sbagliavamo. Meno di un anno dopo è davanti, addosso a noi, a chiederci “Can you feel my heart beat?”. E il suo cuore lo abbiamo sentito tutti, lo tiene in mano, nella doppia veste di guaritore e paziente che si mette a nudo e si offre, in una sorta di rito collettivo, un’elaborazione del lutto sopra e sotto il palco. È magnetico e teatrale come sempre, ma anche estremamente vero, fisico, presente, grazie anche a un palco disegnato per avere un contatto diretto col pubblico. I live dei Bad Seeds sono sempre un’esperienza mistica, ma qui siamo oltre: è un peccato non riuscire a seguire un Warren Ellis indemoniato o Sclavunos che si diverte come un pazzo, ma Nick non ti molla mai, e l’unico termine che viene in mente è “terapeutico” – per lui come per chiunque partecipi a questa messa gotica. (Flavia Ferrucci)

NOTTE

I nomi nuovi fanno ancora fatica ad arrivare da queste parti, e gente come M.E.S.H. o Kablam l’abbiamo ascoltata in contesti “off” rispetto al circuito normale del clubbing, ma almeno l’aeroporto di Fiumicino (o Ciampino) hanno visto com’è fatto. Abbiamo dato spazio nella classifica a qualche suono o situazione meno convenzionale del solito, ma non per questo non sono da encomiare tutti i mostri sacri portati ad esempio dal Goa (Tony Humphries, Dj Harvey, Omars S, Moodymann, Dj Stingray, Modeselektor etc.), né la mole di dj ospitata ogni fine settimana dall’Ex Dogana, compresi un paio di open air memorabili (Nicolas Jaar, Moderat, Terraforma). Speriamo di rivedere presto i dischi di 180gr nei mercati di Roma e sì, come prevedibile i 15 anni di L-Ektrica sono stati un festone vero!

La differenza tra un dj set straordinario e uno normale la valuto sempre in base a un fattore: se a un certo punto dell’esibizione inizio o meno a saltare e a guardare gli altri clubber con gli occhi sgranati come a dire: «Ma ti rendi conto di che sta mettendo!?». Dopo una buona partenza, Herbert inanella una serie di pezzi tra rumore e groove incredibili che culminano con la sua Strong, tratta dall’ultimo album The Shakes. Nell’istante in cui la riconosco entro in modalità “Endless Serhij Bubka”. (Hattori Hanzo)

Un qualcosa che finora a Roma difficilmente si era visto. Vecchia zona piccolo industriale del Mandrione, un piazzale comunicante dove si affacciano diverse realtà di oggi (dagli abiti alle foto, passando per lavori a/v e birra artigianale), tutti insieme per mostrare i propri lavori e fare festa all’aria aperta: ottima birra (a fiumi), buon cibo e musica selezionata ben bene. Un block party vero. (Nicola Gerundino)

Il 2017 è stato l’anno in cui la cumbia ha invaso Roma. Basti pensare che per ben due volte a distanza di pochi mesi i Dengue Dengue Dengue si sono esibiti nella Capitale. A Villa Ada, affiancato dall’andino argentino King Coya, il duo peruviano ha celebrato la fine dell’estate romana con ritmi vertiginosi e irresistibili (Livio Ghilardi).

Per chi guarda ancora con nostalgia Dissonanze, una serata come quella messa in piedi da Red Bull all’Ex Dogana (Sabato 16) deve essere stata né più né meno che un colpo al cuore. Con Caterina Barbieri e i suoi pattern tra drone e kosmiche in dissolvenza, la trance loopata all’infinito di Lorenzo Senni, Rabih Beaini a capovolgere il cardine del 4/4, modulandolo tra jazz, incursioni noise, rimandi mediorientali. E poi ancora: Lory D, Hiele e la classe sopraffina di un maestro come Rrose a chiudere il cerchio. Parterre de roi, a voler essere riduttivi. (Kyösti Våiniø)

Divina, dorata e in compagnia di due angeli custodi: non è un trittico del Masaccio – e su questo ho ancora qualche dubbio – ma M¥SS KETA, con le sue ragazze di Porta Venezia nella sua data romana al Monk. Di passaggio tra il Grand Hotel, Starbucks e Courmayeur, essenziale il salto in Colombia con l’Istituto Italiano di Cumbia in apertura e un altrettanto esotico dj set muoviculo di Populous. Sono sempre più sicura che la cosa più bella di Milano non sia mai stato il treno per Roma, ma lei, M¥SS KETA. (Roberta Palma)

CULTURA

Teniamoci stretti il Maxxi, perché un museo altrettanto attivo e capace di stimolare in città non semplicemente non c’è e le mostre di quest’anno – da Yona Firedman a Zaha Hadid passando per il sudafricano Kemang Wa Lehulere – lo testimoniano. Ci piace segnalare il lavoro delle gallerie Varsi e White Noise tra le “emergenti”, Sant’Andrea di Scaphis tra quelle che si affacciano su panorami internazionali. C’è sempre l’oasi del Museo in Trastevere per la fotografia (quest’anno Vivian Maier, Italo Insolera e la collettiva Ostkreuz). Da segnalare anche l’apertura del Palazzo del Quirinale all’arte contemporanea con la mostra Da Io a Noi, mentre il Macro resta ancora il grande assente, con un andamento sempre più a strappi, quest’anno anche orfano del Festival di Fotografia.

Arbusti cesellati, foglie, spine, massi di fiume, boschi “ripetuti”, marmi razionalisti. La mostra al Palazzo della Civiltà Italiana – ora sede della Maison Fendi – è stata un’occasione per tutta Roma: per riscoprire un’incredibile artista dell’arte contemporanea italiana, per (ri)entrare in un edificio storico dimenticato, per vedere il sole calare sul mare di Ostia dalle sue enormi vetrate. (Nicola Gerundino)

Non ho mai pensato che a rendere bella Roma fossero i suoi monumenti. I vari Colosseo e Fori Imperiali, per quanto magnifici, sono vestigia decisamente troppo antiche per i miei gusti. Piuttosto credo che la grande bellezza di Roma siano istituti e accademie culturali che ne espandono le possibilità espressive. Tra i più meritori di questi enti c’è sicuramente l’Accademia di Francia, che con la mostra di Messager quest’anno ci ha fatto respirare l’aria fresca di una cultura viva. (Enrica Murru)

Salgo la spirale borrominiana, dolce e ampia, di Palazzo Carpegna, sede dell’Accademia di San Luca. Tanto ampia da ospitare 27 nicchie: perfetto spazio espositivo, antenato illustre del Guggenheim. All’interno di esse osservo le ErmEstEstetiche, autoritratti-colonne quadrangolari con un capitello a forma di testa umana, con un principio d’organizzazione formale che rimane sempre uguale, come il tempo a forma di spirale. Scende Luigi Ontani, artefice della mostra antologica “SanLuCastoMalinconIcoAttoniTonicoEstaEstetico”: scarpe con le ghette, completo di raso rosso porpora, doppio petto e gilet, camicia coreana, capelli legati con fiocco rosso di raso. Le mani dietro la schiena. La sua figura reale si fonde con quella metafisica delle opere. La mostra continua nelle altre sale, ma l’essenza a tutta qua. (Emiliano Zandri)

Un’installazione dei Rimini Protokoll – Nachlass, ossia “lascito” – che parte dal tema del testamento biologico per raccontare la vita reale di otto persone, in diverse parti del Mondo. Lo spettatore è al centro di una sala dove ogni porta ha un timer, dietro ogni porta c’è una storia: anziani, giovani, coppie, single che raccontano il loro rapporto con la morte, con la paura di invecchiare, con la malattia e con il significato della vita. Nonostante le storie fossero tutte diverse e potessero apparire distanti, c’è un forte pensiero comune che ci ha accompagnati tra le varie porte: cosa saremo in grado di lasciare tutti noi? (Andrea Di Corrado)

Qualità del lavoro e impaginazione della mostra hanno reso il progetto di Mircea Cantor, pensato per la Fondazione Giuliani, uno degli eventi più interessanti delle rassegne esposite del 2017. Your Ruins Are My Flasgs rielabora il concetto di perdita, rievoca tensioni geopolitiche, rimarca il concetto di libertà negate, attraverso l’accostamento di elementi in antitesi: tradizione e attualità; forme ben tornite ed altrettante sgretolate; evoluzione e deperimento. (Alice Militello)

Hanno collaborato:
Andrea Di Corrado, Edo Tetsuo, Emiliano Zandri, Enrica Murru, Fabrizio Melchionna, Flavia Ferrucci, Giovanna Giannini Guazzugli, Giulia Berardi, Livio Ghilardi, Marco Caizzi, Matteo Quinzi, Roberto Contini

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