Beatrice Bianchet

Di illustrazioni, sguardi rivolti a est e schiave che si ribellano ai poteri forti

quartiere Calvairate

Scritto da Ilaria Perrone il 20 ottobre 2021
Aggiornato il 5 novembre 2021

Foto di Fabrizio Albertini

Friulana classe 1994, Beatrice è una graphic designer che realizza illustrazioni per quotidiani e settimanali, si occupa di progettazione grafica e comunicazione visiva, disegna mappe illustrate e cover di libri. I suoi lavori, freschi e colorati, sono stati selezionati dall’ADI Design Index e hanno concorso al Premio Targa Giovani, Compasso d’Oro 2020. È socia fondatrice dell’Associazione culturale di quartiere “La Loggia di Calvairate”, per cui cura grafiche e merchandising.

«Non manca un tocco glam nella figura di Luba testimoniato dal tocco di rossetto “blu-Calva” sulla sua bocca.»

La mappa di Calvairate disegnata da Beatrice Bianchet

Come sei arrivata a Calvairate, conoscevi la zona quando ti sei trasferita nel quartiere?

Sono arrivata a Milano subito dopo la mia laurea, esattamente il giorno dopo la discussione della tesi mi hanno chiesto di venire a fare un tirocinio, così nel settembre 2017 ho deciso di trasferirmi in città. Dopo molti traslochi ho finalmente trovato la casa dove vivo adesso che sta proprio a Nord di Calvairate. Quando sono arrivata non avevo nessun conoscente in zona ed ero in cerca delle informazioni base sul quartiere, così la mia coinquilina di allora mi ha consigliato di iscrivermi a questo gruppo facebook, “La Loggia di Calvairate”. All’inizio l’ho usato per chiedere informazioni sui mobili ma poi ho visto che tra i post si parlava di una radio, di dare una voce al quartiere. Mi piaceva l’idea, ho risposto al post e mi sono subito offerta di realizzare il logo, da lì è iniziata la nostra collaborazione che continua da allora.

Collaborazione nata un po’ per caso ma che ti ha legata al quartiere. Ti sei subito sentita parte di questo progetto?

Sì, tanto che non mi sposterei mai da qui. Proprio grazie a questa collaborazione ho iniziato a conoscere moltissime persone che sono diventate dei veri e propri amici. Non è scontato a Milano sentirsi così tanto parte di un quartiere, avere dei riferimenti, una famiglia. Questa è una città molto dispersiva e non è così facile avere delle persone su cui puoi contare vicino a casa.

Oltre alle persone che cosa ti ha legato così tanto al quartiere?

Mi sono subito sentita a casa, la sua particolarità è che non è un quartiere turistico o un quartiere di studenti, sembra quasi una sorta di paesino di provincia che per me è la dimensione corretta. Nonostante questo, ha una posizione molto centrale, sei a pochi passi dal Duomo, puoi muoverti veramente ovunque con i mezzi o con la bici, ci passa la 90 che ti porta in tutta Milano. Non sei nel casino, ma sei comunque a un passo da tutto. Poi ovviamente ho i miei posti preferiti che posso raggiungere in bicicletta o a piedi, per esempio piazzale Martini, Cascina cuccagna, il chiosco di Pandi e Mucca.

Tornando al progetto invece della visual identity della Loggia di Calvairate, mi racconti come è nato?

Come ti dicevo siamo partiti pensando alla radio ma poi il progetto si è evoluto ed è diventato una vera e propria Associazione Culturale. Abbiamo pensato di realizzare un logo con una donna che guarda verso est, c’è anche una vera e propria storia dietro questa donna, che forse in pochi conoscono, si tratta di una storia di fantasia ma ci piace comunque raccontarla così.

Il logo rappresenta simbolicamente Luba, una ragazza vissuta intorno all’VIII sec. d. C. a Milano. Luba è una figura importante nella storia del quartiere per due motivi. Il primo è che la testimonianza della sua presenza rappresenta uno dei primi documenti scritti in cui viene citato il nome “Calvairate”. Il secondo motivo è l’oggetto di questo documento: Luba era una ragazza valtellinese che si era proclamata libera dai legami di servitù dai suoi padroni e doveva per questo essere giudicata da un tribunale (non sappiamo purtroppo come andò a finire la controversia). Abbiamo deciso inoltre di giocare con l’orientamento dello sguardo di Luba: la ragazza guarda a est (a est del lettore), a testimoniare la posizione di Calvairate all’interno della città di Milano e perché è a est che sorge il sole. Lo sguardo a est è dunque, in molte culture e in parte anche nella nostra, lo sguardo di chi ha fiducia nel futuro. Non manca un tocco glam nella figura di Luba testimoniato dal tocco di rossetto “blu-Calva” sulla sua bocca.

Come adatti il tuo stile a quello del progetto Loggia?

Sicuramente il mio stile è molto autoriale, si vede che sono mie illustrazioni e che c’è la mia mano. Cerco però di tenere sempre in mente quella che è l’identità del progetto. Quando è nato volevamo che avesse uno stile fresco e giovane, super colorato e vivace che potesse vivere allo stesso modo anche sui profili Instagram e Facebook. Sui social, ad esempio, usiamo molte delle mie illustrazioni per comunicare le varie attività dell’associazione, magari illustrazioni che ho già pronte e che poi in un secondo momento decido di utilizzare per un determinato evento o attività.

Sicuramente un progetto molto stimolante per un creativo. Come ti ha fatto crescere? Ti sei sentita più libera di creare non essendo l’associazione un cliente “commerciale”?

La cosa bella appunto è che nell’Associazione non hai un cliente, nel senso classico del termine, ho dei collaboratori che però hanno totale fiducia in me e mi hanno lasciato molta libertà creativa. Questa cosa mi è piaciuta moltissimo perché mi sono sentita libera di sperimentare e di provare cose nuove, questo mi ha permesso di sentirlo e viverlo come un progetto molto personale. Lo sento sicuramente molto mio, molto di più rispetto ad un progetto su commissione e questo lo rende molto più stimolante per me.

Ad esempio, quest’anno abbiamo fatto il merchandising e sono riuscita a creare degli oggetti che prima non avevo mai creato in maniera autonoma. Ti faccio l’esempio della shopper, magari ne avevo disegnate alcune all’interno di progetti di immagine coordinata ma non avevo mai creato un’illustrazione appositamente per una shopper, scelto i colori, scelto lo stampatore e poi visto il risultato finale. L’ho potuto fare anche perché non ero da sola ma ho lavorato con un team di persone che si è confrontato con me, queste persone mi hanno insegnato moltissime cose anche a livello tecnico su colori e tessuti, questo sicuramente mi ha arricchita a livello professionale.

 

Come è cambiata la tua creatività in questo periodo di lockdown dove abbiamo avuto meno spazio di movimento, di viaggio?

Quello che è cambiato per me è stata l’attenzione ai dettagli. Vivere uno spazio più piccolo, che sia casa tua per mesi o il quartiere, ti fa prestare più attenzione e ti fa osservare meglio i luoghi che hai intorno, è inevitabile perché ci passi molto tempo. Io, ad esempio, faccio sempre moltissime foto con il telefono, in questi mesi ho raccolto tanti scatti di quella che è stata la mia dimensione quotidiana e quindi sia di casa mia, sia dettagli del quartiere: dagli oggetti abbandonati, alle persone, particolari che probabilmente prima non avrei mai notato. Abbiamo cambiato anche il modo di spostarci, ci siamo mossi più a piedi e questo ci ha permesso di fare più attenzione alle piccole cose.

Quali sono i tuoi riferimenti a livello artistico, dove prendi ispirazione?

Non credo di avere uno stile preciso, anzi cambia a seconda della tipologia di progetto su cui sto lavorando. Prima di approcciare qualsiasi cosa faccio ricerca, uso moltissimo Pinterest e lì creo delle bacheche. Un altro mio riferimento è Pentagram, un’agenzia internazionale di design, che mi dà spesso degli spunti. I miei lavori, comunque, sono di solito veramente molto diversi tra di loro. Ogni progetto è unico e ha bisogno di essere affrontato in maniera diversa. Io non sono un’illustratrice pura ma sono una progettista grafica, la mia impostazione rispetto a un progetto cerca sempre di essere il più oggettiva possibile, ovviamente io ho il mio stile ma a seconda del tipo di cliente o di lavoro il progetto assume forme diverse e non devo o voglio imporre il mio stile.

Foto di Mattia Balsamini
Foto di Mattia Balsamini

Che collaborazioni ti piacerebbe fare in futuro?

Mi piacerebbe sicuramente fare un progetto di texture per tessuti, durante la quarantena avevo iniziato a creare delle texture illustrate, sarebbe bello riuscire a collaborare con un brand e farli diventare dei tessuti o degli oggetti, vederli diventare dei letti, dei divani, delle tende o delle sciarpe o dei vestiti.

Quali sono i progetti che ti rappresentano di più?

Sono sicuramente i progetti più personali, quello delle illustrazioni per tessuti è uno di questi. Poi c’è quello della Loggia e tutti i progetti in cui posso utilizzare illustrazioni che faccio io. In questa tipologia di progetti ho molta più libertà, non ho paletti da parte dei clienti. In generale mi sento più rappresentata dai progetti no profit o che hanno uno scopo sociale perché credo che il designer debba avere anche un ruolo sociale. Se dovessi dirti il progetto che posso considerare veramente come un figlio ti direi il mio progetto di tesi, mi ci sono dedicata per molti mesi, è stato un vero e proprio lavoro di ricerca sul campo, di raccolta ed elaborazione dei dati. Si trattava del prototipo di una app da utilizzare in pronto soccorso per far comunicare i pazienti stranieri con il personale sanitario con delle immagini che potevano aiutare la comunicazione. 

Se dovessi fare una mostra di illustrazioni legata al quartiere che cosa ti piacerebbe esporre?

Gli edifici, mi piacciono tantissimo, soprattutto le case popolari. Forse più che illustrazione mi piacerebbe fare una mostra fotografica. L’illustrazione è più interpretativa, invece mi piacerebbe documentare il quartiere con delle immagini, magari i dettagli di cui parlavo prima che scatto con il telefono o anche le foto dei palazzi a contrasto con il cielo.

Se Calvairate fosse un libro quale illustrazione metteresti in copertina?

Metterei la mappa di Calvairate, quella che ho realizzato per il merchandising.