Elena Rivoltini (Barocco elettronico)

L’arte come punto di incontro di voci antiche, corpi teatrali e sonorità contemporanee.

Scritto da Annika Pettini il 15 novembre 2021
Aggiornato il 21 novembre 2021

Nel suo sguardo non manca certo la determinazione. Siamo andati a parlare con Elena Rivoltini, in arte Barocco elettronico, per farci raccontare il modo in cui sta tessendo la trama della sua arte e della sua ricerca che oscilla tra epoche e stili, a favore di un nuovo linguaggio ibrido. Dall’amore per le lingue e la grammatica all’incontro con il Piccolo Teatro, tutto attraverso le capacità assopite di un mezzo che utilizziamo costantemente: la voce. Per ricordarci che l’arte non è solo una cosa nostra, ma un tramite capace di andare ben oltre di noi.

“mi sento come un tramite. Sento qualcosa che mi attraversa, che parte prima di me e va avanti oltre me.”

 

Ti ho vista esibirti per la prima volta sul palco estivo di Triennale per Ultradim e adesso voglio sapere assolutamente tutto di te. Quindi, partiamo dalle origini: chi sei, da dove vieni e quanti e quali sbagli ti hanno portata fino a qui?

Sono nata in provincia di Varese, dove ho frequentato il liceo linguistico che si è rivelato essere per me una risorsa importantissima. Amo il pensiero dietro la grammatica e le grammatica stessa. Nello stesso tempo coltivavo i miei interessi per la musica, il canto lirico, la traduzione, la letteratura: ho sempre avuto in testa l’idea di unire ciò che mi piaceva in un unico percorso artistico, un po’ come in una personale Gesamtkunstwerk wagneriana. Finito il liceo ho fatto il provino per il Piccolo con Ronconi e mi hanno subito presa.

Come mai hai scelto il teatro?

Studiavo canto lirico e mi sono innamorata della voce umana. Così, oltre che con la parola cantata, ho iniziato a sperimentare la mia voce anche con la parola parlata e quindi recitata. In realtà si trattava di un approccio alla pratica teatrale piuttosto personale e inconsueto e del resto non avevo mai fatto teatro prima del provino al Piccolo. Credo che Ronconi abbia apprezzato questa atipicità. Studiare teatro è intenso, hai orari fittissimi, 7 giorni su 7, ti dedichi solo a quello. È un esercizio quotidiano – lavori ogni giorno sul tuo corpo e sulla pratica della parola, ininterrottamente. Per quanto mi riguarda, ho cercato di non badare alla forsennata competizione tra allievi attori, ma ho colto gli input che arrivavano dall’Accademia per sviluppare il mio mondo, fatto di diversi linguaggi artistici. Mi rendo conto che oggi mi sento più autrice che attrice.

Teatro e musica sono due termini classici che non riescono a contenere in alcun modo le forme della tua ricerca. Ci daresti qualche strumento in più per entrare nei tuoi linguaggi?

Per me sia il teatro sia la musica sono legati al sacro – ho una innata propensione verso la musica antica. Attingo a un repertorio vocale e a una tradizione in cui la musica si trovava molto vicina alla trascendenza. Al centro c’era il legame tra il suono e la parola, qualcosa di sacro appunto. Questo territorio in cui musica e parola si incontrano è quello in cui mi piace lavorare.

Il terzo passaggio a cui sono approdata nel mio percorso, è stato la musica elettronica. Mi sono accorta che l’intenzionalità sonora di certi generi dell’elettronica è molto vicina al sacro e alla trascendenza. La techno per esempio ti permette di ricollegarti a ritmi ancestrali, all’essenzialità materica del suono, alla ritualità e ai suoi meccanismi di ripetizione.

Vorrei sapere cosa è per te il tempo, in una dimensione storica. Hai la capacità di intrecciare punti apparentemente lontani, eppure ne esce un discorso comprensibile e studiato. Quali sono per te le affinità in queste distanze?

Ho provato a incarnare questi concetti in una voce e in un corpo, il mio. Essere in scena vuol dire capire che quando proferisci parola o nota sei all’interno di qualcosa che trascende te stesso e ti ricollega all’altro e all’ulteriore. Credo che la fusione o la compresenza di diversi linguaggi possa avere oggi una ricezione abbastanza “naturale” da parte del pubblico, abituato alla molteplicità di input della navigazione in rete e dei media digitali. Questo non significa trattare con leggerezza e inconsapevolezza diverse tradizioni e prassi artistiche: ci vuole studio, rispetto e costanza, non “vale tutto”. L’esercizio costante della propria arte si risolve direttamente nell’onestà con cui la riporti al pubblico. È vero che l’arte, ma del resto qualsiasi linguaggio, ha alla base un patto menzognero, una sospensione dell’incredulità e della diffidenza, eppure, da questo fidarsi e lasciarsi ingannare, qualche volta scaturisce l’effimera verità dell’arte.

Milano è casa per te in qualche modo. Che ruolo ha avuto per te la città? Come dicevo all’inizio ti ho conosciuta in Triennale, ci racconti della performance con i Vega a cura di Davide Giannella?

Vengo dalla campagna e da una famiglia operaia. Sono legata alla mia provenienza, ma Milano è stato il posto in cui ho potuto nutrire i miei desideri culturali. Quando sono arrivata qui ho visto che esisteva tutto quello di cui avevo bisogno e mi sono dedicata con spietata testardaggine alla mia formazione. 

La performance in Triennale è stata il risultato dell’incontro con Davide Giannella che ha subito creduto in questa ricerca “incollocabile” e mi ha proposto di presentarla all’interno di Ultradim, il suo progetto sulle relazioni tra analogico e digitale. Così sono entrata in contatto anche con i Vega, un duo artistico formato da Tommaso Arnaldi e Francesca Pionati. Abbiamo cercato di ragionare sul rito: volevo creare una struttura di performance simile a quella della liturgia cristiana. All’inizio per ispirarci li ho portati ad ascoltare tre messe tridentine  (in latino, cantate, con il celebrante rivolto verso l’altare). Poi abbiamo indagato forme di ritualità contemporanea, come quelle legate al clubbing, ad alcune community on line e al concetto di festa.

Cosa vuol dire per te performare?

Quando sono sul palco, come per Ultradim in Triennale, mi sento come un tramite. Sento qualcosa che mi attraversa, che parte prima di me e va avanti oltre me. Mentre in teatro l’attore di solito cerca di affermare se stesso tramite il personaggio, io vivo la performance quasi per negare me stessa e mettermi al servizio di forze che, appunto, esistono al di là di me. Con Barocco elettronico ho cercato di unire la potenza arcaica dello strumento vocale a un linguaggio elettronico più contemporaneo e riconoscibile da un pubblico di miei coetanei.

Mi hai raccontato che sei in una fase vagabonda. Come mai? Dove stanno andando le tue strade?

L’ultimo anno l’ho passato a Venezia. Non riesco a capire in quale città stare adesso. In questo riassestamento post pandemico sto cercando di capire in quale contesto la mia ricerca possa trovare un habitat favorevole. Da un lato continuo la tournée di attrice in teatro con Macbeth – Le cose nascoste, uno spettacolo in cui il testo shakespeariano si intreccia con sedute di psicanalisi degli attori/personaggi. Dall’altro porto avanti i miei progetti, tra cui X4, un’associazione che ho fondato con Pietro Bonomi e che punta a unire festa, ritualità e performance. Il 5 novembre a Venezia, grazie al prezioso aiuto di Edoardo Lazzari e Cosimo Ferrigolo (del collettivo Extragarbo) e ArtEvents, c’è stato il primo evento in una ex abbazia sconsacrata con performance coreografiche, sound-poetry, live-set musicali e video proiettati. Hanno partecipato Danila Gambettola, Furtherset, Francesco Tosini, Michele Zanotti, Miami Safari e Daniele Costa, VEGA, Gaia Ginevra Giorgi e Riccardo Santalucia, RITO, Aniello e Compulsive Pene Madonna. 

Oltre a questo sto componendo colonne sonore, sempre con Pietro Bonomi. A breve uscirà il primo film del fotografo Salvatore Vitale con le nostre musiche. Si potranno ascoltare in anteprima nella galleria Ncontemporary a Milano dal 24/11 al 15/01. A gennaio e febbraio sarò al Piccolo come attrice per De Infinito Universo di Filippo Ferraresi. Nel frattempo continuo a comporre per Barocco elettronico e vorrei finire il mio primo libro, che si chiamerà Racconti Erotici della Provincia, nato in forma di podcast per RBL Torino e che spero di pubblicare presto in forma cartacea.