La mostra indaga il corpo come territorio politico, vivo e in trasformazione, prendendo forma negli spazi del 5C Lab come un dispositivo relazionale capace di superare l’idea di esposizione tradizionale per attivare un’esperienza immersiva e partecipata.
Al centro della ricerca vi è una scelta radicale: sottrarre il volto come luogo identitario dominante e spostare lo sguardo sul tronco, sul busto, sulla materia corporea che respira, sostiene e metabolizza. Il corpo smette così di essere superficie da osservare e diventa campo di forze, spazio di attraversamento, organismo in divenire. Nato nel 2025 come progetto nomade, L’Albero del Pane si ridefinisce a ogni tappa, entrando in dialogo con i contesti che lo ospitano. A Bologna, l’innesto nel 5C Lab amplifica questa natura: lo spazio non neutrale, attraversato da pratiche collettive, diventa esso stesso parte attiva della costruzione dell’opera.
Il percorso espositivo intreccia materiali eterogenei e linguaggi differenti: acetati pittorici, ready-made industriali, busti e maschere in plastica a grandezza naturale. Il pubblico è invitato a indossare alcune di queste identità mobili – Amazzone, Glam, Moody, Noli me tangere – attivando un processo di trasformazione che mette in crisi l’idea di soggettività stabile. Accanto a questi dispositivi, le Secret boxes – racchiuse nel formato analogico di vecchie VHS – e gli otto Bulbi di luce costruiscono una costellazione di frammenti corporei che non alludono alla perdita, ma a una concentrazione vitale di energia.
L’allestimento si sviluppa inoltre come un vero e proprio ambiente polifonico, attraversato da contributi sonori e testuali: brani tratti da Corinna di Roberta Scorranese e il poema Womanhood di Veronique Jephtas si intrecciano in una trama vocale che coinvolge Bianca Cerro, Paola Ferrara, Laura D’Atanasio, Iris Manca e Grazia Barberini, ridefinendo continuamente lo spazio percettivo del visitatore.
In questo processo, L’Albero del Pane si configura come un organismo aperto: una pratica che mette in discussione gerarchie, identità e modalità di visione, invitando a considerare il corpo non come un confine da difendere, ma come una soglia condivisa.
L’artista Il percorso visivo e concettuale di Sabina Zocchi, in arte SBI, è segnato da un forte nomadismo biografico e culturale che l’ha portata a vivere e lavorare in molteplici contesti internazionali, tra cui la Repubblica Popolare Cinese, il Regno Unito, l’Albania, la Francia e l’Italia. L’urgenza di coniugare pratica artistica e indagine sul presente si struttura a partire dai primi anni Duemila, originandosi attraverso collaborazioni trasversali con case editrici, società di produzione cinematografica, organizzazioni non-profit e committenze private per la realizzazione di animazioni, illustrazioni e storyboard. Oggi la sua ricerca sfugge a una singola categorizzazione formale: SBI pensa, progetta e crea immagini e dispositivi visivi sperimentando una continua ibridazione di tecniche e materiali, facendosi interprete delle urgenze e delle complessità della contemporaneità.
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Geschrieben von LR