Badly Buried + Rise

L’autunno della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo tra Langhe e Roero

Geschrieben von Pietro Martinetti il 5 Oktober 2021

GianMarco Porru. Photo Domenico Conte

Su queste colline, il diavolo è di casa. Come Oreste, Pieretto e la voce narrante senza nome della bella estate di Cesare Pavese, che da Torino si arrampicano per ritrovare il loro diavolo, al palazzo Sandretto Re Rebaundengo di Guarene, tre curatorə Jade Barget, Naz Cuguoğlu, Alice Sarmiento sono scesə sottoterra per raccontare l’ignoto. Negli umidi corridoi e nelle più luminose stanze del palazzo nel Roero della Fondazione, vanno in scena le cronache del sottosuolo di Badly Buried, la mostra risultato del Young Curators Residency Programme, la quindicesima edizione della residenza per curatori debuttanti. Sono racconti underground che partono da un caver cinema rielaborato da Giovani Giaretta in dialogo con la vita dei miniatori contemporanei, che lavorano per estrarre il silicio per i nostri device, nell’opera di Agnese Spolverini. Risalendo dal sottosuolo, il pavimento è una grande tomba, l’opera Tomb Writer di Alessandro Di Pietro con epitaffi di odio e d’amore.

A ragnatele da festa di Halloween somigliano le ceneri sui muri che vengono lette per interpretare il futuro nella pratica della spodomanzia, ricerca di Jacopo Belloni. Sulle pareti di un salone è appesa una mappa di un sex club disegnata da Massimo Vaschetto sopra un test per l’HIV, e grandi X evocano il martirio di Sant’Andrea e le pratiche di bondage, sadismo e masochismo. Il sottosuolo ritorna in chiave interiore nel video di Eleonora Luccarini, che parla con il suo alter ego, un maschio cisginder in crisi di identità. Ilaria Vinci conduce all’allucinazione rifugiandosi in una fantasia lisergica di un folletto che si riposa nella sua vasca da bagno. In un’opera video il mito di Medea, donna magica che dalla gelosia finisce per uccidere i propri figli, evoca l’estate maledetta. Come disgustosa è l’estate del diavolo sulle colline, dove nasce Rise, la nuova grande opera di Marguerite Humeau. Inaugurata nel parco di sculture accanto a quelle di Carsten Holler, Ludovica Carbotta e altri, l’opera dialoga a distanza con la mostra e le palme sofferenti dell’orto botanico di Palermo di Irene Coppola. Il monumentale lavoro di Humeau disegna gli organi riproduttivi della vite e il processo di concepimento del primo fiore ermafrodita, che ha bisogno del caldo e che, tra le colline che danno vita ai vini più celebrati nel mondo, come scrive Pavese nella Luna e i Falò, il caldo più che venire dal cielo, viene da sotto terra. Dall’underground, casa del diavolo.