Caccia al tesoro perduto di Venezia

Il teatro-manifesto di Mattia Berto, raccontato in prima persona, tra luoghi, rivoluzioni e utopie della città-palcoscenico

Geschrieben von Mattia Berto il 30 April 2021

Foto di Milda Bendoraityte

Viaggio di un’arte antica attraverso il futuro: andata e ritorno. Il teatro nell’anno „sospeso“ della pandemia ha dovuto (ri-)fare i conti con gli elementi fondamentali del proprio corredo genetico: l’azione performativa, la narrazione, l’interazione diretta tra le persone in carne ed ossa, il proprio ruolo nella „polis“. Sceneggiatori, attori, registi, direttori hanno cercato da subito nuove strade, utilizzando gli strumenti della contemporaneità. Il teatro è diventato social. Ora deve cogliere un’altra sfida: tornare „sociale“, innervarsi nella città, nei corpi e negli organismi che (ancora) la popolano. Tu chiamalo se vuoi „Teatro di cittadinanza“. E chi meglio di Mattia Berto, attore, regista e da dieci anni anima del progetto di rinascita del Teatrino Groggia, può raccontarcelo? Ospitiamo quindi le sue parole. Mattia Berto, con i nuovi format proposti nell’ultimo anno, con le sue spassose performance via instagram, con la sua campagna simbolo intitolata „La città e il teatro non si fermano“ e ancora con il recente progetto „Semi di u-tòpi-a“ in collaborazione con il teatro stabile del Veneto, rappresenta una delle esperienze più emblematiche di questa mutazione genetica in atto nel campo delle arti performative, oltre che nella nostra città. Le sue sono parole preziose perché ci raccontano in prima persona la genesi e la visione di questo nuovo mondo. E ora giù la maschera, anzi sù. Si va in scena. 

Perché un Teatro di Cittadinanza a Venezia? Per affermare ancora una volta un rapporto coi luoghi, che sono il nostro passato e il nostro futuro, e per rafforzare le dinamiche di relazione di chi ha deciso di vivere qui.

Da anni coltivo, insieme ad una comunità, un’idea di teatro e di città. Tutto è cominciato circa dieci anni fa, quando frequentavo la casa della mia amica Ambra Guarnieri. Nella grande casa di sua nonna, alla Giudecca (casa Sacerdoti) si incontrava un gruppo di donne incredibili, piene di energia e speranza, che hanno lavorato sui grandi temi del sociale e della cultura in città. Sono incontri che solo Venezia ti sa regalare.

Una di loro, Anna Ponti, un caschetto con i ray-ban, ottant’anni, figlia del primo sindaco di Venezia dopo la liberazione, Giovanni Ponti, cominciò a tenermi d’occhio e mi propose di lavorare per la ripartenza di uno spazio in città, il Teatrino Groggia.
Non esitai un momento a credere in uno scambio generazionale, io che di anni ne avevo trenta e che dalla mia città non volevo andare via. Un’idea di democrazia partecipata: il coinvolgimento dei cittadini per ripensare un luogo di Venezia.

Il Teatrino Groggia si inserisce in un paradiso naturale, un grande giardino dove una villa, oggi abitata da una ludoteca e da una scuola di italiano per stranieri, fanno insieme al teatro, da volano per la comunità. Nelle vicinanze la remiera, la piscina, le strutture sportive e una casa per i senza fissa dimora. Mi innamorai subito di questo luogo e mai avrei pensato che da lì sarebbe partita un’idea di Teatro, che oggi si dipana insaziabile e strabordante in ogni angolo di Venezia.

 

Teatrino Groggia

Sì perché, a partire dal Teatrino Groggia e dall’avventura di cura di uno spazio, concertata con mpg.cultura e il comune di Venezia, il teatro è andato dappertutto in laguna. Da qui sono partiti primi laboratori di Teatro di Cittadinanza e qui, da questa piccolo teatro,, sono cominciate le riflessioni sui luoghi e sui cambiamenti di una città, così bella e così fragile. Un terreno fertile per una rivoluzione che parta dalle persone. Un Teatro-casa. Una macchina inclusiva dove c’è spazio per tutti, dai bambini agli anziani.

Con questa idea da anni, al Teatro Goldoni, conduco laboratori per tutte le età fino alla quarta (gli over 80). Abbiamo usato i classici, da Carlo Goldoni a La Tempesta di William Shakespeare, dall‘Odissea di Omero alle Mille e una notte. I classici per far avvicinare una comunità al teatro, ma anche e soprattutto per renderla ancora più coesa e generosa.

Mattia Berto- Questa vita è un odissea – foto di Giorgia Chinellato

Così è venuto spontaneo e naturale abitare con performance site specific calli, campi, hotel e case private, ridisegnando le geometrie cittadine. Un gruppo sempre più grande di cittadini di ogni provenienza che curano tutto, dalla sartoria alla cottura del pane da cucinare per gli spettatori, fino ai racconti da condividere, autobiografie così magistralmente vere e vive. Col passare degli anni la comunità è diventata sempre più grande e tutti in città hanno deciso di aprire le loro porte al teatro, dappertutto.
È un’esperienza pulsante, capace di rendere il Teatro quanto mai vivo. Trasforma i testi, le ambientazioni, le distanze, lo spazio del vivere. Amplifica il linguaggio espressivo delle persone.

Un modo per raccontare la vita della città, portando il teatro nella vita quotidiana, è sicuramente il Teatro in Bottega. È nato dal mio incontro con la fotografa Giorgia Chinellato, ed ha abitato le botteghe più diverse, dalla parrucchiera al negozio di tessuti, dalla macelleria alle pompe funebri, coinvolgendo attori, musicisti, scrittori, ma soprattutto negozianti e cittadini, apparentemente distanti dal mondo della cultura, che invece in essa hanno un loro spazio fondamentale perché narratori di saperi antichi e di storie di vita. È stata un’esperienza incredibile, esportata anche in ventidue botteghe storiche a Firenze. Siamo diventati un film, scelti da Feltrinelli come eccellenza italiana che fa cultura dal basso e raccontati dal regista Giuseppe Carrieri.

U-topi a Venezia, foto di Giorgia Chinnellato

Immagino un teatro che sia radicato, capillare, diffuso: per questo siamo entrati nei musei, con l’esperienza di spettacoli costruiti e pensati ad hoc per la Casa Museo Carlo Goldoni, nelle carceri, con l’esperienza di un laboratorio teatrale alla Casa Circondariale di Santa Maria Maggiore, diventata un film che ribadisce come ogni luogo della città debba essere raccontato da chi lo vive. Ho viaggiato nelle isole di Venezia con una telecamera che mi seguiva per raccontare le donne della laguna, ho ripensato il romanzo, La Morte a Venezia, usando in scena una app per gli incontri, Grindr. Ho tenuto in rete Un’ora d’aria per mesi per non far sentire sola una comunità durante il primo lockdown.

E abbiamo riaperto la relazione con il pubblico dal vivo appena si è potuto, tra i primi a tornare a Teatro. Dico sempre che sono un creativo concreto perché figlio di un ristoratore veneziano contaminato da mia madre Claudia Cadorin, da un pizzico di follia e cultura.
Una cosa mi tiene in vita e mi illumina, l’idea che il teatro possa essere per Venezia, per le città, un gene di bellezza, comunità e ripartenza incredibile.
In questi anni sentiamo tanto parlare di rigenerazione urbana, di formule per ripensare i luoghi, le città e le comunità. Io, anzi, noi, ci mettiamo le nostre storie e la nostra insaziabile voglia di fare. Se compiremo miracoli non lo so, ma sicuramente voleremo leggeri e insieme su tanta vita.