Da Bologna alle carceri del Messico, seguendo la traiettoria di una fotografia che prova a illuminare ciò che spesso resta invisibile. È il percorso di Daniele Stefanizzi, fotografo bolognese di origini salentine che da anni affianca al lavoro di fisioterapista una lunga attività di reportage sociale in giro per il mondo.
Il suo ultimo progetto, Cereso: un altro modello è possibile, nasce da una serie di viaggi nelle carceri messicane iniziati nel 2019 e proseguiti fino al 2024. Un lavoro di documentazione che si concentra su un sistema penitenziario tra i più complessi dell’America Latina, segnato da sovraffollamento, carenze strutturali e abusi.
Il sistema penitenziario messicano, spiega, ha attraversato nel tempo diverse trasformazioni: dall’idea novecentesca della rieducazione del detenuto, formalizzata nella Costituzione del 1917, al modello della „riabilitazione sociale“ affermatosi negli anni Sessanta, fino alla riforma del 2008 che ha posto al centro il principio del reinserimento sociale, poi rafforzato dal nuovo quadro sui diritti umani introdotto nel 2011. Un impianto ambizioso, che però continua a scontrarsi con difficoltà concrete nella sua applicazione.
Al centro del reportage c’è però un’eccezione: quella dello Yucatán, dove i centri di reinserimento sociale di Mérida, Tekax e Valladolid sono stati riconosciuti dalla Commissione Nazionale dei Diritti Umani per le buone pratiche adottate. Qui il carcere prova a diventare qualcosa di diverso: un luogo dove alla punizione si affiancano percorsi di formazione, lavoro, assistenza psicologica e sanitaria, con l’obiettivo dichiarato della reintegrazione sociale.
Arrivare a documentare queste realtà non è stato immediato. «Mi sono presentato al carcere con un progetto scritto, spiegando che non volevo denigrare il sistema ma raccontare questo modello», dice. Dopo un primo tentativo fallito, l’occasione arriva quasi per caso grazie all’incontro con una psicologa che lo mette in contatto con il direttore del penitenziario di Mérida. Da lì nasce un rapporto di fiducia che gli permette di entrare nelle strutture per anni, e successivamente anche negli istituti di Tekax e Valladolid.
«Per quattro anni sono entrato senza scattare subito. Ho cercato prima di farmi conoscere». In alcuni casi il coinvolgimento diventa diretto: Stefanizzi organizza anche lezioni di fotografia con alcuni detenuti, condividendo strumenti e linguaggi del reportage.
Nel corso degli anni il fotografo ha raccolto testimonianze di vite segnate da reati gravissimi – omicidi, narcotraffico, abusi – ma anche storie che rivelano la complessità umana di chi sta dietro le sbarre.
«Parlando con i dirigenti ho avuto modo di comprendere le continue difficoltà che incontrano: trovare un modo efficace per attuare le nuove riforme, combattendo la mancanza di risorse, la resistenza culturale del sistema e le ovvie esigenze di sicurezza. Ho scoperto che non solo mancano le strutture necessarie per avviare i programmi di reinserimento, ma ci sono grandi carenze nell’assistenza e nel supporto a gruppi vulnerabili come donne, indigeni, disabili o malati di HIV.»
Le carceri dello Yucatán documentate da Stefanizzi diventano allora una sorta di laboratorio: un tentativo, ancora fragile ma significativo, di immaginare un modello diverso. Una «rivoluzione silenziosa», come la definisce il fotografo, che prova a spostare il baricentro dalla punizione alla rieducazione.
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