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deep pressures: la 56esima edizione di Santarcangelo Festival

Geschrieben von Salvatore Papa il 20 Mai 2026

Foto di Chai Saeidi

«Santarcangelo non è un festival che deve piacere o far divertire. Deve perturbare». In questa frase del direttore Tomasz Kireńczuk c’è uno dei principali motivi per cui, dopo 56 anni, Santarcangelo Festival continui a essere uno dei luoghi più interessanti per le arti performative europee.

Dal 3 al 12 luglio il festival torna a occupare il borgo romagnolo con deep pressures, titolo dell’ultima edizione diretta da Tomasz Kireńczuk, curatore e dramaturg polacco arrivato nel 2021. A raccogliere il testimone dal 2027 sarà invece Luigi Noah De Angelis, regista, filmmaker e musicista, co-fondatore della compagnia ravennate Fanny & Alexander.

«Viviamo un presente segnato da pressioni politiche, climatiche, sociali ed emotive», racconta il direttore artistico. «Deep perché molte di queste pressioni si muovono sotto la superficie, in modo invisibile. Ma la pressione genera movimento: può produrre fratture, trasformazioni, metamorfosi». È da qui che parte il programma del 2026: dall’idea che la pratica artistica possa rendere visibili forze normalmente sommerse, senza semplificare la complessità del presente.

Sempre a proposito di fratture e pressioni, lo scorso anno il festival, insieme ad altri, si era visto dimezzare il punteggio relativo alla qualità artistica dal Ministero della Cultura, rischiando quindi anche il taglio dei finanziamenti pubblici. Da lì era partita una forte mobilitazione del mondo dello spettacolo dal vivo e delle istituzioni locali e regionali che era poi riuscita a scongiurare il peggio. Una vicenda che ha messo in evidenza il valore politico di un evento che continua a funzionare come qualcosa di più di un semplice cartellone estivo. Le linee artistiche dell’edizione toccano, infatti, esplicitamente guerre, colonialismo, identità queer, ecologia e resistenza corporea.

Tra i lavori più attesi di quest’anno c’è quello del coreografo libanese Ali Chahrour, dedicato alle lavoratrici domestiche migranti in Libano e al sistema della kafala, il meccanismo che lega il permesso di soggiorno al datore di lavoro trasformando migliaia di donne in forza lavoro ricattabile. In When I Saw the Sea danza, canto e musica diventano strumenti per raccontare storie reali di sfruttamento, esilio e sopravvivenza.

Lo stesso intreccio tra biografia e conflitto emerge nel lavoro delle artiste palestinesi Nur Garabli e Marah Haj Hussein, entrambe cresciute dentro l’esperienza dell’occupazione israeliana e già passate da Santarcangelo negli ultimi anni. In relation to whom? parte proprio da questa esperienza concreta: il conflitto entra nei gesti quotidiani, nella percezione del corpo, nel rapporto con la lingua e con lo spazio pubblico. Più che rappresentare la Palestina, il lavoro prova a restituire cosa significhi abitare una condizione di occupazione permanente.

La guerra ritorna anche in CLAP & SLAP di Agniete Lisičkinaitė e Igor Shugaleev. Lei lituana, lui artista bielorusso costretto all’esilio in Polonia dopo la repressione del regime di Lukashenko, costruiscono una performance sulla tensione psicologica che attraversa oggi l’Europa orientale: paura, aggressività, senso di paralisi e preparazione costante al conflitto.

Una prospettiva decoloniale emerge invece nel lavoro di artisti come Yuck Miranda, che in Homem Novo affronta i campi di rieducazione del Mozambico post-indipendenza, oppure Wissal Houbabi, che intreccia tradizione orale marocchina, diaspora e poesia performativa.

Anche il corpo viene trattato meno come superficie rappresentativa e più come spazio segnato da tensioni fisiche e sociali. Mehdi Dahkan usa il respiro come dispositivo collettivo di resistenza; Jana Jacuka trasforma il riso in materiale coreografico; Ewa Dziarnowska lavora su desiderio, frammentazione e vulnerabilità. Le performance di Katerina Andreou e Mélissa Guex, invece, assomigliano quasi a concerti fisici costruiti su ripetizione, accumulo e resistenza muscolare.

Andreou sarà anche in Piazza Ganganelli con BSTRD, un solo del 2018 ispirato alla nozione di impurità e alle pratiche di ibridazione e meticciato legate anche alla cultura house sviluppata nei club di Chicago e New York. In scena ci sono soltanto lei e un giradischi: il corpo passa continuamente da un codice all’altro, rifiutando qualsiasi idea stabile di appartenenza culturale o identitaria.

Katerina Andreou & Melissa Guex

È proprio sulla queerness che questa edizione sembra essere più esplicita rispetto agli anni passati. In Machito, l’argentino Martín Soria parte dalla tradizione della danza andina del Caporal per lavorare sulle machitas, gruppi di donne lesbiche che hanno iniziato a riappropriarsi di movimenti e costumi storicamente associati alla maschilità. Wojciech Grudzinski, invece, continua la sua ricerca sulle memorie queer e sulle dinamiche di desiderio nello spazio della pista da ballo, mentre Giorgia Lolli in BODY SWEATS (for Elsa) usa workout, danza e lecture performance per rileggere la figura dadaista di Elsa von Freytag-Loringhoven attraverso fatica fisica, sudore e piacere. Nel lavoro dell’artista queer afrodiscendente Bast Hippocrate, infine, la relazione amorosa diventa un dispositivo per mettere in discussione aspettative e norme eteronormative.

Ogni serata si chiuderà come sempre con Imbosco, il tendone notturno del festival, che continua a essere qualcosa di più di uno spazio per dj set. Negli anni si è trasformato in una specie di estensione informale della programmazione, dove club culture, pratiche queer e dimensione comunitaria convivono fino a notte fonda. Quest’anno ci saranno il collettivo femminista KEM, la dj e performer Bunny Dakota – già parte dell’esperienza di Industria Indipendente -, Parini Secondo, duo romagnolo che lavora da anni tra coreografia e cultura rave, e il polacco Krzysztof Bagiński, presenza già orbitante nell’universo artistico di Ewa Dziarnowska e Alex Baczyński-Jenkins, con set costruiti su basse frequenze e trance elettronica.

QUI IL PROGRAMMA COMPLETO