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I migliori film che abbiamo visto a Biografilm 2026

Il nostro personale best of del festival di cinema dedicato ai documentari e racconti di vita

Geschrieben von Matteo Cortesi il 19 Juni 2026

Hungry, di Susanne Brandstätter

Hungry
di Susanne Brandstätter

Un alieno arriva sulla Terra e vede come l’abbiamo ridotta. Nella pratica: un flusso di gran belle immagini di desolazione totale, strade asfaltate in mezzo a campi di erba verde, fabbriche in rovina sotto una pioggia battente, fango, ciottoli etc. Manco l’ombra di un essere umano. In sottofondo, interviste a luminari in varie branche del sapere, tutti concordi sul fatto che una volta il mondo faceva schifo e oggi fa ancora più schifo. Se l’ecoansia fosse un film, 2001: Odissea nello Spazio, Solaris, Koyaanisqatsi scomparirebbero di fronte a Hungry.

Love for Steve
di Luisa Grosso

Il perimetro in cui muoversi per qualsiasi documentario su un artista che non c’è più è sempre lo stesso: amici che lo conoscevano bene a ricordare i legami che li univano, immagini e filmati d’archivio, spezzoni di concerti, il tutto in un arco narrativo che parte dalla nascita e finisce con la morte. A fare la differenza qui sono la qualità umana di tutti i personaggi chiamati in causa, le storie raccontate dagli intervistati (per primo il protagonista, che guarda fisso in camera scrutando la platea), la discrezione nell’evitare qualsiasi aggancio che possa sporcare la memoria di Steve Grossman con storie che vadano oltre l’arte che ha dispensato a camionate lungo decenni vissuti anche a Bologna.

A Simple Soldier
di Artem Ryzhykov, Juan Camilo Cruz

Brian De Palma l’aveva già fatto con Redacted (2007), mandando in rovina la sua stessa carriera (da allora solo due film che nessuno ha visto, il secondo nemmeno è uscito nelle sale) e quelle di tutti gli attori coinvolti; questo è ancora peggio perché qui è tutto reale. La guerra ripresa da uno che prima faceva il direttore della fotografia e per tre anni ha mollato la telecamera soltanto quando imbracciava il fucile, documentando pure troppi momenti passati sulla breccia mentre la psiche lentamente si sgretola, i connotati cambiano, il sistema valoriale inesorabilmente finisce a brandelli. Dopo, viene solo voglia di mettere in loop (What’s So Funny ‚Bout) Peace, Love, and Understanding nella versione di Elvis Costello and the Attractions, a volumi disumani, per almeno un mese di fila.

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di Audun Amundsen

Una spettacolare parata di fuffaguru che il personaggio interpretato da Tom Cruise in Magnolia al confronto diventa un pilastro di rettitudine morale, con un twist diabolico che arriva prestissimo, nel momento in cui il regista inizia a empatizzare con alcuni di questi personaggi, e da allora in poi vedere quanto più in là riesca a spingere la barra dell’umanamente tollerabile diventa una prova di resistenza al cui confronto l’intera filmografia di Louis Theroux scompare in un attimo. È come trovarsi davanti a uno spettacolare incidente stradale che va avanti per oltre un’ora e quaranta minuti e non riuscire a distogliere lo sguardo. Da un punto di vista etico, una visione tra le più problematiche di sempre.

Magilligan
di Ross McClean

Un’ipotetica trasposizione filmica de I Sommersi e i Salvati di Primo Levi ma ambientata in Irlanda del Nord, senza i salvati e con un sommerso che ti tira giù con sé senza lasciarti il tempo di accorgertene. Ryan ha passato un’esistenza in galera, dentro o fuori è lo stesso: quando è fuori, fa di tutto per tornare dentro, e il più delle volte ci riesce. Non importa la natura dei crimini commessi (a malapena ne viene accennato uno, il primo), quello che conta è l’ordine, l’abitudine, la serie di consuetudini che trova dietro le sbarre, per contrastare il gran casino che c’è fuori. E quando scorrono i titoli di coda, arrivi a pensare che in fondo abbia ragione lui.

Something Familiar
di Rachel Taparjan

C’è abbastanza materiale per almeno tre documentari diversi qui, ognuno legato alla necessità di una famiglia biologica che però ha abdicato il proprio ruolo genitoriale, fin dall’inizio, senza uno straccio di spiegazione. L’indagine parte da lontano ma i filmati estrapolati da antiche trasmissioni televisive lasciano presto spazio al presente, a un ritorno al luogo di nascita che era un puntino sulle mappe e ora diventa l’inizio di una ricerca che si trasforma in un’inchiesta alla Zodiac di David Fincher, lungo una serie di vicoli ciechi da dove si ricavano, un frammento alla volta, storie di abusi e disinteresse in ogni declinazione immaginabile; una delle due protagoniste getta la spugna, e da allora per la regista diventa una questione personale, fino alla presa di coscienza e all’accettazione di essere nata non voluta, e alla sublimazione di questa evidenza attraverso un gesto filmico che è tra i più laceranti mai visti in senso assoluto. Aveva ragione Kurt Cobain: non è obbligatorio procreare.

Storie per Sandro
di Giacomo Boeri

Il tentativo di restituire la memoria a un malato di Alzheimer, mentre il morbo procede, tramite la messa in scena di storie fissate per iscritto dal protagonista appena scoperta la diagnosi e orchestrate dal figlio regista in una serie di scene ricreate su set che diventano il riflesso di ricordi la cui attendibilità diventa un puro atto di fede. Il risultato è uno strano incrocio tra Big Fish e The Act of Killing, senza le iperboli del primo e le indicibili atrocità del secondo, ma con le medesime tecniche narrative e un senso di umana dignità grazie al quale l’opera riesce incredibilmente a non scadere mai nello sciacallaggio, al contrario: restituisce l’amore di un figlio verso il padre con un pudore e una misura inimmaginabili, perfino ultraterrene per chiunque sia passato attraverso esperienze anche solo lontanamente simili.

Soap Fever
di Inka Achté

Quando il crollo dell’Unione Sovietica riduce letteralmente alla fame un’intera nazione dall’oggi al domani, per i finlandesi di ogni età Beautiful diventa il salvagente a cui aggrapparsi per continuare a stare al mondo. In questo scenario, la famiglia Forrester è più cruciale di un trattato di geopolitica, di una sigaretta o dei vangeli; in un flusso di immagini a zig-zag tra passato e presente impariamo quanto una soap opera yankee abbia plasmato in maniera irreversibile una parte del Nord Europa che ne porta ancora i segni addosso, e di riflesso ci si trova a fare i conti con il proprio vissuto personale e l’impoverimento generale che ha bastonato con la stessa virulenza ognuno di noi. Tra le visioni più stranianti di Biografilm 2026; la presenza di Ronn Moss in sala ha moltiplicato il senso di spaesamento a livelli incommensurabili.

Little Sinner
di Daro Hansen, Thomas Papapetros

Come in A Simple Soldier, c’entrano la guerra e i suoi effetti devastanti sulla psiche umana; come in Something Familiar, il tentativo di convivere con i traumi inflitti da una famiglia inadatta a procreare. Little Sinner è quando i suddetti temi entrano in collisione, il che può soltanto portare a una psiche ancora più frantumata. La protagonista (anche regista assieme al compagno di una vita) si porta in scena lungo venti e passa anni di conflitti attraversati come operatrice umanitaria o subiti tramite l’ombra lunga della madre da cui è scappata dopo l’imposizione di un matrimonio combinato che dire vessatorio è dire poco, che continua a condizionarne le scelte in un perenne ciclo di meccanismi di difesa che si attivano a ogni prospettiva di una vita tranquilla, portandola a ricercare situazioni in cui è la vita stessa a rischio, fino a una pacificazione che si immagina soltanto temporanea. La qualità di gran parte delle riprese fa sembrare The Blair Witch Project nitido e simmetrico più di un film di Kubrick (d’altra parte la tecnologia è soprattutto quella del 2006-2013), la frenesia che arriva in faccia in ogni secondo è la rappresentazione plastica di una riga del testo di Ball & Chain dei Social Distortion: puoi scappare per tutta la vita senza arrivare da nessuna parte.

The Revolution Will Be Televised – The Men Who Made Berlusconi
di Fabio Lucchini

Belluscone di Franco Maresco ha fissato oltre i bordi dell’infinito gli standard di ogni documentario che riguardi anche solo tangenzialmente il cavaliere. Per scansare il più possibile un confronto che si conosce impietoso in partenza, Fabio Lucchini sceglie saggiamente di concentrarsi piuttosto sui suoi cenobiti, in una serie di interviste a personaggi chiave per l’ascesa dell’impero Fininvest (con annessa la breve parentesi francese) e conseguente gestione del poi; mentre il segmento – fortunatamente brevissimo – in cui si parla di politica ha lo stesso spessore di un qualunque programma di LA7 da quando esiste, il prima e il dopo riescono a essere addirittura rivelatori, e la selezione di segmenti televisivi da un archivio che si immagina sterminato è azzeccatissima e francamente impressionante.