Processo partecipativo, stakeholder, co-design, co-progettazione: cosa ce ne facciamo di queste „parole insulse“ e fatte col timbro? Parte così Vetrina, la performance inserita nella rassegna Prossemica con la quale Laminarie, la sera di giovedì 26 marzo, ha scelto di intervenire nel dibattito cittadino sul futuro Museo dei Bambini e delle Bambine.
La compagnia che dal 2009 opera negli spazi del DOM, la Cupola del Pilastro, prende, quindi, posizione con il linguaggio che conosce meglio: quello dell’arte. E lo fa all’interno di uno dei tanti locali sfitti Acer del quartiere, in uno spazio scenico minimo, ma sufficiente per farsi sentire.
All’ingresso Bruna Gambarelli è di spalle mentre ripete un gesto compulsivo: timbra post-it. Come in una fabbrica delle parole, li marchia con quelle espressioni importate dal linguaggio d’impresa nella retorica politica: facilitazione territoriale, coinvolgimento attivo, governance condivisa, ecc. Poi dopo aver trasformando la platea in una sorta di focus group, i post-it finiscono in vetrina sotto la scritta „parole insulse“. «Adesso basta – dice – queste parole dovrebbero prendersi una vacanza da voi. Le avete usate troppo.» E citando Gianni Rodari, aggiunge: «Abbiamo parole per vendere, parole per comprare, parole per fare parole. Ma ci servono parole per parlare».
Da lì si passa in un secondo ambiente, una piccola stanza d’argento dove Fabio Del Zozzo recita un brano tratto da Venezia salva di Simone Weil: «Gli uomini d’azione ed avventura sono dei sognatori, preferiscono il sogno alla realtà, ma con le armi essi costringono gli altri a sognare i loro sogni. Il vincitore vive il proprio sogno, il vinto vive il sogno altrui.» La declamazione attraversa lo spazio come un monito: chi controlla il racconto controlla anche l’immaginario, dunque anche la possibilità stessa di agire. E a questo serve l’uso della forza, perché «le armi rendono il sogno più forte della realtà». Un messaggio che riporta subito alla mente l’esagerato dispiegamento di forze dell’ordine che nelle ultime settimane sono state chiamate a difendere il «sogno» dei vincitori.
All’esterno, infine, una piccola proiezione ribalta il quadro e mostra ciò che al Pilastro accade da molti anni: attività per bambini, laboratori, incontri, una pratica quotidiana di educazione culturale costruita con il quartiere.
Il messaggio di Laminarie è, quindi, netto: un Museo dei Bambini al Pilastro esiste già ed è quella comunità che produce vera partecipazione, relazioni e conoscenza oltre gli slogan. Non un nuovo sogno da co-progettare, ma una realtà da riconoscere, sostenere e potenziare.