Victor Kwality

Le città sono delle jam session

Geschrieben von Pietro Martinetti il 27 Juli 2021

Ph. Chiara Esposito

Volete fare un po’ di rumore? Chi è cresciuto a Torino sulla riva dei Murazzi del Po, ricorda di avere sentito il grido del gladiatore vocale delle notti drum and bass del sabato del Puddhu Bar. A metà anni duemila, Victor conduce una chart su MTV, ma poi sceglie di continuare a cantare, perché non vuole parlare di musica, vuole farla e agitarsi su un palco. Victor è il front man degli Ln Ripley, al fianco di Ninja dei Subsonica ha mischiato la drum and bass e il punk, le macchine e le batterie, ha realizzato due solo album con la Sugar di Caterina Caselli, come Victor Kwality, ha collaborato in prestigiosi featuring come Salmo, Linea 77, Gemitaiz, Nitro. Oggi il suo lavoro nelle sorgenti della canzone alternativa italiana si è ulteriormente articolato, da quando con l’amico Frenetik, cura la direzione musicale di Asian Fake, etichetta che ha nel suo roster nomi che negli ultimi mesi si stanno facendo molto apprezzare e sono in tour in questa ripresa distanziata dei concerti italiani, come Ginevra, Venerus e i due “nostralgici” da Milano, con gli occhi infiammati dall’ultimo San Remo, i ComaCose. Abbiamo incontrato Victor per parlare ovviamente di musica, della vita lontano dai palchi e della sua città, Torino, dove ha scelto di vivere in uno dei quartieri più multietnici: Aurora.

„La nostalgia può colpire chi è stanco, chi ha paura di affrontare il presente.“

 

Victor, tu sei un animale da palco e in Asian Fake ti sei recentemente anche seduto sulla poltrona del discografico. Com’è stata la vita con i palcoscenici spenti?

La discografia negli ultimi anni è un po’ cambiata, in Asian Fake ci occupiamo della musica e della creatività, ma gran parte del lavoro oggi è lo scouting, un lavoro ampio, che ruota intorno alla produzione della musica, di un disco, un EP.  

Pensando al mio lato artistico, la vita a palcoscenici spenti è stata sicuramente fuorviante e diversa, dopo quindici anni passati tutti i weekend, più di ogni weekend, a suonare, intrattenere le persone, una attaccata all’altra. Siamo finalmente ripartiti, con le sedute, in una forma più teatrale; sicuramente il pubblico che in questo periodo va ai concerti può avere maggiore attenzione e un maggiore ascolto della musica che si propone. L’anno davanti a noi sarà ancora così, con la musica un po’ più tosta ancora ferma, e questo penso possa aiutare molto quei tipi di artisti che non riuscirebbero a farsi sentire in una condizione di normalità. È stata sicuramente una vita diversa, diversa è la parola giusta.

In mezzo alle mille tempeste che abbiamo attraversato, il mondo indie pop e i musicisti sperimentali stanno scrivendo il canone della musica italiana di questi anni 20’. C’è stato un effetto generativo del virus, il lockdown, le zone rosse?

Non credo che il virus abbia influito sulla musica in sé. La musica alternativa e indie, dopo anni di dominio rap, stava già arrivando, era un’evoluzione abbastanza evidente. Noi come Asian Fake è da ben prima del virus che lottiamo questa battaglia e come ti dicevo prima sul ritorno dei concerti, gli autori un po’ meno street riescono ad avere la possibilità di essere ascoltati di più e dunque credo che lo stato di emergenza abbia accelerato questa transizione.

Sei un millenial, come artista hai cantato in inglese e poi in italiano, sei un nuovo italiano, con l’Africa nel dna. Sei anche un torinese, una città abitata storicamente da migranti. A che punto è l’Italia multiculturale?

Sicuramente non è al punto che mi aspettavo quando ero un bambino, nel senso che fatico ancora a vedere una multiculturalità “nord europea”. Ci arriveremo. Ho grandissima fiducia nelle nuove generazioni, lo vedo adesso quotidianamente, al di là delle classi miste dei ragazzi del liceo, anche nella musica e nell’arte. La strada della multiculturalità, oltre che attraverso lo sport, passa sicuramente attraverso la musica. Detto questo io penso che sia proprio una questione di numeri, di esseri umani, le persone che emigrano in Italia sono un numero basso; rispetto ad altri paesi, spesso non ci pensiamo, abbiamo una immigrazione limitata, semplicemente per un passato coloniale fortunatamente meno “glorioso”, ad esempio di quello di Francia e Inghilterra. Di conseguenza il processo di multiculturalità è più lento. Al di là di multiculturale, mi piacerebbe vedere un paese meno razzista, meno xenofobo, un po’ meno macista. Questi sono gli aspetti che mi preoccupano di più.

Torino. La tua vita d’artista è nata nella più bella epoque per la città e la sua notte. Ripensando a quell’epoca sei più grato o più nostalgico?

Sono senza dubbio grato, non sono un tipo nostalgico, non sull’evolversi di una città. La nostalgia può colpire chi è stanco, chi ha paura di affrontare il presente. 

Le città sono cicliche, ogni città ha il suo. Da Torino, Milano, Roma, Londra, New York, San Francisco; a noi è andata fondamentalmente di culo essere nel posto giusto in quel momento, come Milano lo è adesso o quantomeno prima della pandemia. E probabilmente se Torino non fosse stato il posto giusto, molte persone se ne sarebbero andate e per questo dobbiamo essere grati di essere nati in right time, right place.

 

Torino è una città di quartieri, tu ora abiti ad Aurora. È il quartiere intorno al fiume femmina, la Dora, ai bordi di Porta Palazzo, un’anima popolare e ora un quartiere di nuova Italia. Ti senti a casa?

Mi sento a casa più che mai, sicuramente. Io sono originario di Vanchiglia. Poi abbiamo abitato (con Viola) a Roma per tanti anni e quando siamo tornati a Torino non nego che ci mancasse un po’ il movimento della Capitale, ci sono molte più persone che vivono a Roma e di conseguenza, quando siamo rientrati, Torino ci sembrava un pochino più statica. E abbiamo cercato il quartiere che fosse più vivo, più colorato, più multiculturale, con più facce e ci siamo spostati a Porta Palazzo e poi in Aurora. Avevamo voglia di stare in un posto dinamico e credo che più di altri quartieri quest’area di Torino dia questa caratteristica alla nostra vita.

Aurora è un quartiere di integrazione, a volte di tensione, come nello sgombero nel 2019 dell’Asilo occupato. Quali spazi, associazioni, presidi sono più attivi per contrastare i problemi e favorire una felicità più diffusa?

Assolutamente Aurora è un quartiere di grande integrazione. Esistono realtà molto attive, dai ragazzi del Cecchi Point, che all’interno racchiudono diverse realtà come Officine Creative e come Radio Black Out, la Noir Gallery. Oppure lo Spazio che Non C’è,  in quel tratto di binario morto di corso Vercelli o mi viene in mente Storto Urbano, che è un’area verde davanti a due luoghi più conosciuti, il Cortile del Maglio e il Sermig, dove bambini e famiglie possono coltivare il proprio orto, prendersene cura. Ho trovato parecchie realtà molto, molto interessanti ad Aurora.

Aurora è anche un luogo dove sorge la Torino sacra, del suo santo sociale Don Bosco e la Torino mistica, al cimitero di San Pietro in Vincoli. Che relazioni hai con queste energie?

Sono sempre stato legato all’energia della città, in ogni modo. Sono sempre stato attirato dall’oscurità di piazza Statuto, come dalla solarità di Piazza Vittorio. Credo che sicuramente ogni quartiere ha una sua energia. Lungo la Dora c’è un’energia più rapida, più strappante, come il fiume che nasce torrente di montagna, un luogo più desiderante, meno dormiente di altri quartieri. San Pietro in Vincoli rimane uno dei posti più belli della città, ancora meno conosciuto alle masse, ci ho suonato molte volte e spero che si possa tornare a fruire al più presto perché un posto così magico è qualcosa di cui la città ha davvero bisogno.

Quando porti un milanese, un inglese, un romano o i tuoi amici ad Aurora, dove andate a mangiare? Dove li porti a bere? Dove andate per la musica e altre forme di agitazione culturale?

Beh sicuramente la piola Oltre la Frontiera dentro Cecchi Point è un posto buonissimo, gestito da ragazzi incredibili, alla Grande Muraglia, tra i più vecchi e ancora migliore ristorante cinese in città, o alla Bocciofila Mossetto, o alla Locanda sul Fiume, sul Lungodora Napoli. E poi consiglio un bar che si chiama Tiffany, all’angolo tra Via Cigna e Strada del Fortino gestito da Zhe e la sua famiglia, di origini cinesi. Sua mamma fa tutto a mano ed è davvero buono, uno dei miei posti preferiti, una gastronomia che prepara dei manicaretti davvero succulenti. E come non citare  i ragazzi africani su Corso Vercelli, dove puoi trovare specialità ganesi e nigeriane, a qualunque ora del giorno e della notte.

Altri tuoi luoghi del cuore ad Aurora? (giardini, bar, laboratori, fabbri, maniscalchi, shops)

Tutto il lungo fiume è un luogo piuttosto magico, mi piace passeggiare, mi piace guardare i vecchietti che giocano a scacchi lungo il tratto di Lungodora Napoli e Lungodora Agrigento. Ai giardini Madre Teresa, c’è un mio amico che organizza corsi di tennis per bambini meno fortunati, perché è ovviamente uno sport molto costoso. Da Afro Casa, sono anni che aiutano a trovare casa a chi molte volte si vede rifiutare persino una visita, per ragioni razziali, perché purtroppo ancora adesso non si affittano le case agli stranieri, come una volta non si affittava ai meridionali in questa città. Attendiamo il nuovo campo sportivo del Sermig, che verrà costruito nel tratto tra corso Emilia, Corso Vercelli e via Cecchi, una nuovo struttura sportiva che accoglierà migliaia di bambini, in totale serenità.

 

La tua biografia è anche molto legata, per il tuo percorso di lavoro e artistico a MTV, poi alla Sugar, ora ad Asian Fake, a Milano. La megalopoli Milano-Torino è la stessa città?

Direi di no. Non sono stato mai stato un grande amante dei paragoni tra città. Non mi piaceva il paragone Torino-Milano. Non mi piaceva il paragone Roma-Milano o il paragone Torino-Roma. Ho sempre avuto l’idea che nelle città sia necessario capire quando inserirsi. Io credo che le città siano un po’ come una jam session: devi arrivare un po’ all’orario giusto e una volta che sei arrivato, devi stare molto attento a cogliere l’attimo per entrare sul ritmo e iniziare a suonare, fare parte della stessa armonia, possibilmente creare qualcosa di bello insieme agli altri musicisti della jam session. E poi soprattutto devi essere bravo a sapere quando è il momento di uscire e andare via, magari da qualche altra parte, a meno che tu non sia diventato una sessione ritmica di quella città e anche quando si spegneranno le luci, il tuo ritmo continuerà a suonare e avrai deciso di rimanere lì.