Obiettivo della mostra è quello di trovare un dialogo e una narrazione con Carlo Gajani e i suoi spazi: fondazione-galleria e casa d’artista.
Il corpo – tecnologico, acquatico, cyborg – di Claudia Amatruda entra negli spazi della Fondazione, luogo che conserva la presenza dell’artista che l’ha abitato e che oggi accoglie una nuova forma del corpo come linguaggio.
L’allestimento, totalmente in penombra, è un omaggio alla camera oscura, rendendo la casa-studio un ambiente quasi teatrale: le sale restano scure mentre fasci di luce isolano fotografie, sculture, installazioni e video performance, per un’osservazione lenta e fisica.
Le opere trasformano lo spazio domestico in un ecosistema in cui il corpo umano e non umano è paesaggio, archivio e dispositivo di adattamento.
Fulcro della ricerca di Amatruda è l’ibridazione con gli strumenti d’aiuto resi necessari nella sua vita da una malattia degenerativa: non elementi sottrattivi, ma estensioni sintetiche che, assorbendo logiche rigenerative del mondo marino, propongono un’idea di corporeità futura e ibrida.
L’ingresso offre una prima occasione di confronto sullo stesso campo: la fotografia. Le figure ritratte da Gajani e Amatruda si misurano e si differenziano su più fronti, dalla scelta del medium al racconto politico che le fisicità narrate esprimono. Le fotografie si relazionano ad un archivio scultoreo, fotografico e illustrativo creato da Amatruda – frammenti raccolti e stratificati che permettono all’autrice di speculare sull’evoluzione umana e animale.
Proseguendo lungo il percorso espositivo, l’indagine fotografica si espande con l’installazione cinetica Autoritratto Cyborg n.1 – finanziata dalla Fondazione C.M. Lerici ed esposta per la prima volta in Italia: una vasca colma d’acqua sostenuta da una struttura metallica e attivata da un motore che ne genera un’oscillazione continua, senza mai provocare la fuoriuscita dell’acqua. L’opera articola una tensione permanente tra controllo e instabilità, configurandosi come il ritratto di un corpo umano e metallico, in cui l’acqua diventa metafora di adattamento e dipendenza dai dispositivi che ne regolano il movimento.
Nella camera da letto, immersa nel buio, emerge Pinna Nuova, una scultura in resina trasparente realizzata a partire dal calco della schiena dell’artista. Figura inesistente, a metà tra umano e mammifero marino, prende forma come una creatura mitologica: invisibile fino a quando la luce ne attraversa la trasparenza, rendendola visibile nello spazio.
Due video installazioni – realizzate durante una residenza artistica all’Istituto Italiano di Cultura di Stoccolma – occupano le nicchie dell’abitazione, mostrando il corpo dell’artista come luogo di trasformazione: la stampella si fa estensione vitale, una visita medica diventa uno spettacolo teatrale in cui il corpo viene messo alla prova e lo sguardo medico si trasforma in quello dello spettatore, fino a fondere i pensieri della paziente con quelli della dottoressa, esplorando trasformazione, limite e azione.
La mostra apre un dialogo tra le pratiche di Gajani e Amatruda, entrambe rivolte al corpo come dispositivo critico e politico. Un invito ad attraversare con la propria fisicità gli spazi alterati dal buio, elemento che costringe all’attenzione, ponendo così il visitatore e la visitatrice in una tensione spiazzante e liberandosi dalla normatività imposta ai corpi.
Orari:
Vernissage 3 febbraio 2025, ore 17.00 per la stampa e ore 18 per il pubblico fino alle 20.30
Dal 5 al 8 febbraio dalle ore 16.00 alle 20.00
L’8 febbraio in occasione di ART CITY NIGHT aperti fino alle 24.00.
Written by LR