Il 21 e 22 marzo l’Arena del Sole ospita, nell’ambito del progetto europeo Prospero New, l’autrice e performer tedesca Yana Eva Thönnes con “Call Me Paris”, spettacolo che ha debuttato alla Biennale di Venezia nel 2025.
“Call Me Paris” è un memoir teatrale che guarda agli anni Duemila, «l’ultimo decennio veramente misogino», raccontando l’ossessione per la celebrità che ha caratterizzato la generazione di quel periodo.
Classe 1990, Yana Eva Thönnes è regista, drammaturga e performer, la cui ricerca artistica si è svolta tra Giappone, Stati Uniti e India, è nota per il suo lavoro sperimentale che esplora il confine tra identità, cultura pop e memoria. Nel 2015 ha fondato il gruppo performativo THE AGENCY insieme a Magdalena Emmerig, Rahel Spöhrer e Belle Santos.
Call Me Paris: tra cultura pop e teatro anatomico
«Tutti dovrebbero divertirsi con la mia immagine». (Paris Hilton)
Tra biografia e finzione, Yana Eva Thönnes rilegge uno degli scandali simbolo degli anni Duemila: la vicenda della nota ereditiera statunitense e famosa it-girl, sedicente inventrice del selfie, Paris Hilton, vittima della diffusione del primo sex tape, One Night in Paris, pubblicato del suo ex fidanzato; dall’altro lato si intreccia la vicenda di una sedicenne ragazza tedesca di Bergisch Gladbach che vuole diventare come lei – le ruba lo stile, ne imita le pose, pubblica foto, vuole essere ammirata e desiderata. Entra in un mondo di finzione: le amiche ora la chiamano “Paris” – anche lei è coinvolta nella diffusione, senza consenso, di un sex tape.
Doppelgänger: sosia, in tedesco. Un’incredibile, inquietante somiglianza è il filo che unisce le storie di due ragazze, Paris entrambe, attorno a cui ruota lo spettacolo Call me Paris.
Sul palco la regista, drammaturga e performer tedesca esplora le vicende e i vissuti traumatici di queste due sosia dai capelli biondi e si propone di sviscerare il contesto di entrambi questi casi di cronaca: gli anni Duemila, con la loro misoginia e la rapida espansione di un internet onnipresente.
Vent’anni dopo, tra cultura pop e memoria digitale, “Paris” prova a ricostruirsi, nel tentativo di riconquistare il controllo della propria immagine e quindi di sé stessa, Paris si imbarca in un viaggio perturbante nel passato. Come è diventata Paris? Dov’è quel filmato? Se lei stessa non è che una copia dell’originale, chi è la ragazza nel video? Chi è la persona dietro il personaggio?
Afferma l’autrice:
“Quando mi chiedono di cosa parla Call Me Paris, di solito dico – Be’, parla del sex-tape di Paris Hilton. Ma è vero solo in parte. La it-girl statunitense, per me che all’epoca ero adolescente, era ovunque. Al tempo si entrava in contatto con la sessualità con i primi porno online in generale, e con 1 Night in Paris in particolare. Quel video era ovunque, senza che lei ne avesse mai autorizzato la diffusione. Cosa significa allora, se ogni paesino aveva la propria Paris? Allora, a dirla tutta, Call Me Paris è il mio teatro anatomico. È il tentativo di farsi un selfie quando c’è stato un furto d’immagine, è l’analisi di una proiezione violenta. È il body horror che incontra il risveglio dell’empowerment sessuale”.
Lo spettacolo mette in luce il confine sempre più sottile tra identità reale e immagine costruita, mostrando come il desiderio di visibilità possa trasformarsi in perdita di controllo e vulnerabilità.
Call Me Paris si muove tra memoria, cultura visiva e riflessione critica sul presente, interrogandosi su cosa resta quando il corpo diventa immagine condivisa.
Written by Valentina Scocca