Mentre al Pilastro il cantiere del museo delle bambine e dei bambini, ribattezzato Futura, è ormai partito, c’è una domanda importantissima che resta ancora poco discussa: che tipo di istituzione culturale sarà davvero questo museo?
Nelle ultime settimane il dibattito si è concentrato soprattutto sull’impatto urbanistico del progetto all’interno del parco Mitilini‑Moneta‑Stefanini, sul consumo di suolo, il taglio degli alberi e il conflitto con il comitato MuBasta. Paradossalmente però, mentre il progetto architettonico è definito nei dettagli – un edificio di circa 1.500 metri quadrati su tre piani che costerà 6,3 milioni di euro – quasi nulla sappiamo sul progetto culturale e gestionale.
L’unico elemento strutturato emerso finora è la presenza di un comitato scientifico, nominato dalla giunta nel 2023 e composto da Cristina Francucci, direttrice dell’Accademia di Belle Arti di Bologna (presidente), Antonella Agnoli, progettista di spazi culturali, Silvia Demozzi, docente di pedagogia all’Università di Bologna, Veronica Ceruti, capo area educazione del Comune, e Giorgia Boldrini, direttrice dei Musei civici.
Il gruppo accompagnerà lo sviluppo del concept educativo del museo nei prossimi anni, ma non esistono ancora documenti pubblici che ne definiscano l’impostazione scientifica o i contenuti.
Oltre all’ispirazione ai cosiddetti children’s museums – che nelle altre città italiane (Roma, Milano, Verona, Genova) sono però luoghi privati – le poche indicazioni disponibili al momento riguardano soprattutto l’organizzazione degli spazi: ristorante/bar a piano terra, sale multifunzionali per laboratori, atelier creativi, aree sensoriali per la prima infanzia e spazi flessibili pensati più per attività educative.

Ancora più incerta è la questione della gestione. L’amministrazione continua a parlare di “guida pubblica”, espressione rassicurante, ma che lascia spazio a interpretazioni di tutt’altro tipo.
Un museo “a guida pubblica”, infatti, non implica automaticamente un museo pubblico in senso pieno (come i vari musei civici) e non esclude, di conseguenza, l’intervento dei privati. Nel caso di Futura, perciò, questo è un passaggio fondamentale da chiarire, alla luce del fatto che il Comune di Bologna non ha al momento né le risorse per aumentare gli stipendi dei propri dipendenti né può assumere nuovo personale.
Chi soffre di più questa situazione sono, peraltro, proprio i musei e le biblioteche che, dopo aver lamentato a più riprese il cronico sottodimensionamento, nei mesi scorsi hanno organizzato una protesta al Cimitero della Certosa per denunciare la lenta morte della cultura pubblica.
La domanda che bisognerebbe porsi allora è: chi andrà a lavorare nel Museo dei Bambini se si fa addirittura fatica a tenere aperti i musei civici?
Il tema è stato sollevato anche in un comunicato diffuso il 5 marzo dalla FP CGIL di Bologna, che critica apertamente il progetto: «Si parla del MuBa come di una rivoluzione – scrivono i sindacalisti Marco Pasquini e Michela Arbizzani – dimenticando che le attività laboratoriali, di lettura e di educazione […] sono già garantite quotidianamente dai dipendenti comunali di Casa Gialla e della Biblioteca Spina».
Il punto, per il sindacato, è proprio il futuro della gestione: «Ci chiediamo e chiediamo all’amministrazione comunale: chi gestirà il MuBa? La risposta ci pare già scritta nei fatti che evidenziano un disinvestimento programmato sul personale».

La sensazione è, quindi, che il nuovo museo possa già nascere esternalizzato, affidato a fondazioni o soggetti privati, mentre il Comune manterrebbe solo una funzione di indirizzo. Una sensazione rafforzata dal precedente simile e molto criticato del Museo della Storia di Bologna a Palazzo Pepoli, gestito dalla Fondazione Bologna Welcome.
C’è, infine, l’aspetto della sostenibilità economica.
Un museo interattivo per l’infanzia, con laboratori, attività educative e servizi dedicati, comporta costi significativi. In assenza di personale comunale dedicato e con servizi probabilmente esternalizzati, l’introduzione di un biglietto di ingresso appare quasi inevitabile. D’altra parte è questo il modello tipico dei children’s museum europei: strutture molto frequentate ma sostenute da una combinazione di biglietteria, attività a pagamento, sponsorizzazioni e servizi commerciali. È lecito perciò chiedersi quali bambini e quali famiglie potranno goderne.