Nei giardini delle case popolari del Treno della Barca, da qualche settimana sono comparse alcune sculture composte di ferraglia: una rana, una tartaruga, un pesce palla, una foca, perfino un tonno da due quintali. A portarle in strada – anzi: a donarle alla strada – è Mirko Donati, scenografo e attrezzista con una lunga storia alle spalle.
Siamo in via Leonardo da Vinci, dove Donati è cresciuto ed è tornato a vivere da poco, dopo anni passati altrove, tra viaggi, lavori nel cinema e una serie di traslochi forzati. Il laboratorio non ce l’ha; salda in cortile, tirando giù un cavo dalla finestra, e ogni settimana porta fuori una nuova scultura fatta con ferro di recupero.
«Parto da quello che trovo, assemblo e vengono fuori le forme», racconta. Non c’è un progetto preciso, né una committenza e le opere finiscono nei giardini sotto casa, in mezzo alle aiuole e ai prati dei palazzi. «È una scommessa. Possono rubarle, romperle, portarle via. Io le metto lì e vediamo cosa succede».
Il gesto, in realtà, ha già iniziato a funzionare. Le sculture stanno diventando un piccolo caso di quartiere: foto, commenti, passaparola, persone che si fermano a guardare. L’effetto immediato, dice Donati, è semplice: abbellire uno spazio quotidiano e trasformarlo in un punto di incontro.
Dietro a questi animali di metallo c’è una storia che parte da lontano. Donati ha attraversato l’epoca d’oro dei centri sociali bolognesi, dall’Isola nel Kantiere al Livello 57, e negli anni Ottanta faceva parte degli autocostruttori, una scena informale che lavorava con materiali di recupero tra arte, design e performance. Erano gli stessi anni in cui si muovevano i Mutoid Waste Company, con cui condividevano estetica e pratiche, anche se su percorsi paralleli. «Spesso confondono il nostro lavoro con il loro – dice. Loro sono inglesi e sono diventati più famosi, ma l’arte del riuso e del fai-da-te in Italia esiste da sempre».
In quegli anni ha collaborato anche con realtà internazionali come Survival Research Laboratories e La Fura dels Baus, muovendosi tra scenografie, macchine sceniche e installazioni. Il ferro è sempre rimasto un linguaggio parallelo, una pratica portata avanti per quarant’anni e finita dentro case, strade, gallerie e spazi non convenzionali.
Oggi quella pratica torna in una forma diversa, più quotidiana e più vicina alla dimensione publica: «Mi piace l’idea di portare l’arte in strada, non nelle gallerie. Così è fruibile da tutti».
Nel giro di poche settimane, attorno a quelle forme di metallo, si è attivata infatti una rete. Il comitato di quartiere ha iniziato a coinvolgerlo, qualcuno gli ha chiesto di tenere corsi di saldatura, qualcuno ha proposto di raccogliere ferro da riutilizzare e ora addirittura c’è la proposta di far diventare tutti i giardini della Barca degli espositori d’arte. Donati, da parte sua, ha cominciato a immaginare un’officina condivisa, uno spazio dove insegnare a riparare le cose invece che buttarle: «Abbiamo perso tanti mestieri, tanti saperi», dice. «E invece servirebbero ancora».
Un’idea che si intreccia con quello che già succede negli spazi sociali del Treno, tra attività di integrazione, laboratori e corsi legati al quartiere. La donazione delle sculture, in questo senso, è un primo passo, un modo per mettere qualcosa in comune senza aspettare permessi o finanziamenti. E infatti da lì si sta allargando il raggio: il prossimo appuntamento sarà una sfilata di cani meticci organizzata con i residenti, pensata per coinvolgere bambini e famiglie e, allo stesso tempo, accendere l’attenzione sulla mancanza di uno sgambatoio dedicato agli animali nel quartiere.
Per Donati è sempre lo stesso filo: creare occasioni di incontro. «L’aggregazione è una fucina di idee – racconta. Metti una cosa in mezzo, e intorno succedono altre cose».



