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Tra le case popolari del Treno sono comparse delle sculture di ferro che vengono da lontano

quartiere Barca

Written by Salvatore Papa il 16 February 2026

Nei giardini delle case popolari del Treno della Barca, da qualche settimana sono comparse alcune sculture composte di ferraglia: una rana, una tartaruga, un pesce palla, una foca, perfino un tonno da due quintali. A portarle in strada – anzi: a donarle alla strada – è Mirko Donati, scenografo e attrezzista con una lunga storia alle spalle.

Siamo in via Leonardo da Vinci, dove Donati è cresciuto ed è tornato a vivere da poco, dopo anni passati altrove, tra viaggi, lavori nel cinema e una serie di traslochi forzati. Il laboratorio non ce l’ha; salda in cortile, tirando giù un cavo dalla finestra, e ogni settimana porta fuori una nuova scultura fatta con ferro di recupero.

«Parto da quello che trovo, assemblo e vengono fuori le forme», racconta. Non c’è un progetto preciso, né una committenza e le opere finiscono nei giardini sotto casa, in mezzo alle aiuole e ai prati dei palazzi. «È una scommessa. Possono rubarle, romperle, portarle via. Io le metto lì e vediamo cosa succede».

Il gesto, in realtà, ha già iniziato a funzionare. Le sculture stanno diventando un piccolo caso di quartiere: foto, commenti, passaparola, persone che si fermano a guardare. L’effetto immediato, dice Donati, è semplice: abbellire uno spazio quotidiano e trasformarlo in un punto di incontro.

Dietro a questi animali di metallo c’è una storia che parte da lontano. Donati ha attraversato l’epoca d’oro dei centri sociali bolognesi, dall’Isola nel Kantiere al Livello 57, e negli anni Ottanta faceva parte degli autocostruttori, una scena informale che lavorava con materiali di recupero tra arte, design e performance. Erano gli stessi anni in cui si muovevano i Mutoid Waste Company, con cui condividevano estetica e pratiche, anche se su percorsi paralleli. «Spesso confondono il nostro lavoro con il loro – dice. Loro sono inglesi e sono diventati più famosi, ma l’arte del riuso e del fai-da-te in Italia esiste da sempre».

In quegli anni ha collaborato anche con realtà internazionali come Survival Research Laboratories e La Fura dels Baus, muovendosi tra scenografie, macchine sceniche e installazioni. Il ferro è sempre rimasto un linguaggio parallelo, una pratica portata avanti per quarant’anni e finita dentro case, strade, gallerie e spazi non convenzionali.

Oggi quella pratica torna in una forma diversa, più quotidiana e più vicina alla dimensione publica: «Mi piace l’idea di portare l’arte in strada, non nelle gallerie. Così è fruibile da tutti».

Nel giro di poche settimane, attorno a quelle forme di metallo, si è attivata infatti una rete. Il comitato di quartiere ha iniziato a coinvolgerlo, qualcuno gli ha chiesto di tenere corsi di saldatura, qualcuno ha proposto di raccogliere ferro da riutilizzare e ora addirittura c’è la proposta di far diventare tutti i giardini della Barca degli espositori d’arte. Donati, da parte sua, ha cominciato a immaginare un’officina condivisa, uno spazio dove insegnare a riparare le cose invece che buttarle: «Abbiamo perso tanti mestieri, tanti saperi», dice. «E invece servirebbero ancora».

Un’idea che si intreccia con quello che già succede negli spazi sociali del Treno, tra attività di integrazione, laboratori e corsi legati al quartiere. La donazione delle sculture, in questo senso, è un primo passo, un modo per mettere qualcosa in comune senza aspettare permessi o finanziamenti. E infatti da lì si sta allargando il raggio: il prossimo appuntamento sarà una sfilata di cani meticci organizzata con i residenti, pensata per coinvolgere bambini e famiglie e, allo stesso tempo, accendere l’attenzione sulla mancanza di uno sgambatoio dedicato agli animali nel quartiere.

Per Donati è sempre lo stesso filo: creare occasioni di incontro. «L’aggregazione è una fucina di idee – racconta. Metti una cosa in mezzo, e intorno succedono altre cose».