Tutto quello che c’è da sapere su Live Arts Week V, ma non avreste mai osato chiedere

La settimana di Xing inizia venerdì 15 aprile con un prologo di 5 ore (!) e prosegue dal 19 al 23 fra performance, concerti e ''ambienti''. Bella ed enigmatica come sempre. Ce l'ha spiegata la direttrice artistica Silvia Fanti

Written by Valeria Raho il 15 April 2016
Aggiornato il 25 May 2016

Quest’anno è nera. È pece la quinta edizione di Live Arts Week. Dal prologo sino al congedo, una colata brillante scorre nel palinsesto dell’unico evento made in Italy dedicato alle live arts. Caldeggiato da Xing tra le sale del MAMbo, a partire da venerdì 15 aprile un blob di concerti, action cinema, set, design non identificato, lecture illustrate, microvariazioni ed ecosistemi impossibili sta per invadere Bologna fino a sabato 23 col suo odore forte, spesso ingrato. Ma non c’è da turarsi il naso: l’unico precetto in vigore, quando la macchina pilotata da Gianni Peng s’aziona, è quello di lasciarsi penetrare dal suo aroma, investire da questa dominante di colore e fare coriandoli della logica, buona a nulla per seguire l’andamento ondivago di una programmazione a dir poco anomala per formati, pratiche e durate delle proposte. Una ricerca che, con l’avanzare delle primavere del suo beniamino, si fa sempre più sopraffina, andando a piè sospinto su questioni irrisolte quanto immateriali, al limite del futuribile e dell’onirico, come lasciano intuire i contributi ospitati all’interno del quaderno-catalogo, che in questa quinta stagione svolge un ruolo non da poco nella codifica e decodifica delle opere e degli autori. Correndo a briglia sciolta tra le pagine, con licenza di qualche salto di senso, abbiamo intercettato Silvia Fanti per ascoltare il racconto di questo ritorno sulle scene di mister Peng, impastando alle sue sintesi una serie di ipertesti che possano essere utili per immergersi nella sua atmosfera, consapevole del fatto che Live Arts Week – di suo – sia pressoché indescrivibile e che vada semplicemente vissuta. Dal vivo ovviamente.

Ah, per chi se lo stesse ancora chiedendo: Gianni Peng è il nome che accompagna il festival nella sua crescita biologica, sta ad indicare il momento di queste transizioni. E’ un fenomeno, non una persona: un nuovo soggetto identitario, improbabile ma reale, da trattare come un concetto astratto.

ZERO – Questa edizione esordisce con una prima italiana ad opera di un autore già noto agli aficionados di Xing: mi riferisco al geniale Mårten Spångberg che per l’occasione debutta con un’opera a dir poco esperenziale. Ce ne parli?

SILVIA FANTI – Apriamo con Natten di Mårten Spångberg, un durational in pieno regime di oscurità. È un prologo di cinque ore sul nero, una tonalità che si ripete e ritorna anche nella settimana successiva all’opening. Difatti quasi tutti i lavori ospitati hanno come in sottofondo una sorta di sentimento pessimista-attivista. In Natten il nero rappresenta un’immersione nell’assenza di luce, di un buio che rende ogni aspetto indifferente. È una forma di sospensione temporale ma anche di giudizio smussato dalla mancanza di un sistema gerarchico e, fuor di metafora, un lavoro anticapitalista.

Più o meno così

È lo scontento generale, palpabile ad ogni livello del nostro quotidiano, il contrassegno di questa edizione, ma ci sono altre piste che possiamo seguire per capire in che direzione si sta evolvendo Gianni Peng, questa sorta di “mascotte-ombra” che segue Live Arts Week sin dalla prima ora?

In tutta la programmazione di questa quinta edizione manca un’idea antropocentrica. Vige un ordine paritario che pone oggetti, piante e uomini sullo stesso piano. Inoltre i lavori comprendono elementi scientifici e, di contro, anche spirituali. È palpabile una sorta di oscillazione, per usare un termine che riprenderà anche Florian Hecker, fra una dimensione materialistica e un sentire che però è irrisolto. Non a caso il lavoro che Alix Eynaudi presenterà, Edelweiss, è un rebus danzato, dove elementi sia oggettuali che corpi in movimento sono compresenti sulla scena, mentre spetta a chi guarda tessere connessioni. In Edelweiss le cose non rappresentano più loro stesse, ma si sciolgono per riconnettersi e diventare altro, per cui la dimensione artigianale, manuale, e del tatto assume una valenza particolare.

Qui il teaser

 

Molti altri lavori invece andranno verso la trasparenza, saranno minimi e oggettivi: come SexGodSex di Minoru Sato, musicista giapponese che si esibisce per la prima volta in Italia con un set costituito da elementi meccanici in grado di produrre melodie calde, amorose.

Le macchine di Sato

 

Ogni tassello in questa quinta edizione concorre a creare una sorta di quadratura del cerchio, che però viene puntualmente smentito dai lavori stessi, sempre più ibridi e con formati difficilmente etichettabili in una categoria, che ci portano ad esplorare nuove formule di senso come quella dell’action cinema o della lecture illustrata, in una direzione molto interessante ai fini della ricerca pura.

C’è un termine nel quaderno che ha colpito la mia attenzione: la chimerizzazione. Di cosa si tratta?

È un concetto introdotto da Florian Hecker, figura cruciale per la musica elettronica in Europa, i cui pensieri filosofici sono nutriti anche di un sapere scientifico puntellato da anni di lavoro all’interno del MIT, il Massachusetts Institute of Technology. Per chimerizzazione Hecker intende un trattamento. Nella trilogia che presenta per Xing trasporta la voce da un livello umano ad uno sovraumano rendendola sintetica attraverso una serie di algoritmi. Il suono non è più significato ma gonfio di significante. Attento anche alle tecnologie di ascolto, all’interno del MAMbo installerà degli speaker che, agendo su una dimensione di psicoacustica, provocheranno uno spiazzamento per il pubblico chiamato ad operare delle sintesi di quello che perviene loro all’ascolto. Una dimensione a dir poco spaesante, sognante per certi versi, per altri da incubo.

Qui l’audio di Chimerization

 

Tra i compositori una figura particolare è quella del norvegese Trond Reinholdtsen.

Reinholdtsen è un compositore di formazione contemporanea che ha autonominato istituzione il suo appartamento con The Norwegian Opra. Il suo obiettivo era quello di muovere una critica all’organizzazione della musica, sia classica che contemporanea, portando alta la bandiera del fai da te rispetto a un sistema asfittico. A Bologna presenta un ambiente affollato d’oggetti che riproduce il set del suo appartamento/opra sotto il nome di Ø, rievocando attraverso film e lecture questa particolare esperienza.

Guarda il sesto episodio di Ø

 

Tra le prime, fa capolino un italiano, il coreografo Marco Berrettini con un lavoro dal titolo che è tutto un programma: iFeel3.

Si tratta di uno spettacolo in cui il flusso continuo del movimento la fa da padrone. Per realizzarlo si è ispirato agli scritti di Ayn Rand, filosofa di origine russa cresciuta poi negli Stati Uniti, fonte di ispirazione per gli esponenti del capitalismo della prima metà degli anni Cinquanta. Una figura molto controversa: è stata la teorica del potere dell’egoismo in senso produttivo, facendo leva su uno sviluppo del Sé quasi alla Nietzsche. Un background interessante da cui Berrettini parte per elaborare la sua performance lasciandoci diversi approfondimenti all’interno del quaderno.

Qui il teaser

 

Sempre tra gli italiani, leggo il nome del collettivo ZAPRUDERfilmmakersgroup con L’invincibile.

È un lavoro su Ercole, sull’eroe e l’eroismo nella società attuale, inteso anche come forma di sopravvivenza. È una performance con immagini, e al contempo un film e un set che abbiamo definito action cinema. Quello che presentano a Live Arts Week è il primo degli episodi: il secondo sosterà da Santarcangelo dei Teatri concludendo le sue azioni in mostra al Maxxi di Roma.

Abbiamo iniziato parlando del prologo, non possiamo tralasciare l’epilogo della settimana affidata agli Invernomuto e al loro progetto di ricerca, Negus.

Quest’anno Live Arts week si chiude con una giornata interamente orchestrata da loro. Dopo una pubblicazione editoriale e un segmento video per il Premio Furla, gli Invernomuto presentano sabato 23 nel pomeriggio Negus, il mediometraggio girato tra Italia, Etiopia e Giamaica; mentre la sera è prevista un’esplosione del progetto che si materializzerà in una cerimonia alla presenza di alcuni guest, come Lamin Fofana, Primitive Art, Duppy Gun e di vocalist giamaicani. Un live set che è anche un ambiente, in cui condenseranno attraverso il video, la musica e gli oggetti, alcuni dei simboli della loro ricerca, e al tempo stesso un’espansione di quello che è stato condensato su supporto libro e film.

BOOOM!

Parliamo dei luoghi: che tipo di interventi e che approccio avete adottato? Rispetto al village approntato lo scorso anno nell’ex Ospedale dei Bastardini, come si presenterà il MAMbo?

Agiremo principalmente al piano terra, nella sala principale d’ingresso e negli spazi limitrofi. Qui ci saranno per tutta la settimana il set di Sara Manente con Canedicoda, che ha immaginato un ambiente popolato di pannelli e mobili, per riscaldare un luogo caratterizzato da grandi altezze e bianco. Allo stesso tempo non lavoreremo sull’accumulazione, ma cercheremo di conservare un certo equilibrio che possa permetterci di coniugare estetiche molto diverse tra loro lavorando sulla dimensione immateriale dello spazio. Per Chimerization, ad esempio, l’ambiente sarà tendente al vuoto affinché siano gli speaker a diventare gli oggetti attorno cui riunirsi. Adotteremo anche microvariazioni, spostando sedute ed elementi di design quasi invisibili agli occhi. L’unico segno monumentale all’ingresso sarà la scultura degli Invernomuto, una scala verso il nulla che guarda ad un giardino esotico di piante africane e giamaicane, introvabili in natura nello stesso habitat.

Mi sembra che il processo di ibridazione di Gianni Peng, quel tiro a cucchiaio come lo descriveva Farinelli lo scorso anno, sia diventato sempre più obliquo.

Si, esatto. Verissimo. E a questo proposito ti invito allora a leggere nel quaderno il subeditoriale di Francesco Cavaliere, che ha firmato anche l’identità visiva di Peng V: come sai, ogni anno invitiamo un nome che crediamo possa farsi interprete della sua crescita attraverso la scrittura. Quello di Cavaliere è uno sguardo interno, dal momento che è stato nostro ospite lo scorso anno. È un testo poetico, ma rende alla perfezione quella dimensione onirica, lasciando in sospeso la questione del buio e luce. E non perdere il reprint di Odradrek, un racconto di Kafka che Alix Eynaudi ha intercettato nel corso delle sue ricerche. È un oggetto non identificato. È fratello di Peng.