Il quartiere come scuola a cielo aperto: intervista a David Casini

quartiere Zona Universitaria

Written by Salvatore Papa il 15 October 2020

Place of birth

Montevarchi

Place of residence

Bologna

Per chi frequenta la zona universitaria David Casini è uno di quei volti che si incrociano almeno due volte al giorno per strada, alle feste, nei bar. A piedi o con la sua graziella, gironzola nel circondario respirando a pieno polmoni tutto ciò che lo circonda. Atteggiamento che ha un corrispettivo effettivo nella sua arte, “una modalità di estrazione – come scrive Joël Riff nel testo di presentazione della sua nuova mostra alla Galerie Valeria Cetraro di Parigi – per cui ciò che raccoglie è fagocitato all’interno di composizioni estremamente sofisticate. Sotto vetro, negli spazi delle teche o nelle superfici incorniciate, restituisce il mondo organizzato per indizi secondo impenetrabili ramificazioni”.

È successo anche con la sua ultima serie di lavori che racchiudono alcune istantanee del quartiere.

 

Come sei capitato a Bologna e perché hai deciso di restarci a vivere?

Una sera a casa di amici, colpa del gioco della bottiglia.

Da dove arriva il tuo interesse per l’arte? O meglio: quale artista volevi diventare quando hai iniziato e quale artista credi di essere in questo momento?

Domanda complessa. Quando iniziai a interessarmi all’arte contemporanea volevo diventare Italo Zuffi, poi con il tempo Wolfgang Tillmans e dopo un anno che vivevo in svizzera Urs Fischer: insomma tanta roba, col tempo mi sono accontentato, Casini va benissimo.

Non sei solo un artista, ma anche un grande artigiano. Il piacere di utilizzare determinati materiali si nota molto nelle tue opere. Quali sono quelli - i materiali - con cui ti trovi più a tuo agio e perché?

Sì, è così, lavorare i materiali manualmente mi piace molto. Ultimamente mi diverto in particolare a saldare l’ottone e a sperimentare con le resine epossidiche. Perciò materiali antichi e nuovissimi, non faccio differenze.

Un’altra cosa a cui sei molto legato sono i riferimenti esterni. In molti tendono a nasconderli, tu invece spesso cerchi di sottolinearli. Ricordo, ad esempio, quando mi raccontasti della tua Madonna Casini (detta anche del solletico), scultura che prende spunto da un dipinto del Masaccio. Che tipo di rapporto ti lega alla storia dell’arte?

Penso che per molti artisti sia inevitabile tornare con la mente alla storia dell’arte, antica e recente. E questo si riflette in maniera più o meno evidente nelle loro opere. Io ho deciso di esplicitare i miei riferimenti intitolando alcuni dei miei lavori come quelli di grandi capolavori del Rinascimento e dell’Arte Moderna, ispirandomi alle forme, ai colori, ai soggetti dei dipinti che amo. È una scelta ironica anche perché è quasi impossibile riconoscerne i tratti. In altri lavori i riferimenti sono più sottili e complessi, e solo con molta attenzione è possibile coglierli.

Vivi tra l’altro in zona universitaria, proprio in via Belle Arti. Com’è il tuo rapporto con il quartiere?

Un segno del destino, chissà. Adoro il mio quartiere, specialmente adesso che col tempo inizio a conoscere meglio lui e i suoi abitanti. Tanti ragazzi, sembra una scuola a cielo aperto.

Quali sono le tue tappe fisse durante una giornata-tipo lì nel circondario?

Beh, sedersi sulle antiche sedute in pietra della facciata del Palazzo Bentivoglio nel pomeriggio baciato dal sole, lo trovo un momento rilassante: prima o poi passa sempre qualcuno con cui fare due chiacchere.
Nel tratto di portico tra le vie Centotrecento e Mascarella c’è di tutto: l’edicola Belle Arti e la Premiata macelleria Landi, la Pizzeria Belle Arti con il mastino napoletano Ragù (chi sta meglio di lui?) e la gioielleria del mitico Cardetti, per non parlare di Coffee & Cigarettes. Sul lato opposto, si possono fare anche due lanci di pallina con la dolce Luna che passa tutto il giorno con il musetto fuori dal cancello.
Se poi si gira su via Mascarella c’è tutto un altro mondo ancora, con il MODO infoshop, il Cinema Odeon e il mini shop di dischi di Dj Balli all’interno del bar Stomp.

Sempre a proposito di riferimenti, se dovessi tradurre la zona universitaria in una scultura, quali materiali utilizzeresti?

Sai che l’ho fatto! Proprio recentemente, durante il lockdown, ho realizzato una serie di piccoli lavori in cui sono inserite alcune immagini iconiche del quartiere, nel raggio di azione di 200 metri da casa.

C’è, secondo te, un simbolo del quartiere?

Sicuramente i Giardini del Guasto, un posto metafisico con una storia incredibilmente interessante, nato sulle macerie del precedente Palazzo Bentivoglio e diventato negli anni Settanta un parco giochi sperimentale progettato proprio a partire dall’osservazione del comportamento dei bambini.