Una foresta, un hangar industriale, la luce del sole: immagini in cui qualcosa sembra immobile, ma che a uno sguardo prolungato rivelano un cambiamento continuo. È attorno a questa tensione che si sviluppa The Quiet Machine, la mostra che Fondazione MAST dedica a David Claerbout (Kortrijk, 1969), dal 29 ottobre. Curata da Francesco Zanot, è la prima grande personale in Italia dell’artista belga e riunisce nove film, tra cui due inediti, e dodici disegni, distribuiti tra il primo piano del MAST e un intervento site-specific al piano zero.
Partito dalla pittura, Claerbout ha progressivamente esteso la propria ricerca alla fotografia, al film e ai nuovi media, elaborando un linguaggio in cui queste discipline si combinano attraverso procedimenti tecnologici complessi. Fotografie realizzate in luoghi e momenti diversi diventano il materiale di partenza per flussi visivi costruiti attraverso modellazione tridimensionale, animazione, software generativi e intelligenza artificiale. Immagini realistiche e insieme artificiali, nelle quali la tecnologia non è tanto uno spettacolo da esibire quanto una struttura che rimane sullo sfondo.
Il tempo è uno degli elementi centrali del suo lavoro. Le immagini vengono sottratte alla successione rapida degli eventi e immerse in durate che possono estendersi per ore, fino a un’intera giornata, o proseguire potenzialmente all’infinito nei film generati in tempo reale dal computer. Il movimento si riduce, si dilata, talvolta diventa quasi impercettibile. Più che raccontare una storia, le opere costruiscono le condizioni per osservare una trasformazione, mettendo in discussione le abitudini di una visione sempre più legata alla velocità e al consumo delle immagini.
Anche il lavoro attraversa la mostra in diverse forme: quello delle persone che compaiono nei film, quello manuale e intellettuale dell’artista, quello delle macchine e dei software che rendono possibili le immagini, fino all’attività di chi guarda. «Non mi arrendo all’egemonia del montaggio», afferma Claerbout, interessato a «trovare un modo di guardare una superficie in movimento senza che l’osservatore sia costretto alla passività».
La natura, ricorrente nelle sue opere, non è mai nettamente separata dalla tecnologia. Foreste e strutture industriali, crescita delle piante e processi produttivi appartengono a uno stesso sistema di trasformazioni, in cui nulla è del tutto fermo o definitivamente concluso. È in questa continuità tra elementi apparentemente distanti che la mostra mette in relazione il mondo naturale e quello artificiale, senza ricondurli a una contrapposizione semplice.
I dodici disegni esposti offrono un ulteriore accesso al processo creativo. Ciascuno è legato a un film, ma non è un semplice studio preparatorio: diagrammi, annotazioni, figure e frammenti visivi registrano il formarsi di un’idea e ne seguono lo sviluppo. La complessità dei sistemi digitali lascia qui spazio al rapporto diretto tra pensiero, mano e segno. I disegni diventano mappe attraverso cui l’artista verifica il percorso compiuto rispetto al progetto iniziale.
Il titolo The Quiet Machine richiama così un modo di lavorare e di guardare che si sottrae alla necessità di produrre continuamente novità ed effetti immediati. Le opere di Claerbout, scrive il curatore Francesco Zanot, «non danno mai l’impressione di volere dimostrare qualcosa», ma funzionano come dispositivi che creano le condizioni per partecipare a un’esperienza. Non chiedono di distinguere continuamente il reale dall’artificiale, né puntano a perfezionare o smascherare l’illusione. Invitano, piuttosto, a sostare nelle immagini e a osservare il cambiamento mentre accade.
Scritto da LR