ven 09.11 2018

Transitional States: l'uso degli ormoni tra arte e scienza

Dove

MIT
Via Polese 22, Bologna

Quando

venerdì 09 novembre 2018
H 18:00

Quanto

free

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Sito web

They want to socialize you/They want to purify you/
They want to dignify, analyze and terrorize you/
This is love and you can’t make it/In a formula or shake me/
I’m your monster I’m not like you / All your life is written for you/
You’re messing with what’s sacred/ They want to simplify your needs
and likes to sterilize you
Call The Doctor // Sleater Kinney

Novembre è il mese della Transgender Awareness, è anche il mese del Trangender Day of Remembrance in cui si ricordano tutte le vittime di transfobia e in cui si celebra il benessere delle persone trans. Denuncia, riflessione, autocritica e affermazione. Prendersi cura delle proprie esistenze, indagare, interrogare e confrontarsi. Non è quindi un caso che proprio in questo mese a partire dal 9 novembre fino al 7 dicembre a Bologna, il MIT, Movimento Identità Trans, ospiti la tappa italiana di “Transitional States – Hormones at the crossroads of art and science“, un programma di eventi (3 dibattiti e una mostra) sviluppato e condotto dalla Dtt.ssa Chiara Beccalossi (Università di Lincoln) con il sostegno della Wellcome Trust. Tre dibattiti pubblici ai quali parteciperanno attivist@ tranfemminist@, storici, artisti, scrittrici, medici, filosofi e sociologi per sviluppare una conversazione sugli ormoni, in particolare il loro uso tra le persone intersessuali, transgender e persone non-binarie. La mostra di video arte internazionale “Transitional States” inaugurerà il 22 novembre alla Labs Gallery. Una collettiva di video arte, curata da Giulia Casalini e Diana Georgiou (Arts Feminism Queer): 14 artisti e collettivi che esplorano temi inerenti al mondo degli ormoni e questioni cruciali su come la società influenzi e regoli l’identità di genere. Importante esserci, ascoltare, partecipare. È un esempio, se ce ne fosse ancora bisogno, di come il MIT continui a produrre e portare cultura, politica, attivismo e benessere, questioni fondamentali che riguardano tutt@. È un esempio di come il MIT non sia solo uno spazio fisico ma di come sappia andare oltre le proprie vie e portici, di come abbracci, intersechi, intercetti le variabili umane e aliene, i satelliti sparati in orbita e poi abbandonati. È un punto di riferimento, è una presenza necessaria, un pilastro che regge, con sacrifici, sforzi e favolose risoluzioni, insieme ad altr@, la resistenza della vita LGBTQI, mainstream e non. Mentre i media indagano, se ne appropriano e scrutano. Dalla Ferilli che parla di vite costrette in corpi sbagliati, col tono sommesso di una suora antiabortista alle battute della nuova serie tv Heather (ispirata all’iconico film) in cui “al liceo ormai sono le ragazze e i ragazzi trans ad essere più popolari delle cheerleader”. Politicamente corretto e scorretto. Ironia postqueer e approcci anni 80, visioni transgenderfluid e atmosfere scabrose in tinte pastello. Dove sta il punto che fa la differenza? Dove sta la voce narrante? Di chi è la storia e chi la racconta? Messa in scena, filtro teatrale. Corpo sensibile. Corpo normato, arbusto, radice, salice amaro. Trasfigurazione. Esistenze negate, asportate, divelte. Il MIT ancora una volta ci dimostra e insegna che la presa di parola, è forte, chiara. Lama che fende l’aria. Necessaria. Offende, provoca, rimargina. Ha la forza dell’urlo di Diamanda Galas, ha la fragile emotività Anohni, la severa dissacrante ironia anti-bullshit di Baby Dee. Ha il fascino apolide e alieno di Nico. La selvaggia libertà di Nina Simone. Parola che non è mai stata data, concessa, regalata. È stata conquistata, poi rubata, reinventata. La storia di questa parola ci riguarda. Questa non è una dichiarazione d’amore, quelle sarebbero storie perfette e tracciate da capo a coda. Questa è una di quelle sussurrate e imperfette, in divenire. In trasgredire. Non mi è mai interessato essere rilevante, piuttosto mi ha sempre emozionata sentirmi parte, piccola e strana e non troppo bene incastrata, di qualcosa. E imparare. La presa di parola è una lezione imprescindibile. È la storia da continuare a urlare. Favolosa è una dichiarazione di gioia, di guerra, di vita, di lotta, di resistenza. Se potessi la canterei a cappella con la voce di Sinead O’Connor, turbata, agitata e cristallina. Piena di terra e bronzo. In this heart // Universal Mother (1994).
Info sul programma qui.

Scritto da Paolo Santoro