ven 22.11 2019 – sab 30.11 2019

37° Torino Film Festival

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venerdì 22 novembre 2019 – sabato 30 novembre 2019

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Un Bret Easton Ellis di ottimo umore, recentemente – era al Circolo dei Lettori di Torino per presentare la sua ultima fatica non-fiction ‘Bianco’ –, criticava l’ipocrisia annessa all’attuale clima “antitutto” sviluppatosi nel solco dell’alienazione social di questi anni Duemiladieci, ormai prossimi al tramonto. Non c’è soluzione, si può solo peggiorare; il futuro sarà sempre più greve, ha detto Ellis dinnanzi a una sala ammutolita composta prevalentemente dai suoi tanto detestati millenial e da perbenisti radical chic. Più opportuno, a questo punto, lasciarsi cullare da un passato sicuro, di celluloide, che va “Dal Dottor Caligari agli zombi”, come il titolo stesso della retrospettiva, centrale in questa edizione numero 37 dell’amato/odiato Torino Film Festival, in dedica all’horror classico a partire dagli anni Venti in su. Una copiosa selezione di tesori intangibili del tremore, ma quello autentico, appassionato, fatto con pochi mezzi e pochi giri di parole.
Prima di parlarne, però, vediamo cosa riportano certune anticipazioni, come al solito fornite con grande parsimonia. Film di apertura Jojo Rabbit, del neozelandese Taika Waititi (prego?), autore di Thor: Ragnarok (ah…) e del ‘mockumentary vampirico’ What We Do in the Shadows (uh…), con cui si aggiudicò il premio migliore sceneggiatura al TFF 2014. Il nuovo film di Waititi, si legge dal comunicato stampa, “è una satira sferzante e spiazzante del nazismo e dei suoi miti. […] Jojo Betzler è un bambino dolce e un po’ timido, con un grande amico paffutello e occhialuto, insieme al quale vuole diventare un perfetto giovane nazista. Perché Jojo ha un idolo, Adolf Hitler, che ha trasformato in un amico immaginario”.
Ok, abbiamo l’omaggio, quest’anno indirizzato a Mario Soldati tramite quella che sarà una successione di proiezioni e interventi in sala 3 del Massimo, ribattezzata dallo scorso anno “Sala Soldati”. (Preferivo quando le tre sale del mio cinema preferito di Torino, non è piaggeria, si chiamavano semplicemente Sala 1, Sala 2 e Sala 3). Detto ciò, lasciateci strabuzzare ancora un po’ gli occhi per la scelta del guest-director, che come forse avrete già letto altrove sarà Carlo Verdone. Per il pubblico è prevista “Cinque grandi emozioni”, la sezione da lui curata composta da Ordet di Carl Theodor Dreyer, Buon compleanno Mr. Grape di Lasse Hallström, Divorzio all’italiana di Pietro Germi, Oltre il giardino di Hal Ashby, Viale del tramonto di Billy Wilder.

Ciò detto, la graditissima retrospettiva non è altro che un lungo excursus che va dagli incubi chiaroscuri della Repubblica di Weimar, evocati nel 1920 da Robert Wiene con l’inviolabile Il Gabinetto del Dottor Caligari ai favolosi undead del capolavoro La Notte dei Morti Viventi (senz’altro più vivi dell’ultimo cast di Walking Dead, ormai sulla via del tramonto, a giudicare dalla decima stagione in corso). Oltre agli amati zombi incontreremo di nuovo Dracula, Frankenstein, L’uomo Lupo e Il Fantasma dell’Opera. Dai classici della Hammer Film, quindi, a quelli della RKO di Val Lewton (tra cui, ovviamente, Il Bacio della Pantera). Dalle allucinazioni macabre di Roger Corman alle streghe e alle vampire del gotico italico di Bava e Freda. “Si può fare!”, esclamava il dottor Frankenstein di Frankenstein Junior – la frase dà il titolo al trentasettesimo TFF -, in questo senso sulla possibilità scientifica di ridare vita ai morti.

A proposito del Fantasma dell’Opera. Sono ormai diversi anni che in sala stampa – tra gli inviati dei “giornaloni” che menano il pass, gli ex telegiornalisti Rai in pensione e le blogger antisesso -, mi imbatto in un sempre mite Paolo Mereghetti, quello del dizionario del Cinema (lo si preferisce di netto al rinomato concorrente, forse più popolare di lui, il cui nome inizia anch’esso con la “M”). Ogni volta mi ripropongo di congratularmi per il sagace cinismo che dispensa nel compilare le sue schede dei film. Proprio sul Fantasma dell’Opera, ma parliamo della versione indigeribile (lo dico a malincuore) diretta negli anni Novanta da Dario Argento, non le manda proprio a dire: “Gaston Leroux [autore dello storico e omonimo romanzo del 1910] si rivolta nella tomba: più che un horror, un soft-core per il mercato bulgaro che sprizza un cattivo gusto che supera l’umana immaginazione”. Come dargli torto, del resto.
Alla succosa retrospettiva è poi orgogliosamente legata l’immagine simbolo che adorna il manifesto del festival, con una foto della conturbante Barbara Steele in make up gotico e con un occhio coperto da una cascata di capelli neri. Un sentito omaggio all’attrice stessa, potente icona horror vintage dal fascino serpentino e dai tratti acuminati. La foto che la ritrae è uno scatto tratto dal set del cult Amanti d’oltretomba, diretto dall’italiano Mario Caiano nel 1965. All’epoca della sua diffusione nelle sale italiane, sembra doveroso riportare tale aneddoto, vi fu chi accusò la Steele di aver ispirato, col suo fascino perverso, un delitto passionale avvenuto dopo la proiezione in un cinema di Torino. Proprio una bizzarra casualità.
La Steele sarà presente al festival per accogliere il Gran Premio Torino 2019 ed anche per introdurre la proiezione dei film nei quali è protagonista (tra gli altri, Il Pozzo e il Pendolo di Roger Corman, L’orribile Segreto del dottor Hichcock di Riccardo Freda e l’irrinunciabile La Maschera del Demonio di Mario Bava). Classe 1937, dovremo accontentarci di ritrovarla nei suoi quasi 82 anni, ma portati con onore e grande dignità.

Scritto da Simöne Gall

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