Il diritto alla memoria, il controllo degli archivi e le narrazioni che hanno raccontato – e spesso rimosso – il passato coloniale italiano. Sono alcuni dei temi al centro di Se l’ascia dimentica, l’albero ricorda, il progetto che il 10 e 11 novembre porta a Bologna il regista etiope Haile Gerima, tra le figure più importanti del cinema panafricano e della diaspora, e Black Lions, Roman Wolves, la sua opera monumentale dedicata alle violenze coloniali italiane in Etiopia.
Dopo la presentazione alla Berlinale – Forum 2026, il film arriva in Italia nell’ambito di un tour coordinato da Daniela Ricci e Micaela Veronesi che attraversa Firenze, Torino, Roma, Bologna, Milano e Padova. A Bologna gli appuntamenti saranno due. Martedì 10 novembre, alle 10.30, il Cinema Modernissimo ospiterà la proiezione integrale, della durata di 531 minuti, alla presenza del regista che al termine, alle 19.30, dialogherà con il pubblico. Mercoledì 11 novembre, alle 18, il Gerima e la co-produttrice Shirikiana Aina saranno invece alla Biblioteca Amilcar Cabral per un confronto pubblico con diverse realtà cittadine. L’ingresso è libero, con prenotazione.
«Black Lions, Roman Wolves è un’ossessione lunga trent’anni», ha dichiarato Gerima. Il film affronta l’occupazione italiana dell’Etiopia e, soprattutto, la resistenza etiope dando finalmente voce agli uomini e alle donne che, a piedi nudi, portarono avanti la lotta. I loro ricordi, le loro testimonianze, i loro canti e le loro esperienze di vita mettono in discussione e correggono una ricostruzione storica rimasta a lungo dominata da narrazioni distorte e false rappresentazioni. Una storia ancora marginale nella memoria pubblica italiana, nonostante le conseguenze di quella stagione continuino a riaffiorare nelle relazioni con i Paesi del Corno d’Africa e nella persistenza di rappresentazioni e gerarchie razziali.
«Nulla può avere una forza se non prendi la storia per il collo», ha affermato il cineasta.

A spiegare il senso della due giorni bolognese è Gabriella Ghermandi, scrittrice e artista italo-etiope, da anni impegnata nel lavoro sulla memoria coloniale e tra le persone che hanno contribuito a costruire il percorso italiano del regista: «È stato un desiderio della società civile, che non è solamente legato a Bologna, ma a un movimento che c’è in Italia e che si chiama Yekatit 12-19 febbraio». La rete lavora da alcuni anni per ottenere una giornata di commemorazione delle resistenze al colonialismo italiano, organizzando iniziative in prossimità del 19 febbraio, anniversario dell’eccidio di Addis Abeba ordinato da Rodolfo Graziani nel 1937.
L’idea di portare Gerima in Italia è nata proprio durante uno degli incontri della rete, nel febbraio di quest’anno, quando il regista era alla Berlinale. Da lì il coinvolgimento di cineteche, università, festival, istituzioni culturali e associazioni, fino alla costruzione di una rete che ha permesso di sostenere economicamente il tour: «Abbiamo da sempre l’esigenza di avere una voce molto importante là dove noi sentiamo un grande silenzio. Un silenzio che riguarda anche il modo in cui il colonialismo viene ancora raccontato in Italia. Perché anche quando si critica quell’epoca, spesso si producono narrazioni autoreferenziali e autoassolutorie, come se la controparte non fosse importante considerarla nel dibattito. Lo abbiamo visto nelle puntate di Aldo Cazzullo dedicate al colonialismo in tv. C’è quasi sempre una totale assenza di voci etiopi, di storici e intellettuali del Paese colonizzato. Per la diaspora etiope, eritrea, somala e anche libica, avere Gerima significa, quindi, avere la voce che vorremmo sentire in questo Paese».
La questione della restituzione del punto di vista etiope si intreccia con quella degli archivi. Black Lions, Roman Wolves è, infatti, costruito anche attraverso materiali conservati negli archivi dell’Istituto Luce, il cui accesso, secondo quanto raccontato da Gerima, è stato ostacolato da lungaggini burocratiche e difficoltà di concessione, sintomatici di una volontà di occultamento della Storia.
A Bologna il confronto si inserisce in un percorso che da tempo coinvolge associazioni, ricercatrici, artiste e comunità afrodiscendenti. «Bologna cerca di costruire un nuovo corso», racconta Ghermandi. «Non è solamente la società civile: mi sembra che anche le istituzioni siano dei grandi alleati. Tanto è vero che adesso stiamo cercando di costruire un tavolo istituzionale decoloniale».
Tra le esperienze ricordate dalla scrittrice c’è la commemorazione del 19 febbraio, durante la quale, due anni fa, venne collocato in piazza Maggiore un grande manifesto con i volti di combattenti che avevano resistito all’occupazione italiana in Etiopia, Somalia, Eritrea e Libia. Un’iniziativa che suscitò una risposta inattesa: «Ci aspettavamo che lo strappassero il giorno dopo. E invece la gente portava candele e fiori. Sono rimasta sconvolta da questa cosa».
Accanto alla commemorazione, sono in corso progetti per dare spazio ad artisti afrodiscendenti, ampliare la programmazione cinematografica attraverso lo sguardo di persone con origini diverse e costruire strumenti istituzionali contro le discriminazioni. «Sono tutte tappe importanti della costruzione di una comunità che sa guardare al passato ma anche al futuro», conclude Ghermandi.