Chiudere la zona universitaria, chiudere tutto

Scritto da Salvatore Papa il 30 luglio 2019

È sempre stato chiaro a tutti che un po’ di intrattenimento non basta a risolvere i problemi della zona universitaria. E allora perché si dà così tanta responsabilità ai vari progetti estivi per piazza Verdi e dintorni? Se ne parla di nuovo in questi giorni, dopo un articolo del Corriere sul “flop” della nuova gestione. Gli imputati sempre gli stessi: degrado, pusher, venditori abusivi di alcolici. A lamentarsi, soprattutto, gli esercenti scappati dalle casette di legno in via del Guasto per colpa della microcriminalità che rende impossibile gli affari; oltre, ovviamente, ai poveri residenti disillusi dalle ennesime promesse di riqualificazione e agli stessi curatori della rassegna che si sentono le “vere vittime” di una situazione che non riceve ausilio da parte delle forze dell’ordine.

Insomma, ci risiamo: cambiano le soluzioni, restano i problemi. Ma quali problemi?

Quando si parla di zona universitaria, si pensa spesso a un magma indistinto di soggetti, dimenticando le singole istanze e pretese di ognuno di essi. Studenti, collettivi universitari, erasmus, associazioni, residenti, senzatetto, vigili, carabinieri e poliziotti, impiegati e lavoratori, baristi, ristoratori, negozianti stranieri, comitati, spacciatori, tossicodipendenti, venditori abusivi di birra: tutti hanno le proprie ragioni (legali o illegali che siano) e quasi mai le stesse. Affrontare i problemi della zona universitaria dovrebbe, quindi, significare affrontarli tutti.

Affrontare i problemi della zona universitaria dovrebbe, quindi, significare affrontarli tutti.

“La risposta è nella cultura” è il mantra che ci viene continuamente ripetuto (purché accompagnata da una corposa componente di forze dell’ordine in grado di garantire il normale svolgimento delle attività). Ma così dicendo, al netto dei risultati, viene quasi da pensare che la cultura non serva proprio a nulla. Eppure ciò che è mancato in questi anni è proprio un progetto culturale continuativo in grado di far dialogare le diverse anime dell’area. Un’impresa difficile soprattutto se la gestione dello spazio pubblico viene delegata con bando annuale e per pochi mesi a singoli soggetti, ovviamente impotenti davanti alla complessità di una situazione che richiederebbe uno schieramento di energie e competenze eterogenee.

Un’impresa difficile soprattutto se la gestione dello spazio pubblico viene delegata con bando annuale e per pochi mesi a singoli soggetti.

Vero pure che la responsabilità della convivenza civile non può solo ricadere sulla pubblica amministrazione, ma riguarda anche e soprattutto la comunicazione tra i singoli cittadini, spesso rinchiusi nei propri egoismi. Ma chi è disposto a rinunciare a un pezzo della propria libertà? O meglio, come regolare il limite tra le libertà? 
Un progetto culturale serio dovrebbe forse occuparsi di questa enorme questione, abbandonando per un po’ il concetto di piazza come vetrina o territorio di conquista per farne un laboratorio di incroci e inclusione.

Invece, bisogna constatare – ma questo non solo a Bologna – che la riqualificazione è quasi sempre sinonimo di investimenti che riguardano la ristrutturazione fisica delle strade e dei palazzi (vedi anche i 3 milioni di euro del bando R-Accordi per rinnovare l’edificio del Teatro Comunale che si trova lungo via del Guasto) o di opportunità monetarie. Ed è normale poi che chi non rientra dell’investimento scappa, lasciando la zona come l’ha trovata o peggio di prima. O che la bontà di un’iniziativa venga erroneamente confusa con il volume del suoi giro di affari. E ben vengano i progetti per l’estate, ma non bastano.

Quello di cui abbiamo bisogno è di cultura vera, di un processo di trasformazione immateriale che necessita di molto più tempo rispetto a quello che la politica è disposta a concedere. Altrimenti dovremo rassegnarci ad un’unica semplice soluzione efficace: chiudere la zona universitaria, chiudere tutto. E dietro l’angolo, molto probabilmente, c’è già qualcuno che ci sta pensando.