I favolosi fallimenti e ricordi di Palazzo Grassi

L'elogio dell'errore e della memoria si fanno pratica artistica (e ripensamento politico del contingente) nella fondazione lagunare di Monsieur Pinault.

Scritto da Giada Biaggi il 16 maggio 2020
Aggiornato il 21 maggio 2020

Errore deriva dal verbo errare; che significa vagabondare, deambulare senza una meta specifica. Non solo con il corpo, ma anche con la mente. Per sbagliare bene, è necessaria una dedizione certosina; bisogna chiudere gli occhi insieme a google-maps e degeolocalizzarsi dal contingente – dalle sue latitudini, dalle sue longitudini e dalle sue aspettative di successo arcuate su una parabola necessariamente ascendente. Su questa funzione ondivaga e, a suo modo, antifrastica scrive l’artista, editore e curatore olandese Erik Kessels nel suo Che Sbaglio! Come trasformare i fallimenti in successi e mandare tutto all’aria (Phaidon): “Fa male invece stare sempre seduti nel giardino bello davanti a casa; le idee migliori sono nel cortile sul retro”. Da giovedì 7 maggio, Kessels è il primo ospite di una nuova serie di atelier digitali per #PalazzoGrassiAtYours, il programma digitale di Palazzo Grassi elaborato per il periodo di chiusura delle sedi espositive. Il lab di Kessels, organizzato in collaborazione con MiCamera, si intitola Favolosi Fallimenti  ed è un vero e proprio esercizio calvinista in chiave social della pratica estetica dell’errore attraverso il mezzo della fotografia digitale. Ogni settimana i risultati artistici dei workshop proposti sui canali Instagram e Facebook e sul sito di Palazzo Grassi verranno condivisi nelle storie in evidenza – dando vita a un’esposizione digitale e riscrivendo, in questo periodo di emergenza, i confini formali e pragmatici della pratica secolarizzata dell’arte partecipativa; che potrà essere aggiornata continuamente per quello che riguarda ogni singolo artista-tondino, indipendentemente dall’inizio del laboratorio successivo. 

Kessels dà vita a un vero e proprio esercizio calvinista in chiave social della pratica estetica dell’errore, riscrivendo i confini formali e pragmatici dell’arte partecipativa

Un’opera di Erik Kessels

Prima dell’avvento di Instagram, Kessels ha insegnato al mondo dell’arte il valore della così detta found photography; la sua pratica artistica si fonda infatti sul post-produrre immagini analogiche e digitali scattate da altri. Il risultato di questa scelta a suo modo autoritaria di non produrre altro inquinamento visivo e portare avanti un atteggiamento ecologico nei confronti delle immagini si concretizza nella  rivista  Useful Photography – che tenta di dare un ordine editoriale a questa esperienza randomica – del resto, che cosmo sia anagramma di caos non è mica una novità; così come non lo è che la perfezione sia sempre un buon presupposto per la nascita di idee nuove.

Del resto, che cosmo sia anagramma di caos non è mica una novità; così come non lo è che l’imperfezione sia sempre un buon presupposto per la nascita di nuove idee

Un’illustrazione di Emiliano Ponzi

Per il secondo appuntamento da giovedì 14 maggio; l’artista in carica sarà l’illustratore italiano Emiliano Ponzi che si focalizzerà sul tema della memoria. Ponzi descrive l’imminente laboratorio che terrà per Palazzo Grassi: “I ricordi sono i frammenti delle esperienze vissute e con il passare del tempo definiscono chi siamo. L’atto di ricordare è l’atto del raccontare. Uno strumento sempre a disposizione per evocare i volti delle persone che abbiamo incontrato o che vorremmo incontrare e le emozioni che ci portiamo dentro. C’è una linea di confine dove il ricordo diventa fiction, sogno ad occhi aperti. Partendo dall’esperienza del lockdown, che ci ha forzatamente messo a distanza dagli altri esseri umani, realizzeremo sei ritratti di persone che vorremmo vedere guidati dalla memoria e dal desiderio. Nella nostra fantasia possiamo incontrare chiunque. Non importa che siano somiglianti, importa che ci evochino una sensazione”. 

“Nella nostra fantasia possiamo incontrare chiunque. Non importa che siano somiglianti, importa che ci evochino una sensazione” Emiliano Ponzi