Il racconto di Enrico Brizzi sul rapporto tra Bologna e la bicicletta

Lo scrittore supporter della campagna #Andràtuttinbici

Scritto da La Redazione il 14 maggio 2020

“Installa l’antivirus.” “Dai Aria.” “Dagli dei metri” e per tutti “Scegli la bici!”.​ Sono i tre slogan che caratterizzano l’avvio della campagna di comunicazione promossa dalla Consulta Comunale della Bicicletta #andràtuttinbici e che da ieri compaiono a Bologna sulle fiancate di 48 autobus, in 15 grandi cartelloni stradali posti ai principali snodi della città e sui manifesti di 100 bacheche.

Supporter dell’iniziativa è lo scrittore bolognese Enrico Brizzi, autore del mitico Jack Frusciante è uscito dal gruppo, che ha contribuito alla campagna con un suo racconto.
Eccolo qui.

BOLOGNA IN BICICLETTA

I vecchi dicevano che Bologna era un paesone, certi esaltati invece sostenevano che era una metropoli, ma secondo noi giovanissimi erano entrambe prospettive sbagliate: poche storie, Bologna era ​esattamente​ una città.
Risultava grande e varia a sufficienza da essere colma di luoghi che ai nostri occhi apparivano misteriosi ed esotici; d’altro canto, l’evidenza che i grandi riuscivano a traversarla in bicicletta da una parte all’altra costituiva la prova regina del fatto che non era poi così sterminata.
All’epoca l’unico spazio di libertà che ci toccava era il cortile, e anche se pedalavamo sotto la supervisione di un adulto restavamo confinati entro i limiti del quartiere. Solo in occasioni speciali ci si spingeva nel cuore del centro storico: raggiungere sulla nostra Atala ereditata da un cugino Piazza Maggiore, la fontana del Nettuno e l’ombra lunga delle Due torri rappresentava una gita di indubbio spessore, che prendeva nel ricordo i connotati di una vera e propria spedizione.
Molti erano i luoghi della città fuori dalla nostra portata, e i loro nomi erano pronunciati dagli adulti con la compiaciuta noncuranza di chi ha vissuto grandi avventure. Chi si era spinto fino ai Prati di Caprara, alla Croce del Biacco o alla Selva di Pescarola pareva, ai miei occhi, portatore d’un carisma non troppo diverso da quello che ammantava i miei zii giramondo quando rientravano, abbronzatissimi e soddisfatti, dai loro viaggi in autostop alla volta della Bretagna o di Istanbul, o da un turno di lavoro durato sei mesi a bordo delle grandi navi che facevano scalo a Ceylon e San Paolo del Brasile.
Che le destinazioni fossero reperibili sulle mappe a fondo arancio e fitte di nomi che si trovavano in appendice a Tuttocittà oppure sulle tavole a grande scala dell’Atlante, per noi faceva poca differenza: si trattava di posti lontani, di cui faticavamo a immaginare l’aspetto, gli abitanti e le tradizioni, così ci domandavamo se mai saremmo riusciti a vederli coi nostri occhi.
L’apprendistato durò anni, e a forza di spingere sui pedali vedemmo anche noi i quartieri più remoti, riuscimmo a compiere per intero il giro dei viali di circonvallazione; finalmente, dopo essere stati respinti più volte dalla rampa delle Orfanelle, conquistammo il Gran premio della montagna di San Luca.
Scendendo verso via di Casaglia, ci avventurammo fuoripista sino a raggiungere un luogo magico, dal quale la città appariva distesa sotto di noi come un grande animale accoccolato in pace, alla cui spalle si stendeva una pianura fumigante di vapori mitici.
Era quella, Bologna. La nostra città. Finalmente la vedevamo per intero, e sentivamo di volerle ancora più bene.
Oggi che sono passati tanti anni, vogliamo continuare a essere orgogliosi di lei. Ci piacerebbe ancora più bella, più giusta, più pulita. E il modo migliore per propiziare il miracolo ha nuovamente a che fare con le due ruote: chiediamo piste ciclabili sicure, ché anche i ragazzini di oggi e quelli che verranno possano scoprirla, meravigliarsene, amarla.

Enrico Brizzi