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Il riconoscimento Bologna City of Music UNESCO compie 20 anni: cosa farne oggi?

Scritto da Mauro Boris Borella il 6 ottobre 2026

Nel 2006 Bologna fu insignita del riconoscimento di Città della Musica UNESCO. Il 7 ottobre dello stesso anno ci furono i festeggiamenti ufficiali con un grande concerto in Piazza Maggiore che accanto ad alcuni ospiti internazionali come Patti Smith, mise sullo stesso palco Lucio Dalla, Luca Carboni, Samuele Bersani, Andrea Mingardi, Gianni Morandi, gli Stadio e altri bolognesi accompagnati dall’Orchestra Toscanini. Al di là del suo lato più popolare e mediatico, la Città della Musica si componeva però soprattuto di un tessuto fatto di piccoli e medi operatori, club e artisti che avevano contribuito a dotare la città di una propria riconoscibilità culturale. La storia di quel riconoscimento parte, infatti, “dal basso”. A spingere per la candidatura furono in particolare due persone: Emanuela Piga Bruni, all’epoca ricercatrice universitaria e oggi docente di Critica letteraria e Letterature comparate all’Universitas Mercatorum di Roma, e Mauro “Boris” Borella, proveniente dall’esperienza del Link Project già diventato Link Associated.

Come andò, com’è finita e come potrebbe ancora andare ce l’ha raccontato proprio Borella, in questo contributo.


Domenica scorsa, dal palco di Porta Pratello, durante la presentazione del suo libro Bologna non è un’isola felice, Salvatore Papa ha citato il sottoscritto ed Emanuela Piga Bruni, come involontari complici in correità di una storia iniziata vent’anni fa: quella del primo riconoscimento UNESCO ottenuto da Bologna, quando nel 2006 la città entrò nel Creative Cities Network come Città Creativa della Musica, prima città italiana a ricevere questo riconoscimento. Allora pensavamo di aver semplicemente aperto una porta internazionale alla cultura musicale bolognese. Non potevamo immaginare dove quella porta avrebbe portato.

Non l’ho vissuta come una provocazione. Mi ha fatto retro-riflettere su una vicenda alla quale avevo partecipato e che, riletta oggi, assume inevitabilmente un significato diverso.

Nel 2005, attraverso il Link Project, entrammo in contatto con la Global Alliance for Cultural Diversity dell’UNESCO e scoprimmo l’esistenza del nuovo programma Creative Cities, nato appena l’anno precedente. Ci sembrò una possibilità concreta per Bologna: non per costruire un brand, ma per far riconoscere internazionalmente una realtà musicale che esisteva già e che da anni produceva cultura, relazioni, artisti, eventi e innovazione.

Emanuela Piga Bruni era a Parigi per un DEA (un master) in letterature comparate e si mosse da lì per per capire direttamente come funzionasse il programma. Tornata a Bologna, dopo un primo passaggio con l’Ufficio Cultura del Comune che non ebbe seguito, incontrammo Roberto Grandi, prorettore dell’Università di Bologna e in seguito coordinatore dell’indagine Bologna City Branding, che ci indirizzò verso Benedetto Zacchiroli dell’Ufficio Relazioni Internazionali. Da lì partì il percorso istituzionale che portò alla candidatura ufficiale.

Il dossier mise insieme la lunga storia musicale della città e la vitalità della scena contemporanea. Il 29 maggio 2006 arrivò la risposta positiva dell’UNESCO. Bologna entrava così nel Creative Cities Network come Città Creativa della Musica.

Il 7 ottobre, in Piazza Maggiore, la nomina venne festeggiata con un grande concerto gratuito con Lucio Dalla, Luca Carboni, Samuele Bersani, Andrea Mingardi, Gianni Morandi, Stadio e l’Orchestra Toscanini di Parma.

Quello che allora non potevamo prevedere è che quel riconoscimento sarebbe diventato anche uno dei primi elementi di una nuova narrazione internazionale della città. Non stavamo facendo city branding, ma stavamo contribuendo a rendere Bologna riconoscibile nel mondo attraverso una delle sue identità più forti.

E quella porta internazionale si aprì davvero. Nel 2010 Bologna fu scelta per l’Expo di Shanghai, insieme a Venezia e Milano, nell’ambito del progetto dedicato alle Liveable Cities. Anche la sua appartenenza alla rete UNESCO contribuì a quella nuova proiezione internazionale.

È qui che capisco oggi la definizione di Salvatore Papa: siamo stati, nostro malgrado, involontari complici di un processo che allora non avevamo alcuna intenzione di costruire. Il riconoscimento UNESCO era nato per mettere in relazione Bologna con altre città e altre comunità creative del mondo, valorizzando una cultura musicale già esistente. Negli anni successivi quella riconoscibilità sarebbe entrata dentro il percorso più ampio di Bologna City Branding, fino alla successiva trasformazione dell’immagine della città nel brand City of Food.

Il libro di Papa, Bologna non è un’isola felice, ragiona anche su questa trasformazione dell’immagine di Bologna, sul rapporto fra identità, turismo, consumo e cambiamento della città.

Per questo, a vent’anni di distanza, mi sembra interessante ricordare cosa c’era dietro quella candidatura.

C’erano i musicisti, naturalmente, ma anche i club, i festival, le sale prova, i centri di produzione e le etichette. C’erano i Gaznevada e gli Skiantos, la Italian Records, la IRMA, la DFC, la Unhip Records e oggi realtà come Maple Death. C’era una scena capace di produrre musica e di farla circolare fuori Bologna. E oggi c’è anche la Sala della Musica di Salaborsa, che quella storia la conserva e la racconta.

Insomma, Bologna continua a essere Città Creativa UNESCO della Musica. E forse il senso di ricordarlo oggi non è celebrare un riconoscimento di vent’anni fa, ma capire se possiamo tornare a utilizzarlo.

Quindi più che un anniversario, questo potrebbe essere un buon momento per un go ahead: riprendere quella strada, rilanciare Bologna Città della Musica per riequilibrare il “brand Bologna” attraverso una riappropriazione dello spazio mangiato dal “food” e tornare alla musica per costruire relazioni, progetti e comunità.