Le opere del fondatore del writing Phase II a Bologna

quartiere San Donato

Scritto da Salvatore Papa il 13 dicembre 2019
Aggiornato il 5 novembre 2020

Dopo una lunga malattia, Lonny Wood, in arte Phase II, ci ha lasciati. Fondatore della disciplina del writing, il suo nome rimarrà per sempre legato alla storia della cultura street e hip hop. Sua l’invenzione del Bubble-Style, lettere dilatate e morbide che furono una delle più importanti innovazioni formali oltre il semplice tagging, e di un certo tipo di Wildstyle con frecce, barre e loop. Un vero punto di riferimento per chiunque si affacci ancora oggi alla pratica dell'”aerosol art”.

Phase II entrò per la prima volta in contatto con Bologna nel 1984 con la memorabile mostra “Arte di Frontiera: New York graffiti” curata da Francesca Alinovi. Ma fu negli anni 90 che il suo rapporto con la città si fece più intenso, a partire dall’incontro con il Link di via Fioravanti nel 1994 in occasione del festival-mostra “Dal Muro Alla Pelle” che presentò i lavori di diversi tattoo artists, writers e altri artisti underground.
L’opera che realizzò (in copertina) purtroppo oggi non c’è più, ma nel nuovo Link di via Fantoni è ancora presente un lavoro su tavola di grande valore realizzato per una Flava of The Year, storico evento cittadino dedicato all’hip hop. Da lì iniziò una proficua collaborazione con tutta la scena rap italiana, comparendo nei dischi Neffa & i messaggeri della dopa, Il mondo che non c’è di Chief & Soci, Nextraterrestrial dei Camelz Finnezza Click, L’anello mancante dei Neo Ex, La grande truffa del rap e Quinto Potere di Gente Guasta.

link-bologna

Nel 2012 Phase II ritornò a Bologna per il progetto Frontier realizzando un murale sullo Spazio Graf, in piazza Spadolini (zona San Donato). Claudio Musso, uno dei curatori, ricorda così quel momento: «Era molto riservato, ai limiti dell’immaginabile. Tant’è che volle disegnare di notte e in un periodo diverso da tutti gli altri artisti che avevamo invitato. In quell’opera ci sono delle parti che fanno riferimento a dov’è nato, al suo wildstyle ed elementi che nel tempo ha inserito nella sua arte. Volti, come quello di Bruce Lee, che fanno parte della cultura pop nipponica filtrata dalla televisione americana ed elementi tridimensionali installati fisicamente. Odiava la parola “graffiti”, preferiva “aerosol art”. Il writing era per lui un codice di comportamento, con regole precise, una filosofia di vita. E ricordo ancora la sua meraviglia quando raccontava di come un gioco creato da pochi ragazzi a New York fosse diventato un linguaggio diffuso in tutto il mondo».

Rimangono infine una grande quantità di disegni, tavole, autografi e regali privati lasciati negli anni ‘90 a chissà chi e chissà dove.