Sherwood Festival è tra noi

Una nuova edizione del festival indipendente: da Murubutu a Motta, da Subsonica ai Lacuna Coil, dagli Ska-P a Timo Maas.

Foto di Francesco Boz Sherwood photo

Scritto da Redazione Venezia il 7 giugno 2019

Immaginate che non vi fossero nemmeno i telefoni cellulari, che le decisioni su cosa fare la sera diventassero oggetto di infinite discussioni appoggiati al portellone di una macchina in qualche parcheggio poco illuminato, che non vi fossero nemmeno internet, il navigatore, i social, il tasto share, invita, mi interessa, parteciperò. Niente di tutto questo. Sembra l’alba dei tempi: ma già all’epoca loro c’erano. Un palco, un prato, qualche spina di birra, un po’ di bancherelle. Non se lo ricordano nemmeno i diretti protagonisti come è iniziato tutto questo: durante gli anni ’90 la festa di Sherwood si muove tra Parco Fistomba, parco Milcovich, Roncajette, l’ex Foro Boario di Corso Australia fino ad approdare nel 2000 nell’attuale sede. Una foresta in un parcheggio. «Radioestensioni conducono, Magneticamente azioni»… la sentite? Quella saltellante drum’n’reggae song dei Subsonica che celebra il ruolo delle radio libere? Qui dobbiamo arrivare. Anche perchè, in effetti, ci si arriva: con la data del 5 luglio, immancabili Samuel, Max Casacci e compagni tornano per l’ennesima volta su quel palco. Tanto giurassici, quanto imprescindibili.

Perchè questa presentazione parte dalla fine? Perchè non sono i trapper d’ultimo grido, le collanine alla caviglia, le canne fumate in collinetta, il pogo sotto al palco, i paninazzi che ti salvano la vita a notte inoltrata: andare allo Sherwood significa soprattutto entrare in una delle poche dimensioni rimaste a testimonianza, perchè no “resistenza”, o persistenza, della controcultura italiana. «Radioestensioni contagiano con libere informazioni». Se negli anni ’90 sei capitato in uno dei parchi di cui sopra è perchè, a un certo punto, mentre stavi a studiare a casa, o mentre eri in uno sperduto parcheggio di provincia, da Vicenza o da Venezia, incerto sul da farsi, ad un certo punto, l’antenna finiva per captare quel segnale malandato, quelle vibrazioni un po’ aliene, quelle inflessioni colloquiali: nomi di gruppi sconosciuti, un indirizzo e via. Si va. Non era un post algoritmico che qualcuno ti costruiva su misura: non era la scelta obbligata della pillola blu. Eri tu ad allargare i confini, a rompere la quotidianità, aiutato dalle voci che vagavano nell’etere. Sherwood è tutto questo, non un semplice calendario di concerti e appuntamenti, è il battito pulsante delle radio libere che nascevano negli anni ’70 che ha saputo mutare, adattandosi, e arrivare fino ai giorni nostri. Ecco perchè: Sherwood, così uguale a se stesso, così fuori moda, offre un’esperienza che non troverete nei patinati festival di questo periodo e nelle rassegne foraggiate attraverso enti pubblici e parastatali: avete almeno un mese di tempo per provare e scegliere.