Moreno Spirogi

Sabato 7 novembre 2015 c'è stata all'Estragon la festa per il trentennale della band bolognese, capofila negli anni 80 della rinascita del beat. Una storia di passione raccontata dal suo protagonista di sempre.

Scritto da Salvatore Papa il 3 novembre 2015
Aggiornato il 23 gennaio 2017

Era il 1985 e in una Bologna in pieno periodo punk un certo Moreno Lambertini – classe 1966, bolognese doc –  se ne usciva con una band fissata con gli anni 60: gli Avvoltoi. C’erano già stati i Poema Spirogi, esperienza di breve durata che gli aveva però lasciato il soprannome, ed erano appena passati da Pieve di Cento i Fuzztones, fra gli ispiratori del nuovo percorso. Spirogi e i suoi Avvoltoi avviavano così la rinascita del beat, incidendo poi nel 1987 l’album di debutto e pietra miliare Il nostro è solo un mondo beat. Il resto, come si dice, è Storia.

Una storia che sabato 7 novembre 2015 ha fatto tappa all’Estragon per festeggiare 30 anni di concerti e musica insieme ad amici vecchi e nuovi e, ovviamente, con il suo vero protagonista e autore: Moreno Spirogi.

1986
Nel 1986

 

ZERO – Come hai iniziato a fare il musicista? E da dove arrivò la passione per la musica beat?


Moreno Spirogi – Musicista è un parolone! Direi che questa risposta può viaggiare serenamente solo sul binario della passione.
 Della musica sono sempre stato innamorato, ha avuto per me un valore immenso ed è stata un’ancora di salvezza. In casa mia non è mai girata musica, così nella seconda metà degli anni 70 ho avuto un colpo di fulmine assoluto e incondizionato, non solo verso le canzoni, ma anche verso il supporto inteso come oggetto. In poche parole il Disco.
 Mi facevo comprare da mia mamma un sacco di singoli e appena ho potuto, i dischi ho iniziato a comprarli io.
Come “musicista” ho iniziato suonando la batteria, poi per un insieme di intrecci e situazioni particolari mi sono trovato davanti ad un microfono…ed eccomi qua.

E gli Avvoltoi come nacquero? E perché questo nome?
Era il 1985 e in quel periodo le situazioni ti cadevano addosso. Suonavo la batteria in vari gruppi dai generi più disparati, vivevo il mio sogno senza pensarci troppo. Le novità nella musica erano all’ordine del giorno, la crescita e i collegamenti erano spontanei. Un giorno entrai al Disco D’Oro, il primo negozio di dischi di Bologna a spacciare musica alternativa, dove ascoltai delle ristampe di gruppi sconosciuti provenienti dagli anni 60. Scattò qualcosa di forte e non fu difficile trovare dei compagni di viaggio. Inizialmente decidemmo di emulare le gesta di quelle bands. Così i Mister Mat & The Baby’s Mind iniziarono questa nuova e stimolante avventura che culminò nell’anno seguente con la nuova denominazione:
 Gli Avvoltoi. 
Il nome era sicuramente più appropriato alle intenzioni del combo, perché noi avevamo deciso di vivere questa avventura cantando in italiano.

1989
Nel 1989

 

Che rapporti c’erano con la scena punk? Com’era visto un gruppo come il vostro?
Guarda, io stesso arrivavo dalla scena punk. L’appartenenza giocava un ruolo primario, l’essere “diversi” spesso univa, raramente divideva. Di fatto molti di noi hanno scelto strade che periodicamente si riabbracciavano. La linea era importante, ma lo era molto di più il fatto di essere dissimili dalla massa.

La formazione della band è cambiata continuamente: è stata dura ricominciare con qualcun altro tutte le volte?
Più che dura direi stimolante, una continua forza aggiunta alla crescita del gruppo. In un gruppo che ha trent’anni di carriera, seppur con qualche periodo di stand-by, sono scontati gli stravolgimenti, soprattutto se l’attività non riesce a dare da vivere finanziariamente.
 La quotidianità a volte non permette il lusso di dare corpo e anima a un sogno, subentrano vicissitudini e a volte anche incomprensioni e anche per questo abbiamo perso molti amici durante il percorso.

1990
Nel 1990

 

La chiamavano Bologna La Rock: penso al libro omonimo di Lucio Mazzi. Poi cosa cambiò?
La geografia musicale e artistica della città, nel corso degli anni è cambiata. Prima la scena era autoctona e piena di inventiva, un cocktail interessante che di fatto ha sancito l’affermarsi di un apparato nato in maniera spontanea che è riuscito a farsi notare anche a livello nazionale. Bologna Rock era un marchio di fabbrica.
 Dalla seconda metà degli anni 80 la situazione è diventata più promiscua. Questa volta sono stati gli universitari a portare nuove esperienze, spesso integrandosi con i bolognesi e a dar vita a una nuova era altrettanto importante e considerata.

In quel libro si dice che il rock negli anni 80 da passione diventò un miraggio di guadagno e quella fu una delle cause del declino musicale della città. Che ne pensi?
In quel periodo c’era una visione completamente diversa da quella che conosciamo adesso. Eravamo tutti coscienti che si potevano aprire mille porte ma che si potevano chiudere anche velocemente. L’arrivismo era più passionale, non era esasperato. Certe situazioni che possono essere un traguardo adesso, prima erano il male, non esistevano destinazioni ben definite. Si percepiva fortemente una crescita generalizzata, c’erano ancora molte cose da inventare e soprattutto esisteva molto interesse e curiosità da parte dei musicisti stessi, ma anche degli addetti ai lavori.

Quale fu il disco che ti cambiò la vita?
Esistono varie fasi e quindi più dischi. Devo dire, per fortuna, che ancora oggi trovo canzoni o dischi che mi danno la scossa.
 La variante è: sono troppi! Comunque una risposta te la devo, citerò qualche artista: The Who, Il Balletto Di Bronzo, Giorgio Gaber, Aphrodite’s Child, Morricone, Cream e tantissimi altri.

Moreno 1990
Moreno nel 1990

 

E oggi cosa ascolti?
Ascolto tutto quello che ho acquisito nel corso degli anni, difficile riuscire a spendere poche parole per molti gruppi o artisti.
Rimango sempre molto legato al lungo periodo che va dalla seconda metà degli anni 50 fino agli anni 80. Poi davvero la musica è fatta di momenti e di stati d’animo, di ricordi legati a situazioni e di voglia di assimilare nuove emozioni.
 Spesso amo ascoltare cose distanti da quello che faccio.
 Vuoi dei nomi vero?
 Non riesco, ci vorrebbe un capitolo a parte.

Tu fai anche il dj: ti piace quanto stare sul palco?
Faccio il dj dal 1983. In quel periodo, fino a parte degli anni 90, si riusciva ad essere propositivi, anche perché la ricerca dei dischi te la sudavi e con estrema fierezza li proponevi in scaletta. Il pubblico aveva voglia di proposte nuove.
 Poi, ad un certo punto tutto si è appiattito. I ragazzi oggi possono facilmente scaricare brani da internet e proporre scalette in base alla situazione. Adesso tutti fanno i Dj’s (???) e ai gestori dei locali importa riempire, la proposta passa in secondo piano.
 Ultimamente lo faccio in maniera molto sporadica, quasi mai.
 Stare sul palco mi piace, altrimenti non avrei scelto questa strada, anche se devo ammettere che spesso starei volentieri in secondo piano.

Che rapporto hai coi negozi di dischi e di strumenti musicali in città?
Con i negozi di dischi ho dei rapporti pessimi! Nel senso che non ci devo entrare, altrimenti spendo tutto quello che ho in tasca. Trovo sempre qualcosa che mi può interessare o che mi incuriosisce e spesso acquisto anche delle gran cazzate o addirittura dischi che ho già. La vita è strana…

avvoltoi
Un concerto di qualche (poco) tempo fa

 

Qual è stata la sala prove che hai utilizzato più spesso?
Senza dubbio quella di Scandellara, ci sono nato, abbiamo organizzato festival ed è stata davvero parte della mia vita. Da un po’ di tempo a questa parte proviamo al Pepperland di Funo.

C’è una band o un musicista giovane in città in cui credi?
Ci sono tanti musicisti validi, è la proposta che manca. In questo periodo storico capisco sia difficile. Quando sei cantore del tuo tempo e il tuo tempo è funesto e catastrofico, risulta difficile essere propositivi. Manca il gusto e la sofferenza della scoperta, dell’arrivare piano piano alle cose, il “tutto e subito” fa male all’inventiva.
 Ma esiste anche chi sa navigare in queste acque.

avvoltoi-2015
Gli Avvoltoi oggi

 

Oggi qual è il posto dove vai a vedere i concerti con più piacere? E quale sarà il prossimo concerto al quale andrai?
Naturalmente dipende dai concerti. Solitamente vado al Covo, anche questo un luogo a cui sono estremamente legato sentimentalmente. Praticamente lo frequento da quando ha aperto i battenti.
 Il prossimo…direi il 7 novembre all’Estragon.

Hai scritto “sono un po’ come Cyrano: sono stato tutto ma lo sono stato invano”. Perché?
Era una battuta contestualizzata a non ricordo cosa. Probabilmente che con tutte le cose che faccio non vedo mai una lira, oppure che la passione è merce rara e in questo periodo non c’è tempo per questa idiozia.