Dalla “Bologna de merda” alla Bolognina per amore: intervista a Dario Dariotti

quartiere Bolognina

Scritto da Salvatore Papa il 11 settembre 2020

Qualcuno la ricorderà quella vecchia canzone uscita nel 2007 che faceva il verso alla Roma de merda di Remo Remotti. La “Bologna de merda” la cantava Dario Dariotti, fuorisede del litorale romano, che insieme a Alan D’Incà e Paco Casal, aveva per gioco creato quel piccolo tormentone cittadino. Dario oggi vive in Bolognina, di mestiere non ha mai fatto il cantante ma il disegnatore e sarà dall’11 settembre ospite di una mostra collettiva (Project Room Neutral) al museo temporaneo navile. Ci ha pure mandato un paio di tavole sulla sua prossima graphic novel “Ai confini della Bolognina“.

 

Ciao Dario, raccontaci un po’ di te, cosa fai e come mai ti trovi a Bologna?

Dopo il Liceo Scientifico andai in Marina, amavo il mare e navigare. Meno il contesto militare. Di stanza a Trieste scoprii l’esistenza del D.A.M.S. Venni ad iscrivermi in vista del congedo. Superai l’anno seguente l’esame per entrare in Belle Arti (non ho terminato né uno né l’altro). A Bologna vivo tuttora, e di lavoro mi occupo di interni, “dal bianco al trompe l’oeil” come son solito dire. Adoro decorare a calce.

Cos’è cambiato da quella “Bologna de merda” che cantavi diversi anni fa?

Parafrasando la canzone – della quale, ci tengo a dirlo, non ho scelto io il titolo, a me piaceva più “Bologna sul mare”, o anche un semplice “Bologna Addio” -, non c’è più Cofferati, ma è sempre in mano ai vigili urbani. Pare esistano ancora i goliardi ma non la Street, il tabaccaio col busto di Mussolini ha ristrutturato, e lo Zanzibar credo sia sempre a Ravenna. In ogni caso la scrissi nel 2007 e i cambiamenti a Bologna erano già in fieri. Bologna è un’isola felice, certo, ma anche le isole hanno a che fare con la terraferma.

Poi come sei capitato nella Bolognina?

Per amore. Un amore finito, una casa che volevo lasciare. Un amore iniziato, con lei nata e cresciuta in Bolognina. Abbiamo cercato qui un monolocale per me. Poi è finito anche quello d’amore. Ora, felicemente single, convivo col gatto.

Se dovessi cantare qualcosa sul tuo quartiere, quali sarebbero le prime cose che ti vengono in mente?

Cantare fu un episodio estemporaneo. Oggi, al limite, canto cover solo al Cotechino d’Oro, che ahimè quest’anno è saltato. Il quartiere più che cantarlo lo disegnerei, anzi in realtà l ‘ho già disegnato in una delle varie graphic novel che ho nel cassetto. “Ai confini della Bolognina” è il titolo. Ti giro un paio di tavole.

Com’è invece essere artisti a Bologna oggi?

Non amo la definizione “artista”. Mi ritengo un disegnatore che ha faticosamente imparato a colorare. Se nella vita ho “naturalmente” frequentato l’underground, come pittore sono un outsider. Del resto lo sarei stato in qualsiasi posto. La mia artisticità è ovviamente inscindibile dalla mia personalità. Potrei rispondere a com’è essere Dariotti. Ma non è questa la domanda.

A breve sarai ospite di una collettiva nel museo temporaneo navile. Cosa porterai lì e com’è evoluto il tuo lavoro fino ad oggi?

Alla mostra a cui sono stato invitato porterò un quadro eseguito quest’anno in un solo pomeriggio. Ecco, la rapidità di esecuzione è già un evoluzione di per sè. Sono passato da ambientazioni esterne, linee d’orizzonte con elementi “traccia” a volte allineati in primo piano, agli interni. Interni che chiamo “Stanze”, concepite come Celle, nell’accezione informatica del termine, in cui assisto, quasi come uno spettatore neutrale, il disporsi in elegante equilibrio di figure cangianti e multiformi. Celle quindi dove si materializza la creazione, racchiusa come una divinità nel tempio. Celle come approdi.

La mostra si fa una domanda: qual è oggi la funzione di un museo d’arte? Considerato che l’area in cui sorge la  “trilogia” rimane una ferita aperta nella Bolognina, qual è secondo te la funzione di uno spazio d’arte in un luogo del genere?

La zona mi piace molto, la trovo metafisica e per questo si sposa bene con i miei lavori. Specie nelle giornate torride, oppure uggiose, mi dà un senso incredibile di libertà, che poi è la cosa più importante per me, così com’è, circondata da territori inesplorati. Ed anche questo aspetto è vicino alla ricerca artistica. Riguardo al museo temporaneo navile, credo ci stia benissimo con quel tipo di ambiente, per la volontà di esplorare e ricercare. Poi credo che una galleria possa nascere anche nel deserto e avrebbe comunque senso. Con questo, ovviamente, non voglio dire che quell’area è il deserto, ma un territorio di confine sì, e una delle funzioni dell’arte è proprio quella di abbattere i confini.

Quali sono i tuoi luoghi preferiti del quartiere e cosa ti aspetti dal suo futuro?

Vorrei rispondere con una premessa: arrivo come fuori sede in città e non mi sono mai sentito “bolognese”. Da otto anni mi sono trasferito da Bologna in Bolognina, la città nella città. Qui, appena varco quel ponte della stazione, o giro da Zanardi in Carracci, o taglio Stalingrado (evitando di guardare l’Unipol), ecco, mi sento a casa. La Bolognina ha la sua piazza, ha la sua stazione se ci pensi, che il memoriale degli skateboard sembra indicare, c’ è quel museo al parco della Zucca che è un luogo sacro, e quella cattedrale trapiantata di peso dal deserto, messa lì a monito, ora bilanciata dal Comune nuovo. Ad ovest le praterie di villa Angeletti che si allontanano con il canale, fin dove è successo un fattaccio di cronaca, ad est i giardini delle ferrovie e via su per Stalingrado coi suoi locali notturni che basta attraversare la strada. Qui in centro ha pianto Occhetto e c’è l’ippodromo e non lo stadio per fortuna. Qui è nato il Link, qui hanno staccato pezzi di muro come a Berlino. Qui c’è stata una battaglia, e lo sgombero Telecom, settanta anni dopo. È questo quello che canterei/disegnerei per finire di rispondere alla domanda precedente: la Bolognina racchiusa da luoghi che fanno da confine, essa stessa terra di confine. Un quartiere vivo, nel bene e nel male. Mi aspetto che lo rimanga. E poi, semplicemente, sembra un po’ Roma.