Do.ma.ni.

Immagini, musica e immersioni del format di Massimo Carozzi, Federica De Pascalis e Nicolas Emanuele Maria Albanese.

Scritto da Salvatore Papa il 19 marzo 2019
Aggiornato il 13 maggio 2019

Venerdì 22 marzo si conclude al Sì la stagione/residenza di Do.Ma.Ni., il trio formato da Massimo Carozzi, Federica De Pascalis e Nicolas Emanuele Maria Albanese. Ma che cos’è Do.Ma.Ni.? Nella pratica un contenitore iper rilassante di suoni e immagini, tante immagini. Per dirlo, invece, con parole loro: «è una centrifuga di immagini catturate dalla psicosfera collettiva, una selezione di musiche e suoni possibili ed impossibili, un ambiente mobile, aperto ed empirico, dedicato alla sperimentazione visiva, sonora e relazionale. Un accumulatore seriale di memorie, sommatoria astratta, apologia di Arnold Schwarzenegger, condominio di archetipi, elogio vivente a Chloë Sevigny, blob anfetaminico, scala di Shepard».

Prima di salutarli e rimanere con il dubbio di non aver capito bene, gli abbiamo fatto qualche domanda.

 

Innanzitutto, che cosa intendete per psicosfera collettiva?

La psicosfera collettiva è una forma di sapere inconsciamente condiviso e in termini generali dovrebbe rappresentare quel collante identitario presente in ogni forma associativa.
Ma il verbo condividere quando viene declinato entro i termini della sfera social implica anche una componente attiva, sempre più diffusa, un’attività che circolarmente modifica quello stesso ambiente che le dà impulso.

Sappiamo che Do.ma.ni. è un acronimo che sta per Domenica, Massimo, Nicolas poiché tutto inizia come incontro domenicale mensile nella caffetteria del Sì. Ma io ci vedo anche il richiamo a un futuro la nel caos. È così?

Sì, Do.ma.ni. è nato proprio così, due amici che condividono un po’ di musica in caffetteria.
Ciò che ha profondamente cambiato il tipo di rappresentazione che oggi proponiamo è stata l’introduzione del Grimorio ovvero delle immagini: la seconda sede che ci ha ospitato (l’ex Kinodromo) aveva un bellissimo proiettore e un’enorme parete bianca. Abbiamo cominciato subito ad utilizzarlo e Federica è entrata a pieno titolo nella formazione.
Ad ogni appuntamento ognuno di noi riversava in un cartellone condiviso il contenuto della propria esperienza telematica, un blob se vogliamo, che con l’idea di casualità e caoticità ha notevoli punti di contatto.
Se siamo degli archiviatori seriali allora il caso e il caos sono i vettori del nostro flirt con la serialità.
Il richiamo al futuro, forse, può venire attraverso una pratica divinatoria compiuta sulle immagini che si succedono nelle nostre proiezioni: guardare quelle immagini come un tempo gli auruspici esaminavano le viscere degli animali per trarre segni, indicazioni, prospettive sul futuro.

Parlando sempre di immagini (e di messaggi), la sovrabbondanza alla quale siamo esposti ha effetti sul nostro cervello che si ripercuotono sulle nostre scelte e sui nostri comportamenti. Parlo di attenzione, capacità di analisi e sintesi e di tante altre cose che sono oggetto di studio per i neuropsichiatri. È forse il motivo per cui la prima sensazione che ho provato durante uno dei vostri appuntamenti è stata di angoscia e disagio. Ma la cosa ancora più interessante è che nel flusso il cervello mi è andato tipo in stand-by e ho avuto una sensazione di relax fantastica. In quel momento ho sentito (nel senso più profondo) molto meglio la musica.

Questo è un meccanismo che ci interessa molto: lambire il confine esistente tra la fruizione conscia e quel cortocircuito cognitivo a cui fai riferimento.
Ci hanno fatto notare che la cadenza di successione delle immagini (da noi arbitrariamente e immutabilmente fissata a 4 secondi) agevola il processo, perché il tempo di latenza delle forme e dei colori nel cosiddetto taccuino-visuo spaziale (uno dei componenti del Modello Tripartito su cui poggia la teoria della memoria a breve termine) è di circa 2 secondi. Quindi la metà esatta del tempo di osservazione di una nuova immagine deve anche fare i conti con la “cache” di informazioni visuali legate all’immagine precedente! Le immagini si succedono e si sovrappongono con la musica in un perfetto rapporto temporale.

Cercate comunque di costruire una narrazione o è tutto lasciato al caso?

Condividiamo di volta in volta alcune idee di base ma non ci poniamo grossi vincoli di carattere drammaturgico da rispettare.
Vero però che il Grimorio è volutamente punteggiato da argomenti e richiami ripetuti, suggestioni che tornano come suoni riconoscibili che cercano di insinuarsi nel flusso associativo in cui lo spettatore è immerso.

Rispetto alla musica invece, come la scegliete e quali sono le vostre fonti di ispirazione?

Ci muoviamo nel solco della cosiddetta musica sperimentale.
Oggi è comunemente inteso come un genere, experimental music, ma il significato originale del termine era molto più interessante perché strettamente legato a una visione particolare ovvero alla necessità di spingersi ad esplorare luoghi sconosciuti ed incerti.
È una pratica che si situa fra il dj set (scegliamo generalmente materiali altrui pescati nei nostri archivi sonori) e il campionamento in tempo reale. Privilegiamo la ripetizione e il fuori sinc, anelli e sequenze di suoni che si rincorrono e si sfasano senza soluzione di continuità.

La residenza al Sì che obiettivi ha?

Il Sì è un ambiente ideale per strutturare le nostre attività e la natura stessa del concetto di residenza: il teatro ha un impianto magnifico e una spazialità che conferisce all’output sonoro proprietà immersive non facilmente ottenibili altrove.
Il carattere sperimentale della residenza ci ha spinto anche verso la possibilità di raccontare una storia (Infolio, una delle nostre ultime aperture al pubblico, era di fatto un tentativo di narrazione in chiave do.ma.ne.sca. di un classico della letteratura e del cinema: il Moby Dick di Melville/Houston).

Come si è evoluto in questi mesi e quali possibili evoluzioni vedete nel futuro?

Innanzitutto la continuità delle esibizioni ci ha permesso di prendere maggiore confidenza con strumenti e tecnologie che non conoscevamo soprattutto in termini di gestione di una proiezione incentrata su sequenze potenzialmente lunghissime di immagini.
Anche l’apparato sonoro è cambiato profondamente: l’obiettivo era quello rendere meno riconoscibile (principalmente attraverso il sampling dal vivo) la struttura dei brani utilizzati e questo ci ha spinto verso una forma ibrida che non è identificabile né come un dj-set né come un live.

Quali sono le linee guida che date ai vostri ospiti? Gli fate un wetransfer di 24 ore con tutte le immagini?

Gli amici che ci hanno affiancato nel corso della residenza (Stefano Pilia e Gaspare Caliri) si sono integrati alla perfezione in un meccanismo che già avevano visto in funzione. È stato sufficiente passare qualche ora insieme ad ascoltare dei dischi dentro il teatro vuoto.

Ci date una selezioni di 10 tra le immagini più perturbanti che avete?

C’è la possibilità che tutto questo finisca su qualche tipo di supporto? Voglio dire, mi piacerebbe riprodurvi a casa.

Molto semplice: ti basta un proiettore e un colpo di telefono, al resto ci pensiamo noi.