Fare arte al Checkpoint Charly: intervista ad Elena Guidolin

Scritto da Salvatore Papa il 27 luglio 2020

In un ex magazzino nel cuore della Bolognina che fu deposito di una boutique per signore, capannone per lo stoccaggio delle banane e chissà cos’altro un piccolo gruppo di artisti ha creato nel 2011 quello che oggi è l’atelier più importante per l’autoproduzione a Bologna. Checkpoint Charly è un luogo magico dove costellazioni di artigiani possono incontrarsi, innescare relazioni e crescere aprendosi alla città con mostre collettive e personali che spesso ospitano anche artisti internazionali.

L’illustratrice Elena Guidolin, tra i fondatori, ci ha raccontato come tutto è nato e si è evoluto all’interno del quartiere.

 

Raccontaci un po’ del Charly, come ci siete arrivati, perché e cosa fate

Il Charly è un laboratorio artistico condiviso nato nel 2011 all’interno di un ex-magazzino in via del Rosaspina 7/a, recuperato da un piccolo gruppo di artisti per farne inizialmente un luogo di lavoro “privato” suddiviso in atelier. Mano a mano, però, il gruppo è cresciuto, ha iniziato a strutturarsi e ad aprire al pubblico per piccoli eventi. Nel 2017 ci siamo costituiti Associazione di Promozione Sociale e abbiamo preso in affitto un altro spazio – oggi coworking – nella stessa via, al 3/a. Dall’anno scorso siamo anche circolo Arci.

Il Charly, prima di essere uno spazio (di lavoro e, anche, di aggregazione), è un progetto che mira, attraverso l’organizzazione di eventi, mostre, rassegne e attività didattiche, a rendere il “fare arte” accessibile a tutti e raccontarlo per ciò che è – un lavoro e un processo fatto di tentativi, errori e soluzioni. Siamo convinti che l’artista non sia una figura misteriosa alla quale gli dèi hanno fatto un dono riservato a pochi eletti, ma una persona che cerca di parlare la lingua della realtà in cui è immersa, prova a comprenderla, a tradurla e ad averne cura.

Perché questo nome? C’entra qualcosa con quello di Berlino?

Sì e no. Quando i primi di noi sono entrati nell’ex-magazzino, lo hanno trovato completamente vuoto salvo due insegne su cui campeggiava la scritta “Charly”.
Qualcuno dice che il Charly fosse prima un magazzino per lo stoccaggio di banane (purtroppo pare non sia vero); qualcuno, invece, che fosse – tra gli anni ’70 e ’80 – il magazzino di una boutique per signore chiamata “Charly”, appunto. Iniziare a identificarsi con quel nome è venuto quasi automatico, così come l’aggiunta di “Checkpoint”, in riferimento, sì, al famoso Checkpoint di Berlino ma con quella Y di troppo a fare da dispositivo di ribaltamento ironico. Se il Checkpoint Charlie di Berlino, infatti, era il segno di una cesura, di una divisione, l’obiettivo del neo-Charly con la Y era invece (e lo è ancora) essere una soglia, un luogo di passaggio, di condivisione e nel quale sentirsi a casa.

Quali sono i progetti a cui tieni di più?

Tra tutti, c’è di sicuro “Cartoline dalla Bolognina”, nato come azione di arte partecipata e diventato anche piccolo progetto editoriale. Ci sono affezionata perché è stato il nostro primo progetto collettivo vero e proprio, quello che ci ha fatto conoscere come “luogo pubblico”, come gruppo e attraverso il quale abbiamo iniziato a legare con altre realtà del quartiere. Poi, tengo molto anche ad Assedio!, una rassegna, in collaborazione con Arci Bologna e Antoniano Onlus, di eventi e workshop al Parco della Montagnola. Inizialmente, ci era stato richiesto di curare quella che doveva essere una semplice festa di Carnevale ma, essendo dei megalomani, abbiamo finito per strutturare un programma di tre mesi, coinvolgendo diverse realtà e associazioni amiche. 

L’esperienza di Assedio! ha segnato – soprattutto per chi di noi si è occupato dell’organizzazione della rassegna – una specie di cambio di rotta o, meglio, una maggiore consapevolezza di ciò che ci piace fare e di come lo vogliamo fare. Ha fatto emergere anche un altro aspetto del Charly, cioè quello di essere, oltre che uno spazio e un progetto, un incubatore di progetti che possano poi vivere di vita propria. È un po’ la situazione in cui ci troviamo in questo momento: quei sei che si sono trovati a lavorare per Assedio! stanno ora pensando a un’evoluzione, a una nuova identità indipendente dal Charly ma che con il Charly possa, in un prossimo futuro, dialogare e collaborare.

È davvero ancora possibile vivere di autoproduzione? E quanta corrispondenza c’è tra la vostra attitudine e il luogo in cui avete scelto di metterla in pratica?

Il problema della sostenibilità dell’autoproduzione tira in ballo questioni enormi, che hanno a che fare con la possibilità di immaginare un vero e proprio cambio di paradigma nel modo in cui intendiamo le relazioni sociali, la produzione, il lavoro e gli scambi economici. Quella del DIY rappresenta una scelta di campo, “politica” (in senso lato), fondata, da un lato, sull’empowerment degli individui e dei gruppi e, dall’altro, su un approccio laterale, “alternativo”, ai problemi, cioè sulla capacità di vedere soluzioni dove sembra non ce ne siano.

Questa attitudine “punk” penso sia strettamente connessa al luogo in cui Charly è nato. Come dicevo sopra, nel 2011 l’ex-magazzino che poi sarebbe diventato la sede del Charly era in stato di totale abbandono. Negli anni, le persone che l’hanno attraversato l’hanno ricostruito, ricavando nuovi spazi, sistemando quelli esistenti, ecc., il tutto con materiali di recupero. Quella che era inizialmente una necessità pratica è diventata poi, mano a mano, una precisa volontà etica (e anche estetica) e un metodo di lavoro.

Com’è il vostro rapporto col quartiere? E che tipo di collaborazioni avete nella zona?

Il nostro obiettivo è sempre stato quello di parlare a un pubblico il più ampio possibile. Non solo, quindi, artisti, studenti dell’Accademia – insomma, “addetti ai lavori” – ma anche, e soprattutto, curiosi e “vicini di casa”. Non sempre ci siamo riusciti, ma siamo comunque ben radicati in quartiere – facciamo quasi una “vita di paese”. Molti di noi, tra l’altro, abitano in Bolognina, quindi la conoscono e la vivono a prescindere dal Charly. Tra le collaborazioni attive in zona, la più consolidata è quella con baumhaus: insieme a loro abbiamo curato vari percorsi didattici e laboratoriali per l’Istituto Comprensivo n°5 e, ormai da un paio d’anni, una parte della programmazione di BAUM Festival. Abbiamo lavorato anche con Concibò e partecipato, organizzando workshop e interventi artistici, alle passate edizioni di Olé Festival a Xm24.

Cosa ne pensi invece delle trasformazioni della Bolognina?

Pur non avendo mai abitato in Bolognina, l’ho sempre frequentata. Superficialmente durante i primi anni di università, in maniera più assidua tra il 2007 e il 2008.

All’epoca, la Bolognina era percepita come una sorta di “terra di confine”, una periferia distante dalla vita della città. Qualcosa, però, stava già cambiando: la nuova sede del Comune era in costruzione, ci si iniziava a chiedere: “E Xm24?”. Si iniziava a parlare di “gentrificazione”, “riqualificazione” e della Bolognina come campo di battaglia.

Ancora oggi, la Bolognina è raccontata come un quartiere “eccedente”, problematico. Non che non ci siano problemi e situazioni critiche ma questo tipo di narrazione iperbolica mi sembra funzionale a una certa retorica del “degrado” e all’apertura verso interventi che, dietro la parola “riqualificazione”, nascondono più un interesse di tipo economico-speculativo che una precisa visione politica (se non nei termini del “consenso” o di dinamiche di potere interne).
Penso alla vicenda infinita della Trilogia Navile, allo sgombero di Ex-Telecom e allo Student Hotel; più recentemente, allo sgombero di Xm24. Rispetto a Xm24, in particolare, su certe posizioni sono sempre stata critica ma ho sempre pensato che fosse un luogo necessario alla Bolognina, uno spazio che non si esauriva nelle feste pagane o nei concertini di Frigotecniche (senza nulla togliere, anzi!) ma che accoglieva anche una serie di esperienze, come la SIM o il mercato del giovedì, che parlavano a un altro tipo di target.

Del Charly, invece, ho sentito parlare per la prima volta nel 2015 circa: un’amica del mio compagno aveva lì un atelier, e un giorno la andammo a trovare. Rimasi molto colpita perché, al di là del fascino del “laboratorio artistico condiviso” (all’epoca lavoravo da casa, finendo puntualmente a parlare con le piante giusto per fare due chiacchiere con qualcuno), ebbi la sensazione di come, rispetto al 2008, fosse in atto un processo di crescita di diversi progetti “dal basso” e radicati in quartiere (in effetti, poco prima si era costituita – dall’esperienza di On the Move – baumhaus, per esempio). Insomma, la sensazione che ci fosse del fermento, dell'”interesse” forte e nuovo per un quartiere che avevo sempre amato molto; un’attenzione di segno ben diverso rispetto alle dinamiche speculative di cui sopra, un qualcosa che affrontava i problemi non in termini retorici o strumentali ma cercando di comprendere la complessità attraverso, da un lato, un’idea di condivisione, di azione collettiva, e, dall’altro, una relazione “alla pari” con il quartiere e i suoi abitanti.

Quali sono i tuoi luoghi preferiti del quartiere?

Non so se ho un luogo preferito. È molto probabile, comunque, che, passando per Via Serra, tu mi trovi seduta a uno dei tavoli di Fermento.

Se la Bolognina fosse un’illustrazione quale sceglieresti?

Non un’illustrazione ma una foto. Questa: