Andreco

La sua nuova scultura in ferro alta sei metri è un bellissimo omaggio alla natura. Andate a vederla.

Scritto da Salvatore Papa il 30 luglio 2015
Aggiornato il 23 gennaio 2017

Vi sarà capitato di vedere le sue forme rocciose in qualche mostra o, certamente, il suo dipinto murario The Philosophycal tree in via dello Scalo. È l’autore, tra gli altri, del logo per l’ultimo bè #bolognaestate e del Vecchione bolognese per il Capodanno 2015. Andreco è questo e molto altro. Oltre all’artista che conosciamo, è dottore di ricerca in Ingegneria Ambientale ha condotto ricerche post-dottorato sui benefici ambientali delle tecnologie verdi in aree urbane (Università di Bologna e Columbia University, New York). Dopo aver partecipato insieme ai Motus all’ultimo Santarcangelo con la parata performativa L’Erba Cativa (l’an mor mai) e ha inaugurato un’importante installazione all’interno de Le Serre dei Giardini Margherita. Ne abbiamo, quindi, approfittato per una chiacchierata.

Chi sei, cosa fai, perché sei qui?

Cerco di rendere tangibili le mie idee, credo che le utopie siano progetti realizzabili se si ha un buon piano e un po’ di ostinazione.

Raccontaci la tua installazione a Le Serre dei Giardini Margherita

Si tratta di una scultura in ferro di sei metri e mezzo che spunta dall’area ortiva delle Serre sulla quale cresceranno piante rampicanti che ne cambieranno la forma nel tempo.
La scultura fa parte di una serie di opere che da alcuni anni realizzo sulla base di una ricerca che mira a trovare nuove immagini per l’ambiente ed il territorio.

C’è qualcosa che ti ha colpito particolarmente delle Serre e su cui hai basato il tuo lavoro?

Le Serre sono un buon progetto di recupero, riuso e rigenerazione di un’area poco utilizzata. Mi è piaciuto come con minimi interventi si è riuscito a valorizzare e rendere funzionale l’area. Apprezzo anche la determinazione che hanno avuto i ragazzi di Kilowatt a credere nel progetto. Quello che ci ha portato a collaborare forse è proprio la voglia di sperimentare delle teorie e delle ”buone pratiche” che acquistano senso solo quando tradotte in realtà: mutualità, sostenibilità ambientale, valorizzazione delle risorse, condivisione dei saperi, coworking.
Da subito abbiamo avuto l’idea di creare un “Landmark” una figura catalizzante che comunicasse con l’orto ma anche con l’intero progetto delle Serre, con i Giardini Margherita e più in generale fosse un omaggio alla natura.

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Sei molto legato agli elementi naturali e alla geologia: qual è il motivo di questo tuo interesse?

Da diversi anni faccio ricerche post dottorato in ingegneria ambientale sull’uso sostenibile delle risorse naturali e sui benefici ambientali del verde in aree urbane in differenti climi. Queste ricerche negli anni hanno influenzato molto il mio lavoro d’artista. Inoltre c’e’ anche un interesse che deriva da un impegno sociale ed ambientalista che probabilmente mi spinge a riflettere in maniera critica sul rapporto tra uomo e natura.

Ci sono altri temi che ti interessano particolarmente nel tuo lavoro?

Oltre ai temi ambientali mi interessano molto i temi filosofici legati alla libertà individuale e collettiva. Mi interessa lavorare all’aperto in progetti di arte pubblica realizzati a contatto con persone che non sono solo gli addetti ai lavori del mondo dell’arte contemporanea. Trovo stimolante lavorare in progetti multidisciplinari dove si incrociano più saperi. Ritengo importante il processo con cui si realizzano i progetti e non solo il “prodotto” finale.

Come un’opera come la tua o la land art in genere può cambiare la percezione dello spazio in cui si colloca? Un esempio su tutti?

Un ottimo esempio rimangono sempre le passeggiate di Richard Long che trasformano i territori attraversati in opera. Cambiare il punto di vista sulle cose è sempre un operazione fondamentale per modificare la percezione. Devo pero’ specificare che le mie opere non sono classificabili nella Land Art, movimento nato alle fine degli anni 60, ma, seppur forse ne traggono qualche ispirazione, sono legate alla ricerca contemporanea sull’ambiente, ai cambiamenti climatici e a quello che deve ancora accadere.

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C’è una tua opera al quale sei particolarmente affezionato?

Forse al tiglio che ho sospeso da Adiacenze per la mostra “Nomadic Landscape” (foto sopra), un’istallazione che ho realizzato poco dopo “Philosophical Tree” l’albero filosofico che avevo dipinto per Frontier in Via dello Scalo. Il tiglio, selezionato sulla base di uno studio del CNR, mi ha sorpreso sbocciando precocemente a febbraio in galleria durante il periodo della mostra, è stata una bellissima “performance” inaspettata dovuta al microclima riscaldato della galleria. È stata una bellissima immagine da osservare di cui non ho nessun merito. Mi è servito molto ragionare su quello che è avvenuto e da allora ho continuato a portare avanti il progetto “Nature as Art” per cui produco installazioni decontestualizzando elementi naturali scelti su basi scientifiche per le loro proprietà ambientali.

Ultimamente sei stato ospite di Santarcangelo insieme ai Motus. Cosa ne pensi di tutta la polemica che si è scatenata attorno alla performance di Frank Willens?

Credo sia una strumentalizzazione mediatica condita con un po’ di provincialismo per attaccare il Festival e l’amministrazione pubblica. Credo che parlarne alimenti solo il polverone mediatico che sta coprendo i contenuti culturali e profondi degli spettacoli.

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Le Serre sono, crediamo, un esempio di spazio egregiamente recuperato. Ce ne sono altri a Bologna che secondo te sono altrettanto interessanti? O altri che dovrebbero essere assolutamente recuperati…E su quali di questi ti piacerebbe lavorare?

Rigenerare spazi in disuso è un tema moto importante e attualmente al centro di molti dibattiti nazionali ed internazionali. Nell’ultimo anno Il comune oltre al progetto delle Serre ha assegnato anche il Mercato di San Donato e il parcheggio del Pincio per progetti culturali e una, molto utile, stazione per le bici “velostazione”, anche queste mi sembrano delle ottime iniziative. Dal punto di vista ambientale ha senso rigenerare spazi in disuso nella città piuttosto che costruirne altri e contribuire alla cementificazione delle aree verdi. La rigenerazione di edifici in disuso è importante sia dal punto di vista dell’utilizzo del suolo (Land Use) che da un punto di vista dell’ottimizzazione delle risorse ed il risparmio energetico. Purtroppo nel mondo dell’edilizia la rigenerazione è arrivata tardi, come l’ultimo scoglio sul quale attaccarsi quando si sta per annegare, dopo la crisi che dal 2005 ha sostanzialmente bloccato ogni investimento per le nuove costruzioni al di fuori delle, spesso terrificanti, “Grandi Opere”. Dalla fine degli anni ottanta invece ci sono stati ottimi esempi di rigenerazione urbana e riutilizzo di stabili in disuso da parte della cittadinanza che credo sia importante riconoscere. Erano e sono sotto gli occhi di tutti da tempo solo che hanno un altro nome e sono i centri sociali autogestiti, gli spazi pubblici autogestiti, le case per il bene comune e le case occupate. A Bologna: Atlantide, Berneri, Crash, Labas, lazzaretto, Xm24, Tpo, Ex Telecom, Vag per citarne alcuni ancora attivi.
Se oggi le amministrazioni e le imprese hanno intenzione di recuperare gli spazi in disuso per destinarli a progetti culturali, sociali e per l’innovazione anziché all’ennesimo centro commerciale, “nonluogo” per eccellenza, è un fatto che non si può che valutare in modo positivo.

Se domani ti dicessero “scegli un muro della città e fai quello che vuoi”, quale sceglieresti?

C’è una bella parete cieca in piazza VIII agosto, farei un lavoro ispirato alla resistenza Partigiana di ieri e di oggi a Bologna.

vecchione_andreco

Sei stato l’autore dell’ultimo vecchione: cosa si prova a veder bruciare una propria opera in piazza Maggiore?

Il Vecchione è una tradizione bellissima, è un lavoro che si fa per tutti i bolognesi, è un’opera fatta per essere bruciata insieme, per me è stato un onore farlo. In generale mi piace l’idea che certe opere siano effimere e legate a un momento o ad un “rituale” collettivo.

Sei di Roma: perché vivi a Bologna?

A dire il vero da pochi mesi ho riportato la mia “base” a Roma, ma a Bologna capito spessissimo. Sono venuto a Bologna nel 2002 quasi per caso e ho deciso di trasferirmici per continuare gli studi universitari. Credo sia una città molto vivibile e ben posizionata sul territorio nazionale per uno che si sposta molto. Per circa dodici anni, di vita trascorsa anche molto all’estero, quando tornavo in Italia la mia base è sempre stata Bologna. A Bologna in passato ho trovato molti stimoli culturali e persone interessanti con cui condividere dei percorsi. Infine, mi ricordo ancora quell’attimo di felicità che ho provato quando pedalando la mia bicicletta ho realizzato che potevo dire addio a tutte quelle ore di macchina che trascorrevo giornalmente a Roma.