Il festival come ‘messa in scena di una visione’: intervista a Chris Angiolini

Il fondatore di Bronson Produzioni sull'imminente edizione di Transmissions, l'attività dodici mesi l'anno tra Bronson e Hana Bi, il Beaches Brew, l'etichetta e tutto il resto

Foto di Andrea Fiumana

Luogo di residenza

Ravenna

Attività

Direttore artistico

Scritto da Chiara Colli il 18 novembre 2019

Se musicalmente parlando Ravenna è ancora al “centro dell’Impero” lo si deve a lui – e al suo team. D’inverno con i concerti e le serate al Bronson, d’estate all’Hana Bi – lo stabilimento balneare a Marina di Ravenna che la sera si trasforma in palco per concerti (gratuiti) -, in autunno con la ricerca avant di Transmissions, a fine primavera con il-festival-in-spiaggia-che-ci-invidiano-pure-in-California, ovviamente il Beaches Brew. E poi l’etichetta discografica, la collaborazione con Le Guess Who? nella direzione artistica di BB e la forza di portare avanti progetti a lungo termine, ma rinnovandoli. Tasselli messi assieme senza fretta, che negli ultimi anni hanno definito una realtà, quella di Bronson Produzioni, sempre più organica, che paradossalmente non spicca neanche per la quantità delle attività portate avanti ma per la forza della loro identità. Un lavoro sul territorio, quello di Chris Angiolini, che tutto l’anno porta a Ravenna non solo band internazionali (che magari poi non suoneranno neanche in città più grandi come Milano e Roma), ma anche una “nuova” forma di turismo, quella dei “festival di esperienza”, che se a novembre si concentrano su un pubblico più di nicchia legato alle trame della ricerca sonora del più sperimentale Transmissions, a inizio giugno vedono la città riempirsi di giovani da mezza Europa per Beaches Brew. Una visione della materia musicale che trova espressione e numerosi punti di contatto nelle pubblicazioni dell’etichetta, Bronson Recordings – che negli ultimi tempi ha messo su disco grandi ritorni italiani e internazionali, dai Clever Square ai newyorchesi Martin Bisi e Live Skull, generi totalmente diversi tra loro ma sempre con una forte connotazione “indipendente”; una visione che ha la sua continuità e base fondamentale nelle serate al Bronson, ma che trova piena espressione proprio nei due festival, così diversi tra di loro eppure così coerenti rispetto a quella idea di proposta culturale, aperta, attuale, in movimento attraverso la città e con una linea artistica riconoscibile. Dal 21 al 23 novembre a Ravenna va in scena la dodicesima edizione di Transmissions, che quest’anno torna con una curatela esterna – come accaduto nelle edizioni di metà corso – stavolta affidata non a uno ma a due artisti. Martin Bisi e Jerusalem In My Heart, musicisti con una presa molto forte e personale sulla musica contemporanea e del passato, perfettamente in linea con i percorsi più o meno scoscesi tra avanguardia e contaminazione seguiti negli ultimi anni dal team Bronson. Abbiamo provato a fare il punto alla vigilia di un’edizione che si preannuncia ancora una volta di grande spessore.

 

 

Transmissions è già alla 12esima edizione, che come numero per un festival non è poco ed è indizio di un percorso tuo e del Bronson che arriva da lontano. Più o meno come e quando hai cominciato a organizzare concerti? Ti ricordi il primo concerto che hai organizzato? E come era la versione “embrionale” o comunque iniziale del progetto Bronson?

Ho organizzato il mio primo concerto all’età di 16 anni. Prima di fondare Bronson Produzioni ho collezionato oltre 200 live da musicista, ho avuto una piccola label e un negozio di dischi, ho curato la programmazione dei principali rock club romagnoli. A un certo punto ho deciso di mettere a frutto tutto quello che avevo imparato in una nuova esperienza. Mi sembrava mancasse qualcosa, una visione nella quale riconoscermi fino in fondo. Sono arrivato all’Hana Bi quasi per caso, e mi sono immaginato il deserto dell’Arizona, gli Spaghetti Western e Joshua Tree. In questi 15 anni non ho mai smesso di imparare e sperimentare sempre nuove soluzioni.

Dando per scontato che molto sia cambiato in questi anni, c'è qualcosa della visione che avevi allora che ritrovi in quello che fai oggi? E invece delle convinzioni, circa la musica live, che avevi allora che l'esperienza ha completamente ribaltato?

Sì, c’è un’idea di environment generale che si è certamente evoluta, ma che non ha modificato i propri tratti identitari. Nella musica cerco sempre la stessa cosa: un’idea di verità. In questi anni ho imparato molto dal punto di vista professionale, ma anche dell’importanza dei valori che si possono condividere, definire e diffondere facendo una scelta artistica piuttosto che un’altra.

 

 

Quali credi siano stati i passaggi fondamentali, sia in termini di fasi, ma anche di “svolte” o di eventi specifici organizzati, che hanno segnato la via per la crescita del Bronson come realtà sul territorio a 360 gradi?

Ho sempre considerato le attività di Bronson Produzioni il centro del mondo. Non mi sono mai preoccupato troppo dell’idea di provincia come di collocazione marginale. L’evoluzione è stata costante, ma sicuramente ci sono stati dei passaggi chiave. I nostri festival, Transmissions e Beaches Brew, rappresentano certamente le vetrine attraverso le quali presentiamo molti dei risultati del nostro lavoro, e sicuramente almeno due passaggi fondamentali della nostra esperienza passano proprio da qui. Nel 2012 quando abbiamo affidato la curatela di Transmissions a Stephen O’Malley e ci siamo ritrovati proiettati nel circuito internazionale dei festival di ricerca. Nel 2014 quando alla terza edizione di Beaches Brew ospitammo l’unico concerto a ingresso gratuito – e in spiaggia, per giunta – del tour mondiale dei Neutral Milk Hotel e ci siamo ritrovati con gli occhi di tutto il mondo addosso.

Negli anni ci sono state delle esperienze, degli eventi a cui hai partecipato, delle realtà, italiane e internazionali, che sono state d'ispirazione per quello che poi avete realizzato?

Sicuramente le influenze sono state moltissime, a partire dalla filosofia DIY di stampo Dischord che ha segnato indelebilmente la mia generazione. Però oggi ci tengo a ricordare quando nell’ottobre del 2004 andai a Glasgow per assistere alla quarta edizione di questo festival chiamato INSTAL (Brave New Music). La line up comprendeva tra gli altri Current 93, Vajira – il leggendario trio Keiji Haino, Ken Mikami, Toshiyaki Ishizuka -, Charlemagne Palestine, Six Organs of Admittance, William Basinski quando ancora usava le pellicole e non il laptop, Richard Youngs. Ma soprattutto passò alla storia per la prima esibizione in pubblico, non annunciata, di Jandek. Ora sono quasi tutti nomi noti, ma allora fu un vero e proprio bagno in un’idea di esoterismo musicale e la scoperta della relativa community di cultori. Le varie sale per i live erano ricavate dalle gallerie in disuso della vecchia linea ferroviaria e anche questa era una testimonianza verso l’idea di recupero delle archeologie industriali in abbinamento alla musica contemporanea. Se poi dovessi individuare una fonte che a un certo punto mi ha aiutato a mettere a fuoco qualche passaggio, ti direi la lettura di “Business for Punks” di James Watt.

 

 

Tra Bronson e Hana Bi siete attivi tutto l'anno. Qual è l'identità di questi due spazi, quale diverso ruolo svolgono, che differenze ci sono tra i due “club” in termini di direzione artistica ma anche di lavoro svolto sul territorio? Questo anche perché i concerti all'Hana Bi sono gratis, hanno un target molto più ampio e una direzione artistica che, paradossalmente, a me sembra un po' più “selettiva” rispetto al Bronson...

Chiaramente ci sono delle differenze, a volte anche sostanziali. Il Bronson è un club tradizionale, che sicuramente si ispira anche alla storia romagnola. Ci sono i live, ma anche gli aftershow e quindi l’idea di party del sabato notte. In questo senso svolge anche una funzione specifica a livello “locale”. Con la programmazione però ha sicuramente contribuito a rilanciare un’idea di “live club” che a inizio Anni Zero si stava un po’ perdendo, in questo caso mi riferisco al panorama italiano più in generale. L’Hana Bi invece rappresenta un sogno che si avvera, le tue band preferite dal vivo in spiaggia, la possibilità di avvicinarle, di scambiare qualche battuta, magari a riva con un cocktail tra le mani. Quello dei party e dei concerti in riva al mare è un immaginario che abbiamo tutti ben presente, ma che in realtà si traduce raramente nella realtà. In breve tempo siamo diventati un punto di riferimento internazionale per artisti, addetti ai lavori e appassionati. La programmazione non credo sia più “selettiva”, ma certamente più “libera”.

Parleremo poi anche dell'etichetta, ma gli appuntamenti fortemente caratterizzanti del lavoro svolto da te con il team del Bronson sono i due festival. Transmissions e Beaches Brew sono due tra i migliori festival in Italia, viaggiano a un livello altissimo e internazionale. Partiamo dalla domanda base: cosa cerchi tu per primo in un festival e quali sono gli aspetti che da organizzatore consideri fondamentali, dalla security alla line up passando per logistica e location?

Un festival innanzitutto dovrebbe mettere in scena una visione. Attraverso un’ambientazione, una line up e una serie di elementi collaterali. Quando varchi l’ingresso dovresti avere l’illusione di entrare in un altro mondo, in cui le tue passioni si realizzano. Come quando entri da Amoeba Hollywood e ti rendi conto che un posto così esiste davvero. Ovviamente stiamo parlando di quelli che vengono definiti festival di “esperienza”, e per i quali ritengo sia necessaria una certa “informalità”, coniugata a una solida “professionalità” – un equilibrio fondamentale. Ma, per tornare sulla Terra, bisogna avere chiari i limiti di budget e distribuirlo quindi proporzionalmente tra artistico, logistico, sicurezza, promozione, ospitalità e servizi. Un festival va costruito nel tempo, inutile cercare di bruciare le tappe. Le delusioni sono dietro l’angolo.

 

Beaches Brew (foto di Francesca Sara Cauli)

 

Transmissions e Beaches Brew sono come la luna e il sole, il giorno e la notte. In termini di direzione artistica che tipo di ragionamento e di lavoro c'è dietro ai due festival? Sono in un certo senso complementari, ci sono dei punti di contatto?

L’idea che i due festival possano essere complementari è sicuramente valida. Transmissions rappresenta un po’ il lato “oscuro” e più sperimentale, mentre Beaches Brew non può che rappresentare l’aspetto solare ed elementale. Entrambi però sono accomunati dall’idea di viaggio attraverso i suoni, che a un certo punto finisce per diventare una fotografia della società dell’oggi. Questa consapevolezza fa sì che attualmente i due festival trovino dei punti di contatto, perché nella società contemporanea ci sono snodi imprescindibili. Dalle tematiche di genere a quelle che vedono protagoniste le contaminazioni tra Oriente e Occidente, tradizione e innovazione, fino ad arrivare a una ormai imprescindibile sensibilità green. Credo che l’idea di compilare le line up dei festival facendo la somma matematica dei pubblici virtuali di ogni artista, in un contesto di affinità artistica, sia davvero obsoleta. I punti di contatto tra i due festival probabilmente si possono trovare nell’individuare come fondamentale il lavoro di alcuni artisti che tracciano nuove traiettorie. Ad esempio potrei nominare Jerusalem in My Heart, Moor Mother, Shabacka Hutchins e Ty Segall. Poi ho l’onore di condividere la direzione artistica di Beaches Brew con quello che probabilmente è il direttore artistico più visionario di questi ultimi anni a livello internazionale: Bob Van Heur di Le Guess Who?, e da questa codirezione ho attinto davvero tantissimo.

Il team di Beaches Brew (foto di Francesca Sara Cauli)

Tornando a Transmissions, come è nato, quale era il progetto e l'ispirazione iniziale e poi quali sono state le varie fasi – immagino che il discorso sulla curatela sia legato anche a quello che stavano facendo più o meno quindici anni fa (e oltre) festival come l'ATP? Hai mai trovato difficoltà nel perseverare con una linea così marcatamente sperimentale, Transmissions ha mai “rischiato” di non vedere l'edizione successiva?

L’idea iniziale di Transmissions era quella di accorpare la sezione “sperimentale” della nostra programmazione. Quindi siamo partiti con l’idea di rassegna, che si è presto trasformata in festival. Quando abbiamo capito che era necessario rilanciare la formula con un’idea innovativa, abbiamo pensato alla curatela, certamente ispirata all’intuizione geniale dell’ATP. Come ho già detto l’edizione di O’Malley ha rappresentato la svolta. Transmissions però è rimasto un festival di nicchia con un budget molto limitato e a un certo punto abbiamo rischiato davvero di non farlo, perché quei pochi, ma fondamentali finanziamenti su cui facciamo affidamento tardavano ad arrivare. In quell’anno per “guadagnare tempo”, passammo dalla primavera all’autunno e da lì non ci siamo più mossi. Il limite della curatela sta nella necessità di individuare un curatore “complice”, disponibile a mettersi in gioco nonostante i limiti di budget. Fortunatamente finora non abbiamo mai avuto alcun rifiuto.

Novembre è un mese di grandi festival in Europa, in Italia funzionano i festival legati più alla scena elettronica come C2C, ma non è certamente un mese che in Italia smuove verso la provincia chissà quante persone per ascoltare droni e no wave. Il collocamento temporale ha un senso, dà un ritmo al vostro lavoro, riflette un po' anche l'identità artistica del festival?

Come dicevo prima, Transmissions si è spostato a novembre per un’esigenza oggettiva, ma allo stesso tempo ha così trovato la sua collocazione temporale. Nel frattempo, infatti, Beaches Brew è cresciuto molto e di qui la necessità di dividere meglio i nostri ritmi di lavoro. Novembre è un periodo di grandi festival in Europa e questo significa anche che ci sono più artisti disponibili. Certamente raccogliere un pubblico in provincia in un periodo del genere è più difficile, ma i segnali per questa dodicesima edizione alle porte sono incoraggianti. Un passo alla volta stiamo spostando tutta la programmazione tra Darsena e centro città, avendo trovato nell’Almagià la sede ideale. In questo modo, oltre al festival, proponiamo la città di Ravenna, che con i suoi monumenti Unesco offre decisamente un valore aggiunto e un contesto stimolante.

 

Transmissions 2017 – Ulver @Almagià

 

Per questa edizione si torna con la curatela, addirittura doppia. La scelta di Martin Bisi e Radwan Ghazi Moumneh/Jerusalem In My Heart, oltre a intrecciarsi con il lavoro che avete svolto negli ultimi anni tra eventi ed etichetta, riflette due filoni importanti della musica contemporanea di ricerca, quello più puramente avant/noise e quello “world”, sempre filtrato dalle sensibilità un po' “oscure” dei due artisti. Quanto è stata ricercata questa ambivalenza specifica e quanto credi sia stata il frutto degli eventi, il risultato di un percorso in divenire?

Transmissions è un cantiere aperto, sempre pronto a cogliere le occasioni più stimolanti e rimettersi in gioco, con una sensibilità che trova una luce nell’oscurità. Con l’undicesima edizione abbiamo iniziato un nuovo percorso di ricerca, legato al suono e, volendo, anche alla produzione. Avevo così una traccia chiara di quelli che potevano essere gli sviluppi futuri. Lo scorso anno ho invitato sia Martin che Radwan a esibirsi, ma anche a vivere l’atmosfera del festival, con l’idea chiara di proporgli di curare l’edizione successiva. E così è andata. Sono due personaggi caratterialmente quasi agli antipodi, ma con un’attitudine molto affine, molto curiosi, sempre aperti al confronto e a nuove sfide, con una rete incredibile di contatti con artisti che si fidano di loro davvero a occhi chiusi.

Quali sono gli artisti che hai più curiosità di vedere quest'anno?

Molti di loro li conosco già piuttosto bene, ma sarà davvero emozionante portare il meglio della storica scena underground newyorkese a Ravenna: Live Skull, Martin Bisi, White Hills. Sono molto incuriosito dai nuovi incontri: Lucrecia Dalt, Parlor Walls, Maurice Louca e soprattutto Oiseaux Tempete, uno dei progetti che più mi ha affascinato negli ultimi anni. Si tratta di un’idea aperta e futuribile di post rock, con una chiara relazione con il Medio Oriente e la poesia. Tenevo moltissimo alla loro presenza in questa edizione, al punto da farne richiesta specifica a Radwan, che dopo un minuto mi risponde con una foto di loro, tutti assieme in studio mentre si gustavano una grappa. Credo si chiamino epifanie. Si presenteranno con una line up davvero incredibile comprendente Frédéric D. Oberland & Stéphane Pigneul, Mondkopf, G.W.Sok (The Ex), Jean-Michel Pirès (Bruit Noir).

 

E un flashback: quali sono stati i concerti più memorabili di Transmissions, se hai qualche aneddoto, qualche episodio particolare successo in passato...

Ci sono state edizioni permeate da una certa dose di follia, sicuramente il triennio con le curatele di SOMA, DOS e AHAAH, popolate davvero da personaggi incredibili. Però più che elencarti i live più memorabili preferisco mettere l’accento su alcune speciali follie indimenticabili come la performance di Runzelstirn & Gurgelstøck, l’ultima apparizione live di Mr.Todd, il personaggio di Ian Johnstone, la parata in centro a Ravenna guidata dagli A Hawk and A Hacksaw con Cüneyt Sepetçi trio e King Naat And The Original Kočani Orkestar, per chiudere con il chioccolatore al museo delle ceramiche di Faenza, per una performance di Nico Vascellari.

Con Martin Bisi c'è un rapporto speciale, perché con Bronson Recordings avete pubblicato il suo “ritorno” discografico con il tributo, il primo lo scorso anno, alla sua attività come fulcro della scena no wave newyorchese degli anni d'oro. Come è iniziata questa collaborazione? Si è sviluppata in maniera “imprevista”?

Il 30 ottobre 2017 mi sono ritrovato con una e-mail di Martin Bisi nella casella di posta. Non ci eravamo mai incrociati in precedenza. Ho subito pensato a uno scambio di persona. Diretto, semplice e con il basso profilo che imparerò presto a riconoscergli, si presentava come fosse un emergente alle prime armi e mi spiegava a grandi linee il progetto di BC35, raccontandomi nel frattempo le tappe fondamentali della sua storia: «Ho aperto lo studio con un certo Bill Laswell e un certo Brian Eno nel lontano 1981, ho prodotto gruppi tipo Sonic Youth, Swans, Dresden Dolls, Cop Shoot Cop, Violent Femmes, White Zombie… Ah, ho anche prodotto “Rockit” di Herbie Hancock che ha vinto un Grammy». E così via… In soli due anni abbiamo instaurato un rapporto molto solido, con Bronson Recordings abbiamo rilasciato i 2 monumentali volumi di BC35 e l’8 novembre è uscito il suo primo album da solista dopo 5 anni. Ci confrontiamo continuamente e i progetti sembrano davvero non fermarsi più.

 

Martini Bisi & i White Hills

 

Anche l'etichetta, Bronson Recordings, fa parte di un discorso coerente, dove tutto è collegato. In che maniera Bronson Recordings si inserisce nel lavoro più ampio di Bronson? Da dove nasce l'esigenza di avere un'etichetta, con cui magari puoi pubblicare le tue band del cuore, toglierti grandi soddisfazioni o semplicemente degli sfizi - tipo la cassetta dei King Gizzard & The Lizard Wizard?

Bronson Recordings è nata quasi per caso, con la scusa o l’intento di approfondire il rapporto che avevamo instaurato con alcune band che spesso finivano per fare tappa a Ravenna. Siamo partiti con i 7” di Calibro 35, Guano Padano, Dirty Beaches e Ronin. Poi, come ogni cosa, ci è un po’ sfuggita di mano e a un certo punto ha iniziato a prendere forma l’idea di una progettualità che oggi considero come uno strumento ideale per intensificare e consolidare la nostra rete dei rapporti internazionali.

Rispetto a città più grandi e complesse, credi che un posto come Ravenna, la provincia virtuosa, sia il luogo giusto, la misura d'uomo perfetta per sperimentare format, proposte, portare avanti idee musicali che hanno sicuramente una componente “pop” e che non ignora completamente i trend, ma che poi spicca per due eventi assolutamente unici e coraggiosi come Beaches Brew e Transmissions? Vivendo a Roma, trovo che Ravenna sia la dimensione ideale, ma quali sono i vantaggi e gli svantaggi di una cittadina che comunque, almeno sulla carta, non può offrire i numeri di Roma e Milano?

Sicuramente in una provincia come Ravenna, nel cuore della Romagna, ci sono delle condizioni virtuose che riguardano un po’ tutto il territorio, ma onestamente a volte penso che a Bologna o a Milano sarebbe stato tutto più facile. Ravenna in particolare è veramente un po’ “scollegata” dalle grandi direttrici, ma se dovessi individuare un punto debole sarebbe quello riguardante la disponibilità di spazi e servizi adeguati per grandi eventi. Tutto questo contribuisce sicuramente a rallentare nuove linee di sviluppo, ma ci stiamo lavorando. Ma in fondo, Transmissions è un avamposto di sperimentazione in cui si riescono a sviluppare percorsi inediti e Beaches Brew è comunemente considerato un “boutique festival”, descrizione che vediamo calzante per la nostra proposta.

 

Lo staff del Bronson (foto di Andrea Fiumana)

 

Stai già pensando al prossimo Beaches Brew? Entrambi i festival sembrano avere dei cicli, giustamente con Beaches Brew stai esplorando da un paio di edizioni suoni che sono sì “estivi” ma molto più contaminati. Dei due festival quale è realmente più “rischioso” e, se puoi dirci qualcosa, come pensi di stupirci per la prossima edizione del festival in spiaggia?

L’idea di avere dei cicli aiuta a scandire meglio i tempi e le dinamiche degli sviluppi tematici che non si possono esaurire da un anno all’altro, ma richiedono un percorso. Come dicevamo, entrambi i festival stanno trovando dei punti di contatto nell’idea di contaminazione. Dopo l’enorme successo delle edizioni con King Gizzard & The Lizard Wizard, Oh Sees, Ty Segall, infatti, non volevamo rinchiuderci in una comfort zone “garage psych”, anche se certe sonorità si sposano perfettamente con la spiaggia. Volevamo guardare più lontano, proporre nuove sonorità, affrontare tematiche più attuali, creare nuove esperienze. Sicuramente dopo due edizioni con una forte componente “out world”, stiamo ragionando su nuove evoluzioni, ma siamo ancora in una fase di brainstorming.

L'Italia ha delle potenzialità enormi con i festival – e in particolare quelli di “esperienza”, vista la possibilità di incrociare location e attività collaterali alla musica - ma si va ad annate altalenanti e comunque i festival con una proposta ben strutturata si contano su due mani lungo tutto l'anno. A tuo avviso quali sono i maggiori limiti, diciamo le rigidità, i fardelli per la musica live in Italia ma soprattutto dei festival? Da un lato con Bronson, negli ultimi anni, avete avuto la possibilità di investire – bene – alcuni fondi pubblici, e sappiamo che il lavoro con le istituzioni per chi organizza festival non è mai troppo facile, lineare, quindi questo è sicuramente un fattore che altrove può creare (inutili) complessità. Dall'altro hai comunque mantenuto un'identità forte dei tuoi eventi, senza semplicemente ambire ai big del momento o stilare line up che sono liste della spesa. Cosa manca, non a tutti, ma a una buona parte dei festival per fare il salto di qualità, per durare negli anni?

In Italia siamo sopraffatti dall’eccesso di burocrazia e quindi, come puoi immaginare, il processo autorizzativo legato ad eventi come “festival musicali” è piuttosto complesso e sempre più stringente. A volte Kafkiano. Diventa anche difficile “inventarsi” soluzioni che potremmo definire “originali”. Ma è sicuramente vero che il crossover tra patrimonio storico e, ad esempio, archeologia industriale rappresenterebbe una risorsa quasi inesauribile. Detto questo le problematiche sono legate alle tendenze dell’oggi, il tutto e subito, ma un festival ha bisogno di un percorso di crescita per definirsi e raccogliere un proprio circuito di affezionati. In molti pensano che fare un festival sia appunto compilare la lista della spesa, ma in realtà quello è un passaggio che deve essere coerente con tutto il progetto. Compresa un’idea di bilancio di previsione, essere consapevoli del budget che si ha a disposizione. Last but not least, in Italia abbiamo un problema serio di mercato legato alla musica, si discute tanto sui social, ma poi in pochissimi comprano i dischi o si mettono in viaggio per un concerto.

 

 

A proposito di festival, menzionavi prima Le Guess Who?, col cui direttore Bob Van Heur condividi la direzione artistica di Beaches Brew. LGW è appena passato, anche quest'anno con un'edizione di enorme spessore e piena di spunti. Pensi che come festival abbia ormai un ruolo di "riferimento" per gli eventi musicali internazionali?

Le Guess Who? è diventato un passaggio imprescindibile nella stagione dei festival internazionali, dal mio punto di vista sicuramente quello più stimolante e innovativo. Quello che più di tutti ha avuto il coraggio di uscire da qualsiasi tipo di definizione e che rappresenta un’idea moderna di controcultura. Come loro stessi si definiscono: “Festival for boundary-crossing music & culture”. Certo, tutto questo è possibile in un contesto privilegiato con quello di Utrecht, in cui si sono fatti enormi investimenti in spazi dedicati alla musica, e dove il tessuto culturale ha permesso alla città tutta di farsi trovare pronta per una sfida del genere.