Flavia Tommasini

I rapporti con Bologna e col quartiere, l'anima culturale e quella politica, un passato miticizzato e il futuro incerto: il ventennale del TPO raccontato da uno dei suoi protagonisti, fra vecchie questioni e nuove prospettive.

Scritto da Salvatore Papa il 9 novembre 2015
Aggiornato il 23 gennaio 2017

Il 6 novembre 1995 un gruppo di persone, perlopiù studenti, occupa il teatro dell’Accademia di Belle Arti di Bologna, realizzato negli anni 50 dall’architetto bolognese Farpi Vignoli e mai utilizzato: nasce il TPO, Teatro Polivalente Occupato, uno spazio di sperimentazione artistica dal basso (teatro, ma non solo) che va avanti fino allo sgombero nell’agosto del 2000. Da lì qualcosa cambia, qualcuno inizia a parlare di attivismo politico, e dopo una prima trattativa con l’amministrazione (trattativa condotta con un gruppo informale di un centinaio di persone e non un associazione, fatto abbastanza insolito) vengono assegnati i capannoni di un ex fabbrica dismessa: l’ex Aquarium in viale Lenin. Il TPO cresce, gli eventi crescono, e cresce anche il movimento di protesta che assume rilevanza nazionale. Fino al 2007, anno in cui una parte del gruppo (non senza strappi: qui e qui altre versioni della storia) decide di accettare la proposta di regolarizzazione del Comune, stipulando una convenzione per l’utilizzo degli attuali spazi di via Casarini.

Sono passati vent’anni dalla sua nascita, e il TPO è oggi un modello di “centro sociale evoluto”, nel quale convivono ancora due grandi anime: quella culturale e quella politica. I festeggiamenti di questo ventennale dureranno tutto l’anno (l’hashtag delle memorie su facebook è #20annitpo), ma l’evento clou è certamente quello dedicato ai Test Dept di sabato 14 novembre. Cogliendo l’occasione, ne abbiamo parlato con Flavia Tommasini (classe 1977, originaria di Pordenone), che del TPO rappresenta oggi il lato culturale, anche se è impossibile scinderne i vari aspetti. Ci ha raccontato un sacco di cose poco note del passato, ma soprattutto sul presente, sui rapporti con la città e col quartiere, e detto la sua su certa terminologia obsoleta. Tanta roba, anche se del doman non c’è certezza…

L'ingresso del TPO con l'opera del duo To/Let
L’ingresso del TPO con l’opera del duo To/Let

 

ZERO – Da quanto abiti a Bologna e cosa facevi prima del TPO?

Flavia Tommasini – Sono arrivata a Bologna nel ’96 per fare l’Università, Lettere e Filosofia, indirizzo Storia Contemporanea. L’anno prossimo sono vent’anni che sono qui. Prima del TPO facevo la studentessa, appunto.

Quando sei arrivata al TPO? 

Negli anni dell’Università ho vissuto il TPO come semplice frequentatrice. Sono entrata, invece, nel collettivo nel 2002, l’anno dopo il G8 di Genova. Erano gli anni del movimento “no global”, al TPO c’erano i “disobbedienti” – una delle anime che lo attraversavano, vocata più a “percorsi politici” – e io mi avvicinai a loro e cominciai a occuparmi prevalentemente delle questioni legate alla comunicazione, quindi radio, media attivismo con Global Project e, contemporaneamente, alla questione dei concerti, concerti grossi, perché lo spazio era molto grande. Credo 60milla mq di capannone, un ex fabbrica su tre piani, dal sottosuolo al secondo piano. All’ultimo evento, il 31 ottobre 2007, parteciparono più meno 5mila persone.

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Ultima serata in Viale Lenin (foto di Patrizio Del Bello)

 

Il TPO nacque come gruppo artistico. Quando si è sviluppata invece la matrice politica del movimento?

Non lo riporto in prima persona perché non c’ero, ma storicamente ci furono due grandi manifestazioni nel 2000, una contro Forza Nuova e una contro l’OCSE. Da lì partì la fiamma che portò ai No Global, dal quale nacquero diversi movimenti all’interno del TPO. Il TPO fu protagonista di quelle lotte anche sul piano nazionale: in viale Lenin nacque Indymedia, nacquero le Tute Bianche, prima ancora dei Disobbedienti e nel periodo dei Social Forum lo spazio divenne sede per moltissime assemblee. Ricapitolando, quindi, la matrice politica nacque tra il 1999 e il 2000 e venne definita con la prima assegnazione nel 2001 di viale Lenin. Dopo pochi mesi iniziò poi la trattativa con l’amministrazione Guazzaloca che portò, come sappiamo, alla firma della convenzione nel 2007 con quella giunta uscente e alla definizione amministrativa della convenzione nei primi mesi del periodo Cofferati.

Definiresti il TPO un centro sociale? E com’è cambiata la funzione dei “centri sociali” in questi anni?

Difficile a dirsi, perché “centro sociale” è un’etichetta troppo generica. E perché la funzione di quei luoghi, appunto, in questi anni è cambiata tantissimo, e proprio il TPO ne è un esempio lampante. È nato come spazio artistico, si è evoluto con una forte vocazione culturale e di ricerca, ma contemporaneamente si è sviluppata la richiesta dei diritti con pratiche differenti che vanno dal creare un’alternativa di spazio aperto fino a una pratica di piazza, spesso conflittuale.

Negli anni in cui lo stesso TPO è nato c’era una forte richiesta di spazi – si usciva dagli anni 80, epoca parecchio repressiva – e i centri sociali ebbero per questo una grande forza propulsiva. In vent’anni però si cresce, si diventa maggiorenni, e ovviamente si cambia: cambia la vocazione e cambiano gli obiettivi. Per il TPO è stato credo molto importante riuscire a collocarsi dentro la città e creare anche un meccanismo di ricambio delle persone che sono poi riuscite a far crescere e portare le loro idee nuove in un luogo come questo. Non ti nascondo che la domanda “che cosa diventa uno spazio occupato?” fu al centro di infinite discussioni già dopo il 2001. Che cosa diventa uno spazio occupato quando viene regolarizzato? Le risposte portarono già in viale Lenin a strappi e divisioni radicali di cui ancora oggi si sentono le ripercussioni. C’è gente che al TPO, per dirti, non c’ha messo più piede. Perché c’era chi non voleva essere regolarizzato e chi pensava che una regolarizzazione sanciva la fine del centro sociale come luogo aperto, ma a distanza di tempo posso dire che quello che siamo diventati ha stupito anche noi che ora siamo qui.

La sede di viale Lenin - foto archivio Nucci/Benvenuti -
La sede di viale Lenin – foto archivio Nucci/Benvenuti

 

Quali sono, quindi, i vantaggi di essere formalmente riconosciuti dall’amministrazione comunale? E cosa rappresenta per voi la “regolarizzazione”?

Il primo vantaggio è che i progetti che iniziano qui hanno oggi le gambe per crescere e moltiplicarsi.

La regolarizzazione fu per noi una grande vittoria, non un contentino, ma una conquista con il “potere”, quindi un’asse che siamo riusciti a spostare partendo da un piano di totale illegalità. Fu la dimostrazione che una pratica “illegale” può a volte spostare l’asticella del diritto. Dopo è cominciata, ovviamente, un’altra sfida: ora che cosa siamo? Siamo ancora un collettivo politico che cerca di spostare ulteriormente quell’asticella, a volte con pratiche di piazza conflittuali: il 18 ottobre, per dirne una, eravamo in piazza contro Forza Nuova e ora abbiamo 5 compagni alle misure cautelari (fra cui De Pieri, ndr) che stanno pagando quel prezzo. E siamo anche un luogo straricco: un hub che può creare connessioni, tant’è che lavoriamo con i ragazzi della Shape e di roBOt, con Imago e tanti altri, contaminandoci a vicenda. Ma abbiamo anche un doposcuola per ragazzi dai 10 ai 13 anni in rete coi servizi del quartiere Porto, con i servizi dell’educativa, con le scuole che sono nel quartiere per fornire un servizio alle famiglie che sono in difficoltà, soprattutto se stranieri; abbiamo corsi di italiano con migranti e richiedenti asilo, che per molti di loro sono il primo contatto con una forma di “accoglienza”; abbiamo un percorso sullo sport connotato sulle nostre parole d’ordine (antifascismo, antirazzismo e antisessimo) che fa 200 tesserati alla Uisp e che da tre anni sviluppa progetti con il quartiere e i servizi sociali; abbiamo corsi di teatro con i disabili. Anche se, ci tengo a dirlo, il nostro non è un servizio di sussidiarietà, del tipo che “il comune non c’arriva, allora ci siamo noi”. Vero sì, ma solo fino a un certo punto, perché all’assistenzialismo, preferiamo il mutualismo e la cooperazione reale. Insomma, se domani ci sgomberassero – parlo per assurdo – lasceremmo moltissime cose a metà strada e rischieremmo di abbandonare molte persone su cui sentiamo oggi di avere una certa responsabilità. Per questo è importante essere riconosciuti.

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La consegna dei diplomi della scuola di italiano per migranti

 

Ha una data di scadenza questa convenzione?

È scaduta il 28 ottobre scorso…Ma anche se Ronchi (l’assessore alla Cultura cacciato dal sindaco Merola, ndr) non c’è più – l’ultimo rinnovo l’abbiamo fatto con lui – siamo in attesa di un rinnovo tacito per almeno un altro anno, che è quello che è nel contratto. Perché la convenzione portava il TPO all’ottobre del 2015, ma l’accordo era quello della proroga di un anno. Poi non sappiamo, dipenderà dalla nuova amministrazione. E aggiungo che questo è uno spazio che appartiene alle Ferrovie dello Stato (ora non so se Rfi o cos’altro fra le varie società) e quando il comune insieme a noi lo individuò lo prese in affitto con un contratto fino al 2021. Dopo non ho la più pallida idea di cosa succederà.

E attorno a questo nodo delle amministrative c’è anche una svolta storica per noi, perché stiamo ragionando insieme ad altri su come partecipare alle decisioni politiche. È nata per questo la lista #Bonalè nella quale insieme ad altri soggetti ci siamo anche noi. Mai nessuno avrebbe immaginato dieci anni fa di ragionare su voti e amministrative dentro a un centro sociale occupato (le riunioni le abbiamo fatte al Labàs, per dire). In posti come questi nessuno è mai andato a votare, c’è sempre stata una cultura del non voto e del non riconoscimento del potere. Ora è chiaro che qualcosa sta cambiando.

E si può ancora fare controcultura, secondo te?

Questa parola funzionava molto un tempo forse, quando per uscire dal “mainstream” dovevi lottare. Io da adolescente negli anni 90 dovevo lottare per conoscere, ad esempio, delle band che potevano interessarmi, per trovarle in concerto. E spazi come questi erano ossigeno. Ora i confini tra quello che è indipendente e quello che non lo è risulta labile, le informazioni a disposizione sono molte di più, quindi quando si parla di controcultura, mi viene da chiedere “contro cosa?”. Mi piace più pensare, quindi, che non sia contro qualcosa ma “altro”, qualcosa che si costruisce in modo diverso e parte dal basso, utilizzando poi spazi come questi per lo sviluppo.

Il concerto dei De La Soul nel 2011
Il concerto dei De La Soul nel 2011

 

Alla luce degli ultimi sgomberi, si dice che Bologna stia perdendo la sua anima “alternativa”. Lo credi anche tu?

No, non credo proprio. Credo, invece, che ci sia un’eccedenza di anime alternative, per esagerare. Io ho vissuto un’epoca davvero buia per la cultura a Bologna, che è stata l’epoca Cofferati, che coincise tra l’altro con l’inizio del nostro percorso qui in via Casarini. Oggi invece vedo una Bologna davvero viva e che, rispetto a una decina di anni fa, è ricca di attività culturali che hanno superato quella dimensione di “solitudine” che ci faceva sentire tutti un po’ abbandonati. Oggi siamo in tanti e questo è un bene.

Qualcuno ha mai messo in discussione la vostra esistenza? Penso anche alle conseguenze scatenatesi dopo i provvedimenti contro De Pieri..

Abbiamo avuto diversi attacchi in questi anni, ogni volta che abbiamo partecipato a manifestazioni. Ma in generale abbiamo sempre avuto problemi, soprattutto con la destra e con la Lega. Ma continuiamo a fare il nostro, non ci spaventiamo. E non abbiamo mai sentito l’esigenza di cambiare pelle per evitare la repressione. Proviamo a mobilitare le persone, cercando di renderle consapevoli di ciò che succede, non solo a noi. Cosa succede ad esempio quando un posto come Atlantide viene sgomberato: inaccettabile in una città che ha fatto di quella cultura indipendente una ricchezza. Cultura “indipendente” importante tanto quanto i tortellini! A noi piacciono anche i tortellini eh! E di manifestazioni legate al cibo ne facciamo anche tante, non è che non ci piace mangiare bene perché siamo indipendenti, anzi! Ma, ecco, a volte si esagera con progetti per noi assurdi come quello di FICO: milioni di euro buttati in una zona assurda dove tra l’altro c’è una speculazione immobiliare in corso, con la cosiddetta riqualificazione di certi terreni che poi bisognerebbe andare a vedere a chi appartengono (molti sono legati a Fondazione Carisbo, ad esempio…).

La manifestazione contro Forza Nuova del 18 ottobre 2014
La manifestazione contro Forza Nuova del 18 ottobre 2014

 

Com’è il rapporto con gli altri centri sociali? Come vi vedono in quanto “riconosciuti”?

Come ci vedono loro non ci è dato saperlo, dato che non ci sono molte occasioni di confronto. Ma, ecco, dipende dai soggetti. Bologna ha comunque in sè moltissime visioni politiche di “movimento” e fortunatamente non siamo tutti uguali. Questa è comunque una ricchezza di Bologna, perché quando ci arrivi puoi decidere cosa ti interessa di più e scegliere. È chiaro però che essendo a volte molto diversi è difficile andare d’accordo su tutto. Ci sono dei massimi comuni denominatori, su grandi temi le convergenze ci sono, ma spesso è difficile parlarsi pur stando dalla stessa parte della barricata. Poi se qualcuno viene come noi riconosciuto a noi fa solo piacere, perché più spazi ci sono e meglio è. Anche perché farsi “riconoscere” non vuol mica dire smettere di occupare eh!

Siete l’unico centro sociale in città ad avere una radio in FM (Radio Kairos). Cosa rappresenta per voi?

È stata anche questa una sfida. La frequenza è stata rilevata nel 2005 e anche in quel caso ci fu una sorta di cordata, perché questa è la frequenza storica di Radio K Centrale, che fu una radio importante a Bologna. Fu rilevata per farla restare in seno ai movimenti. È importante per noi perché dà voce a tante persone diverse. Posso parlarne un po’ anche come una cosa mia, sia perché sono direttore responsabile, sia perché è stata un pezzo importante della mia storia al TPO. È anche il simbolo di quella necessità che avevamo di aprirci alla città: non l’abbiamo mai immaginata come una radio di militanti come erano quelle di un tempo, ma come una voce libera.

Sei legata anche al progetto Cheap. Cosa lo unisce al TPO?

Abbiamo all’inizio lavorato con Sonia e Elisa di To/Let, che animavano l’ex Spazio Elastico, perché volevamo facessero un loro intervento artistico qui. Ci siamo conosciute così. C’era già l’idea da parte loro di lavorare a un festival di poster art. A maggio 2012 ne parlammo sedute attorno a una barca di sushi al ristorante giapponese di via Irnerio, e in quel momento venne il terremoto. Un momento davvero difficile da dimenticare. Da lì siamo partite, e oggi, tra l’altro, il TPO ospita l’associazione Cheap.

Flavia al lavoro con Cheap sui muri del Locomotiv in occasione di Tutto Molto Bello del 2014
Flavia al lavoro con Cheap sui muri del Locomotiv in occasione di Tutto Molto Bello del 2014

 

Devo essere sincero: il TPO è uno dei pochi centri sociali (non solo a Bologna) nel quale mi sono sentito sempre a mio agio. Forse potrei portarci anche mia madre. Come ci riuscite?

È quello che dicevo prima: ci siamo aperti e cercato di tenere la barra dritta sulla molteplicità. Altri spazi magari hanno fatto altre scelte e hanno deciso di fare solo serate. Noi volevamo provare a mettere dentro tante cose diverse. E poi credo sia importante anche la cura che abbiamo di questo posto. All’inizio il TPO, come altri “riconosciuti”, fu ristrutturato grazie ai fondi di un progetto europeo che vinse l’assessorato alla Cultura dell’epoca. I lavori però andarono per le lunghe e quando arrivammo mancavano un sacco di cose, come le porte o gli impianti elettrici, ad esempio. Quindi, per convenzione, pattuimmo che nei primi quattro anni avremmo pagato un po’ meno d’affitto per occuparcene noi. Ma ecco, sì, ci abbiamo sempre tenuto molto a questo posto e cerchiamo di proteggerlo come fosse casa nostra. Altro aspetto centrale per noi è la comunicazione con le persone, perché abbiamo un pubblico variegatissimo e può capitare che uno arrivi qui e non veda nessuna differenza fra uno spazio come il nostro e l’Estragon, per dirne uno. Ma è chiaro – chiaro per noi almeno – che ci sono delle differenze. Quindi, ad esempio, proviamo a farle passare anche attraverso piccole cose, come può essere ad esempio dare l’acqua microfiltrata e senza plastica.

La main room e il bar del TPO
La main room e il bar del TPO

 

Per il ventennale ospiterete l’unica data dei Test Dept, band politicamente sempre molto impegnata. Che significato ha una band del genere per un luogo come il vostro?

Ti dico: io sono molto emozionata. Ci stiamo lavorando molto perché vorremmo fosse un evento davvero speciale. Questa è una serata che esisterà solo a Bologna e questo è molto importante per noi. È un evento costruito sulla loro poetica, sulla loro lotta. Per riassumere, c’è una frase di Majakovskij che campeggia nel libro sulla loro storia che sarà presentato quel giorno: l’arte non è uno specchio per riflettere il mondo, ma un martello per forgiarlo. Come attivista mi riconosco tantissimo in quest’approccio.

Dove li porterete a mangiare?

Qui! Cucina la nostra Rossella, che è un’ottima cuoca. Purtroppo però la cucina non è aperta al pubblico.

E in città ci sono progetti che usano l’arte – bene – come strumento di dissenso?

Non è una cosa certo semplice oggi, per la fluidità del contemporaneo che ti impedisce di usare un solo strumento o solo il “martello” per tornare a Majakovskij. Però no, non vedo nessuno in questo senso.

Cosa fai in genere dopo che chiudete i cancelli?

Chiudiamo alle 4. Una cosa che facciamo ultimamente è uscire con i nostri bei secchi, sacchi dell’immondizia, e pulire il quartiere fino alle 6 della mattina (siccome vogliamo costruire un rapporto con chi vive attorno a noi, facciamo anche questo, cercando di limitare le serate a grosso impatto a una volta al mese). Poi faccio colazione al Framorò qui di fronte, che sta aperto 24 ore su 24, saluto Michele dell’edicola che apre sempre molto presto e me ne vado a casa, vicino all’Ospedale Maggiore.