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La memoria è un campo di battaglia: intervista a Lorenzo Mori di Riverrun

Scritto da Salvatore Papa il 14 ottobre 2026

Memorabilia Quattro Castella - documenti donati dai cittadini)

A Quattro Castella, in provincia di Reggio Emilia, è nato Memorabilia, il primo archivio di comunità dell’Emilia-Romagna. Ideato da Riverrun insieme al Comune e alla Biblioteca Carlo Levi, il progetto raccoglie fotografie, lettere, documenti e testimonianze degli abitanti per costruire una memoria condivisa del territorio, accessibile online e destinata a crescere nel tempo. Ma un archivio può essere molto più di un luogo in cui conservare il passato: può far emergere storie dimenticate, mettere in discussione i racconti ufficiali e aprire spazi di confronto tra generazioni e punti di vista differenti.

Ne parliamo con Lorenzo Mori, direttore di Riverrun, a partire da Memorabilia e da un lavoro che attraversa diversi territori italiani, per ragionare sul significato della partecipazione, sui confini delle comunità e sul potere della memoria. Chi decide quali storie meritano di essere raccontate? E che cosa succede quando i ricordi smettono di essere soltanto privati e diventano un bene comune? Perché, come sostiene Mori, un archivio vivo non deve necessariamente restituirci un’immagine rassicurante di ciò che siamo stati: può aiutarci a immaginare ciò che ancora possiamo diventare.

 

Siamo abituati a pensare all’archivio come a un luogo dove si conserva il passato. Tu sostieni invece che un archivio possa servire a far accadere qualcosa nel presente. Che cos’è allora un archivio di comunità?

Memorabilia in realtà è nata quasi per caso. Mi sono trovato davanti agli scatoloni, abbandonati accanto a un cassonetto, di una signora appena scomparsa: fotografie, lettere, documenti che stavano per finire in discarica. Li ho aperti e le persone hanno iniziato a fermarsi: “Oh, ma quella è sora Nina…”. Hanno cominciato a riconoscere volti, luoghi, pezzi di città, a raccontarsi storie, a intrecciare le proprie vite a quelle del quartiere. Lì ho capito che forse la domanda interessante non era “che cosa conservano queste fotografie?”, ma “che cosa fanno succedere quando le rimettiamo in mezzo alle persone?”. Da allora l’archivio per me è soprattutto un innesco. Più che conservare il passato, mi interessa vedere che cosa riesce a smuovere nel presente.

Memorabilia nasce dentro Riverrun, che lavora tra arte, territori e processi partecipativi. Qual è il tuo ruolo dentro una comunità che non è la tua?

La prima regola, per me, è evitare di arrivare in un posto e spiegare alle persone chi sono. Sarebbe abbastanza coloniale, oltre che ridicolo. C’è un tempo iniziale di incontro che serve a chiedere il permesso, a capire se c’è una reale disponibilità a contaminarsi. Solo dopo arriva l’ascolto reciproco e la costruzione di un dispositivo condiviso: una raccolta pubblica, una festa, una performance, un archivio, qualcosa che permetta alle persone di guardarsi da una prospettiva imprevista. Chi fa arte non è mai neutrale: sceglie le domande, provoca delle situazioni. Ma senza controllare le risposte. La cosa più interessante è quando metto in moto un processo e succede qualcosa che non avevo previsto neanche io. Lì comincia davvero il gioco. E non è detto che funzioni. Ci sono momenti in cui mi accorgo di aver fatto una domanda troppo presto, di aver letto male una situazione o semplicemente di non sapere bene che cosa fare. È forse la parte più difficile: capire quando intervenire e quando togliersi di mezzo. Non ho una formula da insegnare forse il bello è proprio questo: dopo cinque anni di progetto, la sto ancora cercando.

“Partecipazione” è diventata una parola quasi obbligatoria. Ma spesso abbiamo la sensazione di poter partecipare a tutto tranne che alle decisioni importanti. Quando la partecipazione è reale e quando diventa soltanto una scenografia?

Abbiamo riempito il mondo di post-it, tavoli partecipativi, facilitazione e pennarelli colorati. Benissimo. Ma la domanda resta: alla fine chi decide? Chi decide cosa entra nell’archivio, come viene raccontato un luogo, quali memorie contano e quali no? E soprattutto: posso partecipare anche rompendo le scatole, dicendo una cosa che non piace, facendo emergere un conflitto? Perché se mi fai partecipare solo finché sono d’accordo con te, quella non è partecipazione. È soltanto una scenografia democratica utile per apporre il timbro del “noi”, ma priva di efficacia reale.

Forse però il problema sta già nella parola “comunità”. Quando diciamo “la comunità ricorda”, “la comunità vuole”, “la comunità si racconta”, chi stiamo facendo parlare? E chi stiamo lasciando fuori?

Quando sento dire “la comunità vuole”, ormai la prima domanda è: sì, ma chi è la comunità? Chi viene alle assemblee? Chi è nato lì? Chi parla più forte? Ogni volta che costruiamo un “noi” rischiamo di costruire anche un “loro”. Allora forse dovremmo preoccuparci meno di difendere l’identità delle comunità e molto di più di capire come renderle aperte, orizzontali, capaci di reggere differenze e conflitti. Io sto iniziando a chiamarla comunità della cura: non stiamo insieme perché siamo uguali, ma perché scegliamo di prenderci cura di qualcosa insieme.

Un archivio di comunità rischia allora di diventare il luogo in cui una comunità costruisce una versione rassicurante di sé stessa. Un archivio può contenere anche qualcosa che contraddice la comunità che lo ha costruito?

Deve. Altrimenti è l’album di famiglia dove mettiamo solo le fotografie in cui ci piacciamo di più. Al Tufello, per esempio, è fortissima la memoria dell’antifascismo, del mutualismo, delle lotte sociali. Tutto vero. Ma ci sono state anche la Banda della Magliana, il fascismo, le morti di overdose; c’è chi alle lotte non partecipa e chi dal quartiere vuole soltanto andarsene. A un certo punto ho capito che non dovevo cercare tutte le memorie: dovevo cercare le tensioni. Un archivio vivo deve potersi anche contraddire. Altrimenti è propaganda identitaria con delle belle fotografie.

Definite Memorabilia un “archivio emozionale”. Ma che valore può avere per un archivio una memoria emotivamente potentissima e magari storicamente sbagliata?

Un valore enorme, basta non spacciarla per un fatto storico. Una persona guarda una fotografia e dice: “Questa è stata l’ultima festa prima che chiudesse la miniera”. Poi scopri che non era l’ultima, magari la miniera era già chiusa. Perfetto: abbiamo sistemato il dato storico. Ma la domanda interessante comincia dopo: perché quella persona ha bisogno di ricordarla come l’ultima? Che cosa è finito per lei quel giorno? Una memoria può essere storicamente falsa e umanamente verissima. Non dobbiamo scegliere quale delle due verità salvare. A me interessa proprio quello scarto, quello spazio che si apre tra le due.

Quindi un archivio non dovrebbe necessariamente dirci “chi siamo”?

Comincio a pensare che “chi siamo?” sia una domanda abbastanza pericolosa. La Convenzione di Faro ha fatto un passo importante: non sono più soltanto lo Stato o chi detiene il sapere specialistico a decidere cosa merita di diventare patrimonio; possono farlo le comunità. Ma anche un gruppo egemone dentro una comunità può appropriarsi della memoria collettiva e dire: “Noi siamo questo”. Io vorrei spostare la domanda: non più “che cosa ci rappresenta?”, ma “di che cosa scegliamo di prenderci cura insieme?”. È qui che entra la comunità della cura. Possiamo avere cura di uno spazio, di una collina, di una memoria senza dover condividere la stessa identità. Possiamo stare insieme senza doverci per forza assomigliare.

Se un archivio guarda continuamente indietro, come può diventare uno strumento per immaginare qualcosa che ancora non esiste?

Il problema nasce quando l’archivio diventa uno specchio incantato che continua a restituirci l’immagine di noi a cui ci hanno detto di assomigliare. Nei villaggi minerari in Sardegna, dove sto tuttora lavorando, con chi li abita stiamo provando a rompere quello specchio: dentro l’epica della miniera ci sono solidarietà e comunità, ma anche sfruttamento, devastazione ambientale, tumori, dipendenza da un sistema che poi è crollato. Guardare anche questo rende più vigili quando nuovi modelli estrattivi tornano travestiti da altro: turismo di massa, consumo del territorio, gentrificazione. La memoria torna trasformativa quando smette di dirci chi dobbiamo essere. Può aiutarci a elaborare traumi e lutti invece di ripeterli, e a vedere strade che proprio quel passato aveva scartato. Ricordare non significa dover restare fedeli a ciò che siamo stati. Significa tornare ad avere la possibilità di diventare altro.

Quando finisci un progetto, che cosa rimane? Un archivio, delle fotografie, dei QR code oppure qualcosa che non si può archiviare?

A Montesacro, alla festa finale di apertura dell’archivio, una persona che mi aveva dato tantissime fotografie a un certo punto mi ha detto: “Ora ho capito perché l’ho fatto. Adesso che le mie foto sono diventate del quartiere, sono ancora più mie.” Per me Memorabilia sta esattamente in questa frase. Una fotografia esce dal cassetto, smette di essere soltanto un bene privato e diventa un bene comune. E la cosa bella è che non si perde niente: al contrario, quella memoria si moltiplica, perché altre persone possono riconoscersi, aggiungere pezzi, persino contraddirla. La memoria privata conserva. La memoria condivisa può agire. È quando torna a essere un bene comune che ritrova davvero una capacità trasformativa e rigenerativa.

Quattro Castella è uno dei territori in cui avete messo alla prova queste idee. Che cosa avete fatto concretamente e, soprattutto, che cosa avete scoperto che non sapevate quando siete arrivati?

  1. A Quattro Castella, dove ho lavorato a stretto contatto con la biblioteca locale, un vero e proprio presidio culturale permanente molto frequentato, è successa una cosa molto chiara. Quando abbiamo iniziato sembrava che ci fosse una narrazione dominante capace quasi di occupare tutto lo spazio memoriale del paese: quella del Corteo Matildico. Una grande rappresentazione collettiva, molto forte, molto riconoscibile, molto “identitaria”. Quasi il racconto ufficiale attraverso cui il paese metteva in scena sé stesso. Poi le ragazze della biblioteca sono andate nelle frazioni a raccogliere storie e materiali e hanno scoperto i contro-cortei: feste, parodie, prese in giro del corteo principale, un controcanto ironico, laterale, a volte parecchio irriverente. Ed è stato illuminante, perché lì capisci che la memoria non è mai neutra: è anche un dispositivo di potere. Ci sono racconti che finiscono sotto i riflettori e altri che continuano a vivere ai margini. A me non interessa decidere quale sia il racconto vero: mi interessa creare uno spazio in cui possano finalmente apparire entrambi. Perché una comunità viva non è quella che ha trovato il racconto perfetto di sé, ma è quella che continua a metterlo in gioco.