Le grandi trasformazioni planetarie fotografate da Federico Borella

Scritto da Salvatore Papa il 31 agosto 2020

Data di nascita

7 novembre 1983 (36 anni)

Luogo di nascita

Bologna

Luogo di residenza

Bologna

Attività

Fotografo

Tra i più interessanti fotografi bolognesi c’è Federico Borella, che collabora con l’agenzia internazionale di fotogiornalismo Parallelozero, ha lavorato per riviste, agenzie e pubblicazioni internazionali tra cui Newsweek, Time Magazine, CNN e Stern ed è stato nominato Fotografo dell’Anno al Sony Photography Awards 2019.

Venerdì 11 settembre alle h 21 sarà ospite di Resilienze Festival e sul grande schermo delle Serre, proverà a raccontare il suo punto di vista sulle grandi trasformazioni ambientali attraverso i suoi lavori Five Degrees e Of water and people.

Ne abbiamo approfittato per conoscerlo meglio e fargli qualche domanda.

 

Come ti sei avvicinato alla fotografia? E come i tuoi studi in letteratura classica e archeologia mesoamericana hanno segnato quello che fai?

Grazie ai miei genitori ho viaggiato parecchio perché erano entrambi trasferisti, per cui sin da subito sono stato proiettato nel mondo del viaggio. Ho vissuto tre anni a Mogadiscio, ho fatto la prima elementare lì, poi siamo scappati appena è cominciata la guerra. E da lì la mia base è stata quasi sempre a Bologna.
La cosa in comune con i miei studi è il piacere della scoperta. Mi piaceva l’idea di fare l’archeologo per il gusto di scoprire qualcosa di diverso e di poco conosciuto. Poi con gli anni ho notato questa affinità con il mondo della fotografia. L’obiettivo è sempre quello di portare alla luce qualcosa che possa migliorare la vita di qualcuno, direttamente o indirettamente.

Quali sono i temi che prediligi nel tuo lavoro?

Sono aperto a tutto, provo a non chiudermi nessuna strada. Mi interessa qualsiasi storia che vale la pena di raccontare. Prediligo comunque l’ambito tecnologico, mi piace moltissimo. Il lavoro che sto portando avanti, RelationChip, è molto complesso e mi ci sono incastrato felicemente. Si tratta della relazione tra l’essere umano e le nuove tecnologie, ovvero come la tecnologia sostituisca alcuni comportamenti umani. E mi interessa molto anche l’antropologia, anche rispetto a grandi sistemi come le megalopoli.

Quali, invece, i luoghi e le persone che ti hanno segnato di più e lasciato qualcosa di importante?

Come luoghi non posso non citare l’India. Mi ci avvicinai la prima volta nel 2015 un po’ titubante, perché da sempre è stata meta per i fotografi amatori, e io ho sempre provato ad andare controcorrente. Ma mi sono dovuto ricredere perché c’è ancora tantissimo da raccontare e, soprattutto, da capire. Sono legatissimo anche al Giappone, sto studiando anche la lingua, ci vado spesso (prima del Covid ci andavo due volte l’anno), organizzo anche dei corsi di street photography .
Tra le persone che più mi hanno segnato ci sono certamente alcuni protagonisti dei miei lavori, primo tra tutti Todd, ragazzo che ha perso braccia e gambe in Afghanistan, il mio super long-team project che va avanti da 7 anni a spizzichi e bocconi. Sto provando a raccontare la sua vita, da quando era un ragazzo appena divorziato, subito dopo l’incidente, ad ora che si è risposato in Missouri e aspetta il primo figlio dopo essere passato attraverso un serio tentativo di suicidio.
E poi tutte le donne che ho conosciuto come vittime di attacchi con l’acido, storie agghiaccianti.

Passiamo alla tua partecipazione a Resilienze Festival. L’ambizione dell’evento è raccontare le grandi trasformazioni planetarie. Quale sarà il tuo contributo?

Racconterò le trasformazioni planetarie che ho provato a documentare in questi anni, che parlano di trasformazioni terrestri (Five Degrees) e acquatiche (Of Water and People). L’obiettivo è quello di provare a dare uno scossone e far prendere coscienza delle fortune che abbiamo rispetto ad alcune vicende e parti del mondo. Io stesso sento di essere cambiato dopo aver visto certe cose.

Ti va di raccontarci i tuoi ultimi lavori "Five Degrees" e "Of water and People”?

Five Degrees fa parte di una sorta di trilogia sugli elementi: la terra (Five Degrees), l’acqua (Of Water and People) e l’aria su cui lavorerò. Ho scelto delle storie nelle quali gli elementi in questione sono stati profondamente modificati dall’uomo e si stanno ritorcendo contro l’essere umano stesso. In Five Degrees si parla, ad esempio, della correlazione scovata da uno studio dell’Università di Berkeley tra l’aumento dei suicidi di contadini indiani in alcune aree del paese e i cambiamenti climatici. In pratica si è notato che con l’aumento delle temperature il numero di suicidi schizza alle stelle. Ovviamente non sono conseguenza diretta del troppo caldo, ma determinati da una lunghissima catena di fattori che parte dal fatto che, per esempio, i monsoni arrivano in ritardo o molto scarichi e senza acqua con conseguenze devastanti sui raccolti che portano gli stessi contadini a chiedere prestiti alle banche e accumulare debiti. Parliamo di centinaia di persone che decidono di farla finita perché non riescono a reggere il peso o il disonore di questa situazione. E di un problema comunque già noto da quelle parti e di cui raramente si parla.
Of Water and People è invece dedicato al fiume Mississipi che data l’incredibile domanda di carne da parte del popolo statunitense è invaso dai nitriti e i nitrati degli allevamenti intensivi che vengono poi scaricati nel Golfo del Messico, formando le cosiddette “dead-zone” dove smette di crescere qualsiasi forma di vita. L’ultima dead-zone scoperta è grande come il Massachusetts.

I tuoi ultimi lavori indagano in qualche modo anche l’Antropocene (che molti preferiscono chiamare Capitalocene). Credi anche tu, attraverso la tua esperienza, che l’uomo sia stato in grado in così poco tempo di creare una nuova era geologica? Che sensazione hai?

Sono più d’accordo sul nome Capitalocene e ci credo assolutamente. La sensazione è drammatica. I tentativi di risolvere la situazione non sono affatto sufficienti. Il punto di non ritorno sulle calotte polari, per dirne una, è stato sorpassato e anche se eliminassimo i fattori umani che determinano il cambiamento climatico comunque il danno l’avremmo già fatto. È impossibile, insomma, tornare indietro.
Facendo questa trilogia sull’ambiente non sono riuscito a scoprire una cosa buona: dalle foreste massacrate da Bolsonaro, alla mancanza d’acqua sull’Himalaya, alle dead-zone, all’aria di Pechino che provoca aborti spontanei, ecc.
Mi chiedo cosa quali cose spaventose potrebbero farci aprire gli occhi. D’altra parte nemmeno il lockdown è servito a nulla…

Parliamo ora del tuo rapporto con Bologna. Come giudichi la tua città?

Bologna è la mia casa, anche professionale, perché qui ho iniziato a fare questo lavoro. Qui si vive bene, ma dal punto di vista culturale, secondo me, si potrebbe fare di più. Salvo poche cose importanti (penso al MAST, che è un ottimo esempio di promozione culturale, o alla mostra con la Ragazza con l’orecchino di perla) io vedo rotolare le balle di fieno. Mi spiace perché le potenzialità ci sarebbero.

C’è qualcosa qui che secondo te varrebbe la pena di fotografare/documentare?

Proprio negli ultimi tempi ho provato a pensare a qualcosa da fare in Italia. E ammetto di aver sbagliato a cercare qualcosa di nuovo sempre al di fuori del mio Paese. Però sto facendo molta fatica, perché sono abituato a cercare storie con un taglio che sia il più internazionale possibile. Mi sono chiesto quali potrebbero essere quelle cose che sembrano scontate e invece potrebbero interessare chiunque in qualsiasi parte del mondo. Non ho trovato ancora granché, ma mi sono lanciato in un progetto sulla via Emilia, provando a raccontarla al di fuori dei grandi centri e città. Vediamo cosa viene fuori. Vado in giro col mio camper Westfalia, carico la bici e faccio dei grandi giri. Mi piace, è una cosa davvero casalinga, anche perché io stesso vivo vicino alla via Emilia.

Quali saranno i tuoi prossimi viaggi?

Il Covid ne ha abbattuti almeno quattro con altrettante storie. Probabilmente potrei andare in Israele il prossimo ottobre per visitare un’azienda che stampa carne sintetica con le stampanti 3D; e poi spero di nuovo tanto Giappone e India.