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Nel rifugio creativo di Titivil: autogestione, disegni e demoni

Scritto da Greta Biondi il 13 aprile 2026

Nel silenzio degli scriptorium medievali si nascondeva un demone piccolo ma temutissimo: Titivillus.
Quando un monaco commetteva un errore (saltando una riga o sbagliando una lettera), la colpa non veniva data alla stanchezza, ma a lui. Ed è per questo che è diventato il demone dei refusi.
Dal 2022 Titivil è anche un luogo – sulla via Mascarella che snoda tra Dolce Irnerio e Bella Instabul 3 – che si occupa di promuovere il linguaggio del disegno, del fumetto e dell’illustrazione contemporanea a Bologna.

Quando arrivo mi aprono la porta in cinque: Angelica, Matteo, Noemi, Omar e Pietro, dicendomi che gli altri diciassette oggi non potevano esserci. Ci accomodiamo di sopra, nella zona di co-working.

Per chi volesse partecipare, mercoledì 15 aprile nello spazio ci sarà un giornata di raccolta fondi con torneo di Calcio a Due (!). Qui le info.

 

Mi guardo intorno e non resisto, perché ultimamente trovo le cose "immobiliari" particolarmente avvincenti, perciò chiedo subito: Wow. Ma cos’era questo spazio, e come l’avete trovato?

Ti diciamo prima di tutto che aveva le scale ricoperte di tessuto pitonato. Era un posto abbastanza assurdo, inutilizzato credo dagli anni Ottanta. Un magazzino, e prima ancora una pelletteria. Per come lo vedi adesso è stato rifatto tutto da noi. Pareti, pavimenti, soffitti, vetrina, tutto. Un lavorone, però sono soddisfazioni. Ci abbiamo messo diversi mesi.

È venuto da dio. Grazie per il dettaglio del pitonato. Ma che dite, partiamo con la cronistoria di questo posto? Così riusciamo ad andare con ordine, che qui le cose da dire sono parecchie. Per esempio: com’è nata Titivil? Forse non l’avete ancora raccontato per bene a nessuno, perciò se volete...

Sai che effettivamente ancora no. Bene, così facciamo pure pratica per le prossime interviste durante la Bologna Children’s Book Fair: un ragazzo sta facendo la tesi su spazi autogestiti come il nostro in giro per l’Italia, e vuole farci delle domande… Allora, è successo che alcuni di noi, sia come singoli che come collettivi, si sono incontrati per una serie di astri propizi e ritrovati insieme nello spazio-tempo attorno al 2021. Questo allineamento ci ha fatto dire: creiamo qualcosa a Bologna. Il mio niente + il tuo niente + il suo niente può fare un niente un po’ più grosso, un niente al cubo, tipo. Così è nata Titivil.

E poi?

E poi dopo il tribolo dei lavori in corso di cui sopra del 2022, nel 2023 nasciamo ufficialmente, e facciamo un opening a febbraio. Noi poche e tetre aspettative come sempre, ma è venuta tanta gente. Bello, bellissimo. In quel periodo eravamo davvero un fiume in piena, facevamo eventi quasi ogni mese, eravamo elettrizzati; mostre, performance, expo di stampe, fanze e videogames, reading, presentazioni di libri e magazine, workshop. Una su tutte di quel momento: la cinque giorni di workshop Costruire il palazzo ideale, che è stata anche una delle nostre prime collaborazioni con Hamelin, il festival Ad Occhi Aperti e l’Accademia di Belle Arti di Bologna. Così andava anche il 2024, pieno e innamorato.

Forse mi ripeto: e poi?

E poi ci è arrivata una bella letterina di pignoramento dell’affitto. Bang – una detonazione, crisi totale. Soprattutto perché ci siamo ritrovati nel dilemma di dire: ma che facciamo, continuiamo a costruire uno spazio che ci possono sfilare da sopra la testa e da sotto i piedi in qualsiasi momento? Per alcuni è stato meno problematico forse pensare “andiamocene, troviamone uno nuovo”, però per altri, e specialmente per lo zoccolo duro che questi muri li aveva prima immaginati e poi stuccati, è stato un lutto. Per tanti di noi Titivil è letteralmente una seconda casa, per alcuni direi la prima. Abbiamo una sala prove, una foresteria (cioè un divano per chi si deve o vuole fermare a dormire), strumenti e spazi per usarli quando sarebbe difficile farlo altrove, per esempio l’aerografo. Non potevamo lasciare tutto questo, ma eravamo persi sul serio. Non avevamo idea di come gestire la situazione, che oltretutto non dipendeva da noi, ma da debiti altrui. Così, dato che un santo in paradiso non ce l’abbiamo ma non potevamo mollare, abbiamo chiesto un dialogo con le istituzioni, e c’è stata una risposta. Il valore di uno spazio come Titivil è stato riconosciuto, specialmente in centro, tra taglieri di salumi, e il Comune si è interposto facendo da garante. Noi continuiamo a pagare l’affitto, e possiamo rimanere.

Finita bene insomma, evviva. Però immagino che la paura, la rabbia, la frustrazione sia stata tanta. Come state adesso?

Ripresi, provati ma ripresi. Avevamo cercato comunque di prendere provvedimenti per l’eventualità peggiore e fare provviste per un lunghissimo inverno interiore con la festa benefit dello scorso ottobre. Quei soldi sono già spariti, per ricomprare le scrivanie di chi se ne era andato nel momento di maggior sconforto, ma ora ci siamo riarredati. Però è anche per questo che abbiamo, se non interrotto sicuramente rallentato, con le mostre e le altre attività. È stato uno iato dettato per niente da una mancanza di idee, ma di risorse. Perché partecipare ai grandi eventi come le fiere e le rassegne, fare le mostre e tutto il resto ha un costo. Ma il potere del dragone cinese e della fenice regalateci dal nostro tenutario cinese vegliano potenti e dorate su di noi. Adesso ripartiamo.

E fine della cronistoria. Io sono sempre stata molto incuriosita dal vostro bookshop e dalle pratiche di stamperia che si svolgono all’interno di Titivil. Me ne parlate un po’?

Il discorso è gigante, però anche semplice. Nasce dalla volontà di voler aggregare in un unico spazio tanto materiale che di per sé starebbe sparpagliato in giro, altrove. L’idea del bookshop è stata praticamente spontanea, per via di tutte quelle persone e realtà incontrate in giro, in gita, nella nostra eterna sgangherata tour life [ridono]. La base era, ed è, tipo: “ho dormito sul tuo divano, mi fai vedere cosa disegni?”, insomma, quella cosa lì del punk. Fratellanza e sorellanza con realtà di autoproduzione sia visuale che musicale che ci spingeva a conoscerci, incontrarci per capire cosa c’era là fuori, intrecciando attività di ricerca e volontà di andare sempre avanti. Spesso si tratta di contenuti che non sarebbero arrivati altrimenti – una sorta di archivio, di libro mastro disinteressato all’editoria, ma fatto di produzioni fragili, piccole, estemporanee, di microfenomeni, di banchetti. Per quanto riguarda la stamperia c’è Enterpress, un collettivo che si occupa principalmente di stampa in risograph che abita da sempre questi spazi con noi.

Vorrei adesso parlare del vostro rapporto con Bologna. Eh già. Per dire, ci vado piano: ve ne andreste se non ci fosse Titivil?

Girerei la frase: non ce ne andiamo perché qui abbiamo Titivil. E poi Bologna per noi è stata importante, una sorta di compasso del prima e del dopo. Prima di noi, e in parte tutt’ora, realtà come Canicola e il primo Bilbolbul, ma anche Maple Death, ci hanno dato una linea. Noi abbiamo raccolto una sorta di fiaccola, senza che nessuno ce lo chiedesse, ovviamente. Facciamo parte di questa psicosfera bolognese, ecco. C’era una nuova possibilità e l’abbiamo realizzata. Ma è tutto intelaiato con tutto. Noi siamo un mucchio di esperienze artistiche e personali organiche, non un negozio, e se anche ci trovi chiusi ma ci chiami proviamo ad aprire su richiesta per farti fare un giro dentro. Non faremo mai il discorso della “mission” perché non ne abbiamo assolutamente una. Non siamo una realtà imprenditoriale: solo, abbiamo tutti e tutte un orizzonte comune che prima non c’era. L’abbiamo immaginato facendolo from the bottom and scratch, evento per evento, locandina dopo locandina, navigando a vista.

È tipo “One Piece”, è tutto giusto.

Poi per noi Titivil è davvero un safe space, uno spazio aperto di autogestione. In questo momento di ristrutturazione interna stiamo capendo quanto è importante quello che si svolge qui dentro a porte chiuse, a livello tecnico-amministrativo-direttivo ecc. Tutto questo posto si basa sulle risorse di noi freelance. Non ci viene regalato niente, eppure ci sentiamo addosso un privilegio di 180mq. In questo periodo storico di ferro e fuoco, anche solo venirsi a fumare una sigaretta qui è catartico. Si tratta di coalizione, qua possiamo davvero esistere. Forse la scelta di chiudere era la più saggia, di certo la più comoda – e invece eccoci qui, ci siamo.