La Bologna Rock del 1979 e molte altre storie: intervista a Oderso Rubini

Fino al 29 settembre al MAMbo la mostra che ripercorre la stagione che lasciò il segno nella storia della città e dell’Italia tutta.

Luogo di nascita

Bologna

Luogo di residenza

Bologna

Attività

Produttore discografico

Scritto da Francesco Augelli il 24 maggio 2019
Aggiornato il 3 giugno 2019

“Un dilagante rigurgito musicale con epicentro nella nostra città. Bologna Rock. Dalle cantine all’asfalto”. Recitava così la locandina di quel mitico evento che il 2 aprile 1979 radunò inaspettatamente più di seimila persone al Palasport: un concentrato della scena punk, rock demenziale e new wave bolognese dell’epoca, con band come Skiantos, Wind Open, Luti Chroma, Gaznevada, Bieki, Naphta, Confusional Quartet, Rusk und Brusk, Frigos e molti altri sconosciuti. A organizzare quel pazzo festival la casa discografica indipendente Harpo’s Bazaar di Oderso Rubini che poi sull’onda del successo di Bologna Rock si trasformò in Italian Record, altra storica etichetta che ospitò e produsse alcune delle cose migliore della new wave italiana prima e di Italo disco poi.
Dal 17 maggio al 29 settembre 2019 la project room del MAMbo ripercorre quei momenti con la mostra Pensatevi liberi. Bologna Rock 1979 tra vinili, documenti, fumetti, materiali visivi e grafici, strumentazioni dell’epoca e pubblicazioni indipendenti capaci di rappresentare non solo quel particolare fermento musicale, ma anche la nascita e la crescita del ruolo socio-politico di Bologna tra il 1971 e il 1985 nella storia della cultura italiana e non solo.
Ecco cosa ci ha raccontato Oderso Rubini.

 

Sono passati quarant’anni dalla notte che, a posteriori, rappresentò la svolta in seno alla scena musicale italiana. Quando ancora vi chiamavate Harpo’s Bazaar decideste di agire secondo i dettami del punk di oltremanica: vai e fallo. Fuori da qualunque logica di mercato, promuovendo band che solitamente si esibivano negli scantinati come il Punkreas (l’ex circolo anarchico La Talpa, in via De’ Grifoni). Prima di allora, nessuno aveva fatto una cosa del genere. Mi ha sempre colpito la spontaneità che aleggiava allora, inconcepibile se paragonata ai meri calcoli che potrebbero attanagliare un organizzatore o un artista oggi. Che ricordi hai di quella serata?

Eh, ho dei ricordi contraddittori: ovviamente c’era la contentezza di essere riusciti a fare una “roba”, per quei momenti, stranissima, un po’ impensabile. Dall’altra, con l’esibizione degli Skiantos, la famosa “spaghetti performance” (salirono sul palco senza nemmeno suonare una mezza nota), la reazione del pubblico, preparato a fare come già faceva in altri concerti dei medesimi ovvero a rispondere alle loro provocazioni, fu abbastanza incontrollabile. In tanti arrivarono armati di farina, uova, acqua che, ad un certo punto, cominciarono a lanciare sul palco. Non a caso, come si può vedere nelle foto fatte quella sera, gli Skiantos indossavano degli impermeabili per ripararsi e delle pentole, usate come scudi ed elmetti.
Noi, dato che non ci aspettavamo così tanto pubblico, pensavamo che se fossero arrivate duemila, duemilacinquecento persone sarebbe stata già “grassa”. Alla fine, contammo 5600 paganti, che sommati alle persone che facemmo entrare noi, raggiunsero le 6000 presenze. Era per noi una situazione difficile da gestire, visto che non avevamo previsto un servizio d’ordine, o qualcosa di simile.

Al Bologna Rock era presente tutto il sottobosco cittadino, non fu un semplice festival ma un’istantanea del momento, in quanto la morente scena rock (e prog) stava per venire velocemente soppiantata da nuove tendenze, da nuovi stili. Penso ai Naphta, band capitanata da “Cigaro”, l’attuale poeta di via Mascarella, ai Windopen e a Andy J. Forest e, poi, ai già citati Skiantos, ai Gaznevada, ai Confusional Quartet che, invece, rappresentavano qualcosa di radicalmente diverso, erano “il nuovo”.

Sì, assolutamente. Dopo salì Andy J. Forest, bluesman, che calmò un po’ gli animi e lesse un bellissimo testo, citando anche gli Skiantos medesimi. In chiusura, i Gaznevada. Fu una serata avventurosa, ma soprattutto diede il risultato per cui noi avevamo pensato e organizzato quel concerto, ovvero far suonare gruppi di Bologna per metterli all’attenzione della scena nazionale, cosa che successe. Molte di queste band iniziarono a suonare fuori città a Roma, Milano, Firenze, Torino, l’obiettivo fu raggiunto.
Quella sera, infatti, c’erano molti amici milanesi del centro sociale Santa Marta, alcuni salirono anche sul palco, come Gianni Muciaccia dei Kaos Rock. Sei mesi dopo organizzarono un evento analogo al Palalido di Milano, con la medesima presenza numerica dei partecipanti.
In quell’occasione era presente Gianni Sassi della Cramps e ci convinse che valeva la pena di fare un investimento su questa nuova scena rock italiana, così progettò e realizzò la collana “Rock 80”.
A quel punto c’erano due etichette, una di Bologna, piccola e disgraziata, e una grossa di Milano che avevano puntato su questa nuova ondata e questo ha facilitato tutto lo sviluppo che c’è stato dopo.

Bologna era la “capitale della creatività italiana”, c’era “un modo di vivere artistico”, ma “nessuno era così spocchioso da affermare di essere un artista nel momento in cui disegnava una scritta su un muro”. Questo dice Pino Cacucci in “Non disperdetevi”, il libro curato da te e da Andrea Tinti che tramanda le gesta della Bologna culturale dell’epoca. Difficile smentirlo, la spinta creativa presente in quel periodo permise a tutti voi di osare. Cosa dobbiamo aspettarci noi che siamo cresciuti con quell’immaginario, anche grazie ad un’altra mostra sul tema – mi riferisco a quella che fu organizzata nel 2007 dalla galleria Neon.

Ho cercato di mettere in evidenza la cosa bella di quegli anni, quello che era l’ambiente allora, al di là del Bologna Rock. La Traumfabrik e la galleria Neon, appunto, ma anche la Valvoline, tutto quello che ruotava allora intorno al “nuovo corso” dei fumettisti italiani. Era bello perché non c’erano gelosie, ci si incontrava in piazza o in giro, si chiacchierava e nascevano i progetti più disparati. Non pensavamo certo che sarebbe diventata una cosa così significativa, cercavamo principalmente di vivere, di vivercela bene noi.
Tutti in questi anni hanno raccontato la loro piccola storia, penso anche a Radio Alice. La mia intenzione era quella di fare una rassegna in cui c’erano tutti, raccontare com’eravamo allora, come ci rapportavamo allora nell’ambito della creatività: c’era una condivisione totale.
Infatti, il titolo “Pensatevi liberi” cerca di riportare in auge l’idea che non bisogna farsi condizionare troppo dalle regole, dalle situazioni che si incontrano.
Tra l’altro, in mostra, ci saranno dieci minuti inediti dal vivo dei Gaznevada, girato nell’80 a Milano. Mi sono emozionato io a rivedere quel video dopo tutti questi anni. Ero presente a quel concerto, mi ricordo che avevo una bellissima sensazione anche allora, però rivedere questa ripresa con una camera fissa sul palco, quindi niente di sofisticato o elaborato, che zoomava direttamente sui musicisti che suonavano, mi ha fatto percepire nuovamente quelle emozioni.
All’inizio della mostra è presente anche un dialogo immaginario tra Freak Antoni e Umberto Eco, scritto da Gianluca Morozzi e recitato dai gemelli Ruggeri. Era una cosa che volevo fare quando erano ancora entrambi vivi, ma non fu possibile. Allora l’ho proposta a Gianluca che è stato molto carino e bravo, Roberto Grandi ci ha dato l’imprimatur per quello che riguardava la parte di Eco. Io non lo conoscevo Umberto Eco e non volevo dire o scrivere delle cazzate (ride, ndr), per cui lui ha controllato i testi, ci ha dato una mano per curare la cosa.

Quando ero ragazzino, i miei coetanei ascoltavano hc melodico o skacore e io non mi capacitavo di come potessero essere assimilabili al punk ‘77 questi due generi. Mi misi a ricercare qualcosa di altrettanto shockante e mi imbattei nella vostra label: nata qui, presente se volevo abbondanti dosi di new e no wave (le band del Great Complotto, “C’est disco” dei Rats, Confusional Quartet, Stupid Set, Tati’s lovers) e quando, successivamente, mi abbandonai alla musica elettronica (N.O.I.A.). Con “Inascoltable” avete fatto nascere la “musica demenziale”, lanciando Johnson Righeira e “I.C. Love Affair” sul mercato avete partecipato alla stagione della italo disco. Anna Persiani, con cui hai organizzato la mostra (l’altra anima dietro all’Italian Records), sempre su “Non disperdetevi” parla del lavoro che avete svolto per assecondare i concept che i gruppi musicali volevano sviluppare. Sostanzialmente, siete riusciti a leggere i cambiamenti, reinventandovi, captando gli sviluppi dell’industria musicale.

Bellissimo “C’est disco” dei Rats!
Tieni conto che l’industria discografica era a Milano e a Roma. Punto. Il fatto che venissimo fuori noi da Bologna era una cosa fuori dal mondo. Questo, fece un po’ da cartina tornasole per il movimento. Fu molto importante perché fece capire a tanti musicisti, a tante persone che si volevano occupare di musica in altre città, prima fra tutti Firenze che ha preso il passaggio del testimone da noi, che si poteva fare, non cedendo ai compromessi, senza per forza passare dai soliti due canali. Facendo, in pratica, solamente quello che si aveva in mente di fare. E credimi: è l’unica formula vincente. Non dare mai niente per scontato e ricercare sempre qualcosa di diverso nella produzione musicale e nelle scelte artistiche, ma anche nella promozione degli artisti.
Effettivamente, stare in mezzo a quel mondo, significò percepirne i cambiamenti.
Io lo racconto sempre, relativamente ai Gaz. Loro erano il mio gruppo preferito o, comunque, quello su cui avevo lavorato di più. Andando a sentire i loro concerti, periodo ‘79-’81, nei locali la gente a fine concerto si metteva a ballare ascoltando musica disco canonica.
Fu un processo inevitabile, anche per i musicisti stessi, non solo per noi. Vivere quegli attimi significò, anche inconsciamente, pensare che si poteva inserire qualche elemento di distorsione anche nella musica “da ballare”. La musica da ballo di allora aveva testi molto banali, quindi cercammo di introdurre un po’ più di intensità nei testi, oltre all’uso dell’elettronica. Proprio in quel momento stavo approfondendo quel discorso, avevo imparato a farla e mi piaceva. Il riferimento, tra gli altri, era la scena newyorkese della 99 Records.
Intanto gli Skiantos erano già stati messi sotto contratto dalla Cramps.

Visto che maggio è il mese del festival Angelica, non posso esimermi dal parlare del treno di Cage. Voi eravate a bordo, avete registrato in presa diretta l’evento nel ‘78, lo scorso autunno avete omaggiato questa storica traversata. Cosa tramandare di quel viaggio avanguardistico?

Ma guarda… l’idea che si può fare qualunque cosa, credendoci.
Negli anni ho scoperto che tante persone erano su quel treno, in tantissimi mi hanno costantemente detto che, per loro, quel viaggio fu fondamentale per aprire gli occhi e per capire che si poteva osare, fare qualunque cosa. Io ebbi la medesima sensazione.
Noi eravamo coinvolti in prima persona per costruire una parte di quel progetto. La partecipazione a questa esperienza collettiva rappresentò uno stimolo continuo per noi, riguardo a quello che si poteva e si doveva fare. La cosa fondamentale è che qualunque evento tu faccia, in primis musicale, deve emozionare qualcuno. Se arrivi a far emozionare qualcuno vuol dire che hai fatto un buon lavoro. E quindi, la cosa che mi fa in assoluto più piacere è quando incontro persone che non conosco che, riconoscendomi, mi dicono “grazie ai dischi che hai fatto tu, alle cose che hai fatto tu, io sono stato bene”. Questa per me è la cosa più importante.
I soldi possono aiutare, ma noi non avevamo come scopo quello di fare soldi, non avevamo come obiettivo quello di diventare ricchi. Noi volevamo fare cose in cui credevamo, cose che ci facevano stare bene.

Il tuo lavoro legato alla storicizzazione di quel preciso periodo storico contempla anche essere parte integrante del progetto We Love Freak, associazione che si propone di contribuire alla diffusione e alla divulgazione del patrimonio culturale generato da Roberto “Freak” Antoni, personaggio carismatico che manca indiscutibilmente alla città di Bologna (e anche a me personalmente, lo dico da ex vicino di casa). Qualche aneddoto particolare che ti lega a lui?

Sì, con Roberto c’è stato un rapporto molto bello. La cosa bella del nostro rapporto, come poi quello con Gianni Sassi, era che – pur non lavorando sempre assieme – quando ci si ritrovava, come per magia, nasceva qualcos’altro, qualcosa di nuovo.
Da un po’ di anni, lo cito perché è buffo come episodio, mi sto occupando delle Ocarine di Budrio con cui facciamo lunghi tour, anche in Oriente. E mentre io cominciavo a seguire il loro lavoro, Roberto – per un’altra vicenda – si era avvicinato anche lui al mondo dell’ocarina e addirittura aveva scritto un testo che s’intitola “Ocarina rock”. Quando l’abbiamo scoperto siamo esplosi a ridere entrambi, nessuno dei due sapeva che anche l’altro era interessato a questo mondo.
Invece un altro ricordo, decisamente più toccante, fu quando Roberto stava già in ospedale. Ho voluto andarlo a trovare, anche se sapevo che la mamma di Freak non aveva piacere, per vari motivi che posso capire, e quando sono andato a trovarlo era più in là che qua. Ma ebbe un attimo di lucidità, mi riconobbe e mi salutò.
All’interno della mostra c’è un sistema di realtà aumentata, quando la gente lo vedrà si divertirà molto, ma volevamo giocare anche con la realtà virtuale, usando la statua di Freak (presente nel parco del Cavaticcio, ndr). Avremmo voluto collaudare un visore per la realtà virtuale, in modo tale che chiunque avrebbe potuto sedersi sulla statua, indossare il visore e ritrovarsi al posto di Freak. E ad un certo punto, il razzo (nella scultura Freak ha uno zainetto a propulsione sulle spalle), l’avrebbe sparato in aria! Prima o poi, lo faremo! (sogghigna, ndr).

Cosa pensi della scena musicale odierna? Il tuo pensiero è espresso molto chiaramente nel pamphlet “A day in the life – Il futuro della musica?” uscito per Modo Infoshop edizioni. Parlando della “grande illusione della rete” spieghi, in maniera condivisibile, i mali che secondo te affliggono l’industria musicale, indebolita da – cito - “una sempre più prorompente presenza della tecnologia in ogni aspetto della produzione musicale […] è come se fungesse da inibitore della creatività e, quindi, delle emozioni”. Come ritrovare il gusto della scoperta, in mezzo a questo “flusso inarrestabile di musica liquida e liquefatta”?

Oggi ci sono eventi musicali che sono sicuramente interessanti, il problema è che a questi eventi non ci va quasi nessuno, mentre una volta si riuscivano a coinvolgere molti spettatori. Si va perlopiù a sentire i concerti dal vivo di chi è molto conosciuto e famoso, emergono solo i “maghi” nell’uso dei social network: è diventato tutto molto superficiale, non c’è mai niente di intenso, di profondo, perché “quel mezzo lì” non trasmette determinate emozioni. Questo il primo limite.
La seconda difficoltà è che, quando un artista suona dal vivo, percepisce direttamente quelle che sono le reazioni del pubblico relativamente alla sua proposta. Se manca questo scambio, è durissima. Il confronto con il pubblico, oltre che con gli altri musicisti che lavorano con te, è fondamentale. Le cose “forti” vengono fuori dalla fusione di diverse identità.
L’altra sera, molto distrattamente, guardavo “The Voice”. Tecnicamente, all’interno di questo programma, ci sono cantanti molto più bravi e impeccabili rispetto a quanto non lo fossimo noi o altri musicisti, ai nostri tempi. Ma fanno molta fatica a comunicare “qualcosa”.
Poi c’è un altro aspetto: quella logica lì è già morta o sta morendo. La canzone tradizionale in quella forma è sempre la solita cosa, si ripete anche a distanza di cinquant’anni, non cambia molto la sostanza. Questi programmi di spettacolo e puro entertainment abituano gli artisti ad una situazione che non è reale, è iper tecnologica, iper pompata, in cambio danno solo visibilità – ma bisogna anche imparare a reggerla questa visibilità e a reggere le situazioni che, realmente, ogni artista deve affrontare. La dimensione live, ad esempio.
Noi già a fine ‘70 andavamo contro a quel concetto di musica, allora c’erano i cantautori, che indubbiamente hanno lasciato in eredità cose importanti, però quando oggi ripropongono concorsi dedicati ai cantautori mi scappa da ridere… cosa vuoi “cantautorare” ancora?!
Scherzi a parte, lo so che sono cattivo, però credo sia importante avere un po’ più di consapevolezza di quello che si fa o di cosa si può fare. Bisogna cercare nuove strade, andare contro a quello che è il mainstream del momento, perché se te lo fai andare bene vieni assorbito e solo in pochi ce la fanno, gli altri soccombono.