San Donato Beach: un film sulla solitudine a San Donato ad agosto

L'intervista al regista Fabio Donatini

quartiere San Donato

Scritto da Salvatore Papa il 17 novembre 2020

Luogo di nascita

Faenza

Luogo di residenza

Bologna

Attività

Regista

Quando arriva l’estate, a San Donato, il tempo sembra fermarsi. Il quartiere si avvolge di un immobilismo implacabile in cui gli ultimi si sentono ancora più ultimi. Il film di Fabio Donatini, San Donato Beach, è “un saggio visivo sulla solitudine” dove la fatica di vivere di Reza, la malattia del gioco di Andrea, l’emarginazione causata dalla depressione di Patrizia vengono raccontati in prima persona. Il film, prodotto da Zarathustra Film, sarà in streaming sabato 21 novembre alle h 14 sul sito del Torino Film festival.

Noi abbiamo raggiunto Fabio per farci raccontare il suo lavoro e il suo quartiere.

 

Da quanto vivi a Bologna?

Da 22 anni. Sono venuto qui per fare il DAMS, ma poi ho preferito seguire il cinema dal punto di vista semiotico e mi sono laureato in Scienze della Comunicazione sul cinema musicale italiano degli anni 60 e 70.

Oltre al cinema cosa fai?

Sono vent’anni che faccio regia, faccio cinema sperimentale, ma faccio anche l’agricoltore. Non che abbia un amore smodato per l’agricoltura, ma mio padre in Romagna ha un po’ di terra e siccome i registi di medio-scarso successo non sempre arrivano alla fine del mese a volte vado lì a lavorare sulla terra. Oppure scrivo per vari gruppi a Bologna (Bottega Finzioni, Bottega Produzioni, Articolture, Mammut Film e altri), sceneggiature o piccoli spot o videoclip. Ultimamente sta andando un po’ meglio, il gruppo di lavoro si è un po’ rafforzato, ha trovato una sua poetica e quindi firmo qualche regia in più. Ma non mi permetterei mai di lasciare i lavori “pratici” perché mi danno non solo una stabilità economica, ma anche mentale.

Come mai quest'amore per San Donato e addirittura un film?

Vivo a San Donato da quando sono a Bologna. Amo San Donato perché, tra le tante cose, qui non c’è bisogno di nessuno che ci consigli cosa fare con gli stranieri, anzi ci disturba che qualcuno venga a dircelo, perché non abbiamo motivazioni politiche che ci portino a fare la pace o ad essere gentili gli uni con gli altri (parlo a nome della comunità perché la conosco bene).
Il film, invece, nasce da una necessità: nei momenti di depressione creativa in cui si cade in un silenzio che è anche emotivo mi sono accorto insieme ad altre persone che forse era il caso di raccontare noi stessi attraverso un saggio visivo sulla solitudine. E San Donato d’estate, quando si svuota, periferia archetipica quale è, era perfetta per questo scopo. Perché non c’era bisogno di scrivere sceneggiature e trovare grandi budget: bastava uscire di casa con un buon direttore della fotografia e un tascam audio e pagare dei caffè. E per due anni abbiamo girato in maniera compulsiva.

Che quartiere è secondo te San Donato? Qual è la sua identità?

San Donato è un quartiere benedetto da un’ingenuità nazional-popolare straordinaria. A San Donato una persona di centro sinistra beve tranquillamente il caffè con una persona di estrema destra; è un paese dove una persona di estrema destra fa battute simpatiche a una persona di colore, ma bevendo tranquillamente un montenegro insieme; un quartiere dove non ci sono tanti soldi e dove si parla molto di calcio, di sigarette, parrucchieri, notizie relative allo sport in genere, di quanto è buono un caffè in un bar piuttosto che un altro, di quanto i cinesi sono bravi a portare avanti i bar; un quartiere dove chi tifa Bologna cerca di far tifare Bologna anche ai magrebini e i magrebini cercano di far vedere la coppa d’Africa ai bolognesi. È un piccolo paesino che disprezza – in parte – gli ambienti culturali giudicanti del centro e non ama gli atteggiamenti bucolici di chi in estate ci abbandona e se va.

Quali i tuoi luoghi preferiti del quartiere?

Innanzitutto via San Donato, mi piacciono i palazzi e mi piace passeggiare. Mi piace Parco Salvini perché è un parco mescolato. Ci sono mescolanze bizzarre che trovo molto interessanti, non solo a livello visivo e antropologico, ma anche a livello narrativo: gente che racconta storie assurde. Il surreale è sempre presente in San Donato.

Che tipo di storie?

Te ne racconto una: in un bar di cinesi che si chiamava Dolce Stefania una mattina arrivarono dei vigili a fare delle multe in un posto in cui non ne facevano da anni. Un gruppo di ragazzi calabresi iniziò a lamentarsi e piano piano dai bar intorno uscirono altre persone che si fermarono a guardare questi vigili; sempre più persone; arrivò il pakistano, il gruppo di magrebini, alcuni cinesi. Si racconta che i vigili lentamente smisero di fare le multe e le tolsero da tutte le auto. Tutto questo senza alcuna colluttazione. In pratica un piccolo western. Immagina queste persone a braccia conserte che non dicono quasi nulla se non qualcosa del tipo “meglio che non le fate qui le multe”, e i vigili a cavallo che rispondono “noi le facciamo”, e invece che impugnare le pistole, si vedono dei cellulari che mandano messaggini e sempre più persone che arrivano e guardano in silenzio; e nel nostro sogno i cavalli che se ne vanno e le persone che salutano e tornano a bere montenegro nei bar e a giocare a carte.

Chi sono, invece, i personaggi del tuo film?

Sono tutti personaggi che conoscevo e che ho deciso lentamente di coinvolgere, nonostante i loro dubbi iniziali che si sono trasformati immediatamente, quando hanno visto la macchina da presa, in volontà di raccontarsi, anche terapeutica, credo.
C’è il mio amico fraterno che si chiama Andrea, che ha problemi di ludopatia e videopoker. C’è Inna, una signora ucraina che ha fatto e fa di tutto per tenere aperto il suo bar, uno dei pochi aperti in estete, che accoglie molte anime disperate. C’è Reza, un ragazzo persiano, ex compagno di Inna. C’è Stefania, una tenera signora di 50 anni che cerca di portare avanti la sua vita malinconica tra tanti caffè e tante sigarette sperando di incontrare l’amore della propria vita. Poi Patrizia, la protagonista, una persona con piccoli problemi psichici, una depressione non forte ma di taglio bipolare, che attualmente è in una casa di cura e che girava durante il film per questi bar; un’anima gioviale che raccontava storie, ballava, metteva musica, portandosi dietro la necessità di trovare qualcuno, una famiglia che le consentisse di non stare sola in quegli appartamenti del dopolavoro ferroviario che si trovano sul Mercato Sonato; perché stare soli in casa ed essere affetti da variazioni frequenti di umore in un quartiere dove da luglio al 20 settembre non c’è nessuno può darti tanta libertà, ma poi la sera la senti che hai passato la giornata e hai visto sempre le stesse cinque persona sotto 42 gradi e hai i tuoi cazzo di problemi nella testa. E c’è l’anima comica del film, Emil, che tutti chiamano zio, perché lui chiama tutti zio e tutti chiamano lui zio: uno zingaro che ama essere chiamato zingaro, scappato dalla guerra balcanica, e fa elemosina fuori dal discount più povero di San Donato che è l’iN’s, un fiume di simpatia, battute e incomprensibilità comunicativa; una delle persone più politicamente scorrette che conosco.

Qual è secondo te il simbolo di San Donato?

Secondo me è il discount iN’s. Ma c’è anche non-simbolo: il Mercato Sonato.