Alla ricerca dell’aura dei suoni: intervista a Stefano Pilia

Le sensazioni primordiali, le decine di collaborazioni, il senso della musica e il rapporto con Bologna. Due chiacchiere con uno dei musicisti più avventurosi ed eclettici del panorama musicale attuale.

Luogo di nascita

Genova

Luogo di residenza

Bologna

Attività

Musicista

Scritto da Francesco Augelli il 13 novembre 2018

La tenacia, la costante ricerca, l’apertura verso nuovi stimoli. Formazione accademica e approccio punk. Stefano Pilia è attualmente uno dei migliori chitarristi del panorama musicale italiano, questo è un fatto inoppugnabile. La dedizione con cui l’uomo e il musicista macinano chilometri e collaborazioni, ha dell’incredibile. Partito dagli avvenieristici 3/4HadBeenEliminated, fondati insieme a Tricoli e Rocchetti, Pilia negli anni ha militato, suonato, condiviso palchi e inciso dischi con tantissime personalità illustri del panorama musicale e non: Massimo Volume, Rokia Traorè, Il Sogno del Marinaio, Afterhours, In Zaire, Alessandra Novaga, Oren Ambarchi, Phill Niblock, Wu Ming e David Grubbs.
Con ancora in testa il magnifico secret show svoltosi in un casolare della bassa bolognese, dove Stefano ha presentato – insieme a Massimo Pupillo (Zu, Uruk e molto, molto altro) – i due album usciti quest’anno a nome ◉ ╋ ◑, ho avuto il piacere di fare quattro chiacchiere con lui in occasione del live a NODE Festival di giovedì 15 novembre in Galleria Civica a Modena.
 

Cosa ti ha fatto avvicinare al mondo della musica? Il tuo background diramato dai canali "istituzionali" è arcinoto, ma quali sono state le esperienze determinanti per te? Parlo proprio di sensazioni primordiali, di input che hanno instillato qualcosa dentro, non per forza del primo LP comprato o della prima volta che hai imbracciato uno strumento…

Inizialmente sono state esperienze legate al rapporto con il suono ancora prima che con la musica. Da bimbo restavo incantato ad ascoltare mio nonno lavorare il legno in bottega con queste grandi pialle o seghe circolari.
Ero rapito dal rumore che producevano e dal modo in cui riapparivano i suoni del mondo attorno non appena le macchine si fermavano. In quel momento tutto l’ascolto sembrava rinnovarsi e rigenerarsi. Allora non ne comprendevo il fenomeno in termini analitici, ma oggi potrei dire che era come se il rapporto tra il mondo fuori e il mondo dentro si fossero modificati appunto, rigenerati. Così ho scoperto il potere che il suono ha sulla coscienza e sulle sue capacità di modificare il nostro modo di percepire il tempo e lo spazio attorno. Sono state esperienze come queste a permettermi di innamorarmi poi dell’espressione musicale. Questo ingresso è inizialmente passato soprattutto attraverso la furia del rock e del punk, le valvole sature e la ritualità dei concerti. Musiche nelle quali queste esperienze “primordiali” hanno trovato risonanza in me.

L'equilibrio con cui riesci a districarti tra infinite collaborazioni, da sempre, è ammirevole. Il fil rouge che fa coesistere collaborazioni molto diverse tra loro parrebbe l'urgenza, la voglia di sperimentare in contesti diametralmente opposti. È questa la livella che appiana il suonare in uno squat e, magari dopo pochi mesi o giorni, in una situazione più “formale"?

Mi piace fare cose diverse, mi piace conoscere e imparare. Sento che sono e che siamo fatti di moltitudini. Restare aperto significa esplorare queste moltitudini e allo stesso tempo non attaccarmi e non identificarmi con esse, poter essere sorpreso dell’inaspettato. Siamo più larghi e ampi di quanto pensiamo e comprendiamo. Se devo trovare un qualche tipo di risposta al senso dell’esistenza, e al fare musica, la trovo proprio lì, in quelle azioni di allargamento della coscienza e di individuazione del Sè. Hillman direbbe del “Fare Anima”. Non c’è necessità di appianare nulla, non c’è bisogno di omologarsi a niente. Anzi direi che c’è proprio il bisogno di fiorire rigogliosi e colorati come un mandala. Non è un discorso misticheggiante. Direi piuttosto umanizzante e profondamente politico perché ci chiama verso il cammino di un dialogo aperto con noi stessi e con gli altri.

Ti trovi spesso a gestire il lavoro di gruppo insieme a frontman con personalità molto forti e, in senso buono, ingombranti. Penso alla afro queen Rokia Traorè, al mitologico Mike Watt, a Mimì, fino ad arrivare a Manuel Agnelli. Qual è la tua tattica per "smussare" certi temperamenti? Hai aneddoti bizzarri o buffi da raccontarci, capitati in tour o in altra sede, in compagnia di questi (o altri) guru con cui hai lavorato?

Non ho un tattica perché non penso che l’incontro con l’altro, chiunque esso sia, possa essere impostato come una sfida o una situazione da manipolare. È riduttivo per se stessi prima di tutto. Ogni incontro poi è unico e così il rapporto che si crea. Credo che sia importante ascoltare se stessi e gli altri e poi portare il proprio pensiero il proprio contributo creativo e critico. Tutto questo si riassume per me in Rispetto e Amore. Anche questo è un discorso politico.

I dischi con cui ti ho conosciuto sono stati "Healing Memories... And Other Scattering Times" e il ritorno in pompa magna dei Massimo Volume con "Cattive Abitudini". Memorabile anche "Aithein", uscito per la prestigiosa Karlrecords e condiviso con Pupillo e Oren Ambarchi (altrettanto memorabile il live che fu al Freakout). C'è qualcosa della tua discografia a cui sei particolarmente affezionato? Penso anche all'importanza del documento sonoro/tape live condiviso con il compianto Z’Ev.

Ti ringrazio. I dischi che sento a me più vicini sono quelli che in qualche modo hanno delle genesi molto radicate nelle mie ricerche. Penso quindi a Theology e Oblivion dei 3/4HadBeenEliminated, ai i miei dischi in solo Blind Sun New Century Christology, Action/Silence/Prayers e Last Days vol II, a Zu93 e Bastet.

Veniamo alla collaborazione con Pupillo e principalmente a ◉ ╋ ◑. "Dark night mother" è un album di una intensità unica, un'opera che non sfigurerebbe affatto (spero di non dire cosa sgradita) nel catalogo Editions Mego - ma, perché no, anche in quello della Blackest Ever Black. Avete fatto largo uso di strumentazione elettronica per concepirlo, volevate creare qualcosa di particolarmente austero ma allo stesso tempo potente? Parlaci del concept che sta dietro a questo disco.

Ancora grazie! Il primo Dark Night Mother è un disco devozionale. Come un’invocazione alle Muse per affrontare il tipo di percorso che abbiamo poi iniziato con Kenosis. Siamo partiti dai nostri due strumenti abbandonando i ruoli più abituali di “bassismo e chitarrismo” per andare in una dimensione di esplorazione e di ascolto, di “ricerca dell’aura dei suoni”. Ho ritrovato molto delle modalità di registrazione e composizione che mettevamo in atto con i 3/4HBE. Una modalità di ricezione, di stratificazione di improvvisazione e aspetti compositivi in un processo più ampio che definirei quasi alchemico. La musica passa attraverso di noi, ci mostra la direzione, seguiamo quest’onda alla quale affidiamo poi altre intenzioni e direzioni. È un processo trasformativo continuo di noi stessi attraverso la musica e viceversa.

 

Pilia + Pupillo. Credit: Sylvia Steinhaeuser

Dai tempi in cui frequentavi il conservatorio Martini, passando per il periodo 3/4 Had Been Eliminated, fino ad oggi, che vivi stabilmente qui: quanto è ancora stimolante per te Bologna, anche se sei perennemente in viaggio?

È un bellissima città in cui si vive bene. Credo che sia un pò ancora un’isola felice rispetto a molte altre parti d’Italia e del mondo. E ci sono gelaterie eccezionali.

Quali sono le situazioni cittadine che preferisci frequentare e cosa, invece, inizia a starti davvero stretto?

Mi piacciono il Freakout, la libreria Modo, Lortica, Maple Death, la Salaborsa, il Raum, il TPO, il Teatro San Leonardo, la Chiesa di San Domenico, la Cineteca. Situazioni intime come Efesto, il Vacuum Studio e Piedàterre. Mi sta un po’ stretto stretto questo modo di intendere il centro, il cuore e la ricchezza di una città quasi solo esclusivamente come un market food. Spero porti anche a qualcosa di più.

Hai mai pensato di spostarti altrove, magari anche all'estero?

Sì certo ma poi alla fine sono contento di non averlo fatto. Ogni volta che torno a Bologna da qualche viaggio la sento ormai profondamente casa mia.

E a Genova, che ti ha dato i natali, sei mediamente o intensamente legato?

Emotivamente tantissimo. Ma è una città in cui non tornerei a vivere. Ho sempre percepito una chiusura ingombrante.
È una città meravigliosa, poetica, drammatica, ma è un territorio in cui mi sembra sempre difficile anche solo andare a suonare o cercare un concerto.

Cosa stai ascoltando in questo periodo? Quali sono gli artisti e le etichette che prediligi?

Ultimamente ascolto molta musica vocale del ‘500 e del ‘600. Palestrina, Gesualdo, Monteverdi…
Molta musica per coro da Bach a Part. Recentemente ho scoperto Nashazphone, un’etichetta del Cairo davvero molto interessante. Anche Latency mi sembra molto interessante.

E, invece, ci sonorità totalmente distanti dal tuo mondo che ti hanno, per un qualche motivo, inaspettatamente “catturato”?

I canti delle balene.

Quali sono le altre tue passioni, al di fuori della musica? Hai scrittori e registi di riferimento? Vista la tua partecipazione al progetto Soundtracks-Cinema Misterioso, la settima arte dovrebbe starti particolarmente a cuore.

Solo recentemente ho scoperto in modo più approfondito P.K.Dick e ci sono letteralmente rimasto sotto. Mi piace praticamente tutto il cinema di Herzog, quasi tutto il cinema di Lynch di Malick, di Sokurov e di Tarkowsky . Recentemente ho rivisto Le quattro volte di Michelangelo Frammartino, mi sembra incredibile che un regista di questo calibro sia cosi poco conosciuto e riconosciuto in Italia. Ho trovato l’ultimo film di Lantimos, The Killing of a Sacred Deer, davvero eccellente.

Chiudiamo in armonia: cosa ti aggrada della scena musicale italiana e cosa invece vorresti estirpare senza mezzi termini (non dire Zero mag, per favore).

Ahah no Zero no, ok. Troppi elenchi, credimi. Diciamo che mi stufa tutto ciò che è Melos degenerato, falso impegno, disimpegno nella ricerca finendo per offrire banalità e semplificazioni.
Mi piace chi porta avanti ricerca e scava a fondo, chi esprime urgenza, semplicità e un certo senso di autenticità.