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I ragazzi di Torino hanno sognato Tokyo e non sono andati a Berlino

Ode alla Torino delle tenebre raccontata nell'ultima giornata di questa edizione di Seeyousound.

Scritto da Carlotta Magistris il 26 febbraio 2026

still da Falene, di Ivan Cazzola

Arrivavo a Torino a inizio 2021, sul finire del covid, lasciandomi alle spalle una città come Bologna in un momento storico in cui era del tutto spogliata dal suo immaginario. Da nata e cresciuta in una città come Pavia, ormai ascrivibile a un sobborgo milanese, ho avuto una post adolescenza costellata da varie gite fuori porta di un’ora e mezza (circa il tempo limite per una macchinata gestibile per far serata fuori) per raggiungere la capitale sabauda per tappe al Bunker o addirittura in tempo per il canto del cigno del leggendario Dottor Sax. Come per qualsiasi incontro, l’impatto con la città è stato dal giorno zero ciò che mi sono portata dietro per anni come sottofondo di un rapporto che cambia. 

Mi arrivava in faccia una città reattiva, rooted e sperimentale, forgiata dalla cozyness delle mille feste in casa illegali pandemiche (possiamo dirlo) che avevano creato rapporti più o meno lisergici e voglia di portare quella modalità di stare assieme in una forma più autentica negli spazi pubblici della città. I quattro anni che avrei passato lì sarebbero stati di profondo cambiamento per me, per il mondo, per il rapporto con la collettività della mia generazione e anche della città in se’, che mi ha mostrato la sua parte più lugubre e affascinante allo stesso tempo, in un fascino discreto e sofferente che continua a renderla atmosfericamente il piccolo miracolo urbano del nord Italia. 

Con la giusta dose di perversione giornalistica, la cosa che ho provato più a fare in quegli anni a Torino è stata raccontarla, in primis a me stessa: uscivo sempre, dormivo molto poco, facevo molto tardi (o molto presto). Venendo da una città improntata sulla comunicazione e ossessionata dalla brandizzazione come Milano, mi colpiva la difficoltà del riuscire a farlo. Tutto scorreva in uno spettro che si muoveva dal situazionismo alla sperimentazione con un approccio casual e spontaneo, le normali divisioni per tipologia di balotta sulla base della serata c’erano ma erano pronte a ritrovarsi tutte assieme nell’after a casa di qualche amicizia in comune. 

Due film come Nostra Torino Oscura e Falene, entrambi in programma domenica 8 a Seeyousound come prime assolute, fanno con le immagini in maniere quasi opposte la stessa cosa che ho provato a fare io nel mio cervello: un tentativo di tracciare un disegno della vita notturna e sociale di questa città così esoterica nella sua essenza ma anche così semplice allo stesso tempo. Se il primo, girato dal tedesco Thomas Griffin, è una cartolina contemporanea e spontanea di un underground visto da un punto di vista soggettivo, girando per i locali di sansa e origliando e strappando pezzi di conversazione e attimi che raccontano il contemporaneo anche senza volerlo, il secondo, girato dal local Ivan Cazzola che di Torino ne ha vista parecchia, è una ricostruzione storica della città dagli anni 80 in poi attraverso tonnellate di materiale d’archivio e i volti e i punti di vista di chi giorno per giorno ha animato e vissuto i vari spazi post industriali che la città offriva. 

In Falene c’è tutto: dagli iconici Tuxedo e Studio 2 fino alle prime serate post-punk, il Centralino, i Murazzi del Dottor Sax e poi quelli di Giancarlo, raccontati con inevitabile nostalgia per un modello di città più libero, più relazionale e più notturno ma con il giusto occhio consapevole: si parla di Torino per parlare del rapporto fra città e socialità, sicuramente in Italia, forse anche oltre. 

Parallelamente, Nostra Torino Oscura con un occhio pedissequo segue i flussi di quella Torino sottobosco che non viene celebrata ma che ogni giorno muove i suoi passi nella sua entropia, nei suoi luoghi d’incontro e nelle sale prove, una normalità che passo per passo costruisce la micrografia della città che si abita. L’occhio e i discorsi, da bar o da sala prove, nella loro leggerezza spesso vanno a finire ancora lì: su un presente sofferente e sempre più difficile da abitare. 

Qualcuno fra i vari sguardi del film di Ivan divide il mondo in sentimentali e romantici: i primi hanno un’inguaribile nostalgia del passato mentre i secondi vivono con sentimento il proprio presente, consapevoli della sua effimerità. Guardiamo film come questi anche per capire da quale parte stiamo.