Cristina Zavalloni

Cantante jazz, performer dalle mille sfaccettature, ma anche 'voce di Bologna': dopo l'uscita dell'album 'Special Dish' ad aprile, il 6 maggio Cristina Zavalloni debutta alla Walt Disney Hall di Los Angeles nella nuova opera di Louis Andriessen. Un pretesto per farci raccontare di questa produzione e della sua vita (non solo) di musicista.

Scritto da Corrado Beldì il 5 maggio 2016
Aggiornato il 23 gennaio 2017

Il 6 maggio debutta alla Walt Disney Hall di Los Angeles nella nuova opera di Louis Andriessen. Una voce italiana a spasso per il mondo. Per noi di ZERO, che l’abbiamo intervistata per la prima volta tredici anni fa, Cristina Zavalloni è la voce di Bologna, la cantante jazz, la ragazza della sperimentazione, la performer dalle mille sfaccettature, sempre con due piedi nel contemporaneo e un grande amore per la sua città.

ZERO: Cosa ci racconti della tua prima a Los Angeles?
CRISTINA ZAVALLONI: Conosco Louis Andriessen da tanti anni. Di Theatre of the World, ha scritto anche il libretto: è un’opera su Athanasius Kircher in cui io interpreto Sor Juana Ines de la Cruz, intellettuale che prese i voti per evitare un matrimonio combinato. Louis mi ha chiamato dicendomi che voleva offrirmi una piccola parte, era quasi imbarazzato. Poi, quando ho ricevuto la partitura, ho scoperto che una mia canzone chiude ciascuna delle nove scene.

Una produzione molto lunga.
Siamo stati tre mesi ad Amsterdam. La prima poi sarà nella Hall disegnata da Frank Gehry. Un luogo fantastico, ispirato a un pacchetto di patatine McDonald’s e tanti spazi per il tempo libero e per i bambini. Non vedo l’ora.

La Walt Disney Hall progettata da Frank Gehry
La Walt Disney Hall progettata da Frank Gehry

Hai altri progetti in arrivo?
Sto cantando le Folk Songs di Luciano Berio. Ad aprile è uscito Special Dish, il mio disco jazz in quartetto con Cristiano Arcelli, Daniele Mencarelli e Alessandro Paternesi. Poi insegnerò a Siena jazz con Theo Bleckmann e c’è anche un progetto con Gabriele Pieranunzi su trascrizioni di brani di musica italiana.

Mi racconti un progetto impossibile?
Non c’è nulla d’impossibile! Si può arrivare a tutto. Un giorno vorrei fare un disco con colleghi cantanti giovani e meno giovani, un disco di duetti con le mie canzoni preferite. Magari anche con Mina. Credo che ce la farò.

Tredici anni fa mi parlasti di Cathy Barberian come tua cantante modello.
Era la persona a cui mi riferivo; oggi continuo ad amarla ma ho preso la mia strada. Quando sei giovane, è importante avere un modello alto che ti serva da sprone.

Dal vivo, negli anni 90. Credit: Emiliano Neri
Dal vivo, negli anni 90. Credit: Emiliano Neri

Chi è il tuo eroe del mondo della musica pop?
Sicuramente Beyoncé. Per lei ho una grandissima stima: è un’artista fortissima, che fa le cose splendidamente bene.

Invece nel mondo del jazz?
Certamente Herbie Hancock: è il mio preferito! Herbie ha fatto la storia della musica. Eppure non mi piace la parola eroe: gli eroi sono quelli delle missioni nello spazio, delle immersioni profonde per recuperare pezzi di navi affondate. I veri eroi sono persone normali.

Mi dici un film fondamentale nella tua vita?
Se devo dirti un film in senso assoluto, di certo Arca Russa di Aleksandr Sokurov. Meraviglioso. L’altra sera però ho visto Amy, il documentario su Amy Winehouse: fantastico per com’è fatto e per il personaggio che racconta.

Come si avvicinano i giovani alla musica contemporanea?
C’è più apertura rispetto al passato: abbiamo compositori più aperti ai suoni del nostro tempo ma abbiamo anche ottimi esecutori. Per molti anni abbiamo ascoltato musiche difficili e suonate male. Oggi le cose sono cambiate.

C’è un’evoluzione culturale, dunque?
Ai concerti vedo molti giovani: molti compositori si mettono in gioco, usano i social, sono attivi nella società in cui vivono. Certo, aiuterebbe molto una cultura musicale più diffusa: se ami la musica tot court, poi finisci anche per amare anche la contemporanea.

Chi sono i migliori compositori del nostro tempo?
David Lang: lo corteggio da una vita! Ci siamo anche conosciuti, frequentati. Ho anche cantato cose sue. Il mio sogno è che un giorno scriva qualcosa per me.

Mi racconti una cosa che ti fa arrabbiare?
Mi innervosiscono molto i colleghi che badano solo alla forma e non alla sostanza di un progetto musicale.

Chi sono gli amici di Cristina Zavalloni?
Le persone di cui mi fido, alle quali posso dire tutto senza essere giudicata. Spesso sono musicisti. Francesco Cusa, batterista siciliano ma bolognese d’adozione. Cristina Renzetti, cantante. Monica Germino violinista americana che ora vive in Olanda e moglie di Louis Andriessen, lo stesso Louis anche se lo considero più un mentore. Silvia Montanari, amica dai tempi del liceo a Bologna, Francesca Seminatore, amica d’infanzia. Gaia Mattiuzzi, cantante…

Cosa significa per te Bologna?
Bologna è la mia casa. Da sempre e, credo, per sempre.

Qual è il tuo bar preferito in città?
Il bar Venezia. Se mi sono trasferita in questa parte della città, spesso lo dico, è proprio perché c’è il Venezia. Qui il sabato e la domenica fanno le punte, tipico dolce bolognese, davvero imperdibili. Non potrei vivere senza.

Il tuo negozio preferito, invece?
Ambasciatori è un po’ un mio posto. Libreria, ristorante, sala lettura. A volte ci passo dei pomeriggi interi.

Dove vai a mangiare?
Il mio ristorante ideale resta sempre il Caminetto d’Oro, uno dei posti dove mangio meglio: qualità degli ingredienti eccezionale, pane fatto in casa, ingredienti sani, ottimi vini. I dolci sono fantastici. C’è tradizione ma rispetto della stagionalità. Sono di quelli che vanno ancora al mercato tutte le mattine e solo al ritorno decidono il menù.

Cristina Zavalloni by Barbara Rigon- horz

Gli angoli che ti piacciono di più a Bologna?
Frequento molto il Parco Melloni. Un parchetto delizioso dietro via Andrea Costa: è il paradiso dei bambini. Bologna poi ha tanti musei meravigliosi, soprattutto quelli più nascosti: mi piace moltissimo Palazzo Pepoli, il museo della città, che racconta Bologna attraverso le persone che l’hanno abitata.

Chi secondo te a Bologna è sottovalutato?
Bologna ha un vivaio quasi unico in Italia di giovani musicisti che non hanno abbastanza spazi. Penso a chi suona jazz sperimentale e finisce per ritrovarsi sempre al Barazzo. Bello, certo, ma questa scena musicale meriterebbe di più. Ai miei tempi c’erano molti club, ora praticamente nessuno. Per i musicisti classici è ancora peggio: dove vanno a suonare? Servirebbe uno spazio, anche senza velleità, con un palco aperto in modo permanente ai giovani talenti.

Che cosa cambieresti di Bologna?
Di certo, le piste ciclabili: Bologna è una città ideale per usare la bici ma negli ultimi vent’anni tutte le giunte hanno fallito nel creare una rete capillare decente per le biciclette.

Luoghi trascurati?
Valorizzerei molto il lungo Reno. Ogni tanto ci fanno qualcosa, un nuovo parchetto, un’iniziativa. Occorre invece un disegno organico perché la città viva per davvero il suo lungo fiume.

Mi racconti una grande emozione?
Sono banale, lo so: la nascita di mia figlia Agata.

Che cosa farai da grande?
Spero di fare la musicista.

Che cosa vorresti fare per la tua comunità?
Qualcosa per i musicisti più giovani, un palco perché possano mettersi in evidenza.

Che cosa fai stasera?
Indovina? Vado al Barazzo ad ascoltare il mio fidanzato che suona con il suo trio.