Quando a maggio sono entrato al Palais du Cinema a Cannes, per vedere Sirât di Oliver Laxe, non sapevo cosa aspettarmi. Il suo O Que Arde nel 2019 mi aveva colpito molto, ma non immaginavo che questo mi avrebbe letteralmente stravolto. Sirât segue l’Odissea di Luis (Sergi Lòpez), un padre che assieme al figlioletto Esteban cerca Mar, l’altra sua figlia, in Marocco, sparita in mezzo alle comunità rave. Dopo 114 minuti, non penso vi fosse un solo spettatore in sala capace di esprimere indifferenza. Eravamo finiti nell’Atlante, tra deserti battuti dal vento, strade polverose e montagne antiche. Un road movie che mi ha fatto riscoprire timori ancestrali, quando la civiltà (o presunta tale) viene meno: la paura primordiale legata all’acqua, il cibo, ad un domani incerto, al rimanere completamente soli in mezzo al nulla.
Una ricerca spirituale, individuale e collettiva, che sorge nel momento in cui tutto il resto pare perdere senso.
Laxe ha reso sempre più diverso dal prevedibile questo viaggio, lo ha legato al concetto di ricerca spirituale, individuale e collettiva, che sorge nel momento in cui tutto il resto pare perdere senso. La mia generazione, quella Millennial, ha avuto la possibilità di viaggiare come chi era venuto prima non poteva neppure immaginare. Come Luis, abbiamo incontrato un sacco di persone diverse, con cui nella vita “normale” non avremmo mai legato. Mi sono scoperto a chiedermi: come siamo noi veramente? Quanti io nascondiamo dentro di noi? Quanto della nostra esistenza è sotto il nostro controllo? Alcune tribù dei nativi americani avevano la definizione di “strada nera” per descrivere il sentiero che sia in senso fisico che spirituale affrontiamo durante la nostra esistenza. Per loro era il sinonimo di cambiamento e di connessione con il mondo degli spiriti. In particolare, con uno spirito: il nostro.
Una ricerca fatta di difficoltà e momenti oscuri, come quelli affrontati da Luis e quella strana comitiva di raver, su quei camper, assieme ai quali percorre terre sconosciute e vuote e con cui instaura un legame sempre più forte. Dopo ogni viaggio, ci scopriamo spesso cambiati, non riconosciamo a volte la nostra vecchia vita, essa appartiene al nostro io precedente. E se il nostro vero io si rivelasse solo lontano dalla routine quotidiana, quando siamo liberi da ciò che ci condiziona o siamo messi all’angolo dall’ignoto? Non è la meta che conta, ma il viaggio. Quei ravers lo sanno bene, e per questo il loro muoversi costantemente è così importante, per questo si legano così tanto alla musica, che li aiuta ad esprimersi liberamente, senza definizioni decise da altri. Laxe la musica in Sirât la avvolge di una sacralità tribale e trascendente che noi, oggi, cittadini tecnocratici, non sappiamo più comprendere. Ma la musica ci ricorda dove siamo stati, come ci siamo sentiti, durante il nostro personale Sirāt al-mustaqīn, nei momenti di luce e di tenebra.
A volte per me è molto più difficile ascoltare certe note che guardare le foto del mio passato. La musica trascende la nostra razionalità, lo spazio e il tempo, e pure questo Sirât me lo ha ricordato. Questo vale anche oggi, che viviamo in una società dove l’immagine, in senso fisico e metaforico, è dittatoriale. Libertà e negazione, anche questo c’è dentro Sirât, senza ombra di dubbio un film anche tragico, impietoso, con la sua atmosfera post-apocalittica e psichedelica. Qualche mio collega vi ha visto anche una metafora del colonialismo o meglio una condanna di quel turismo di massa da Instagram fatto di ignoranza e mancanza di spiritualità. Sirât per me è un film eccezionale perché ci fa comprendere che quando superiamo dei limiti, e come certe navi andiamo verso l’ignoto, inesorabilmente ci avviciniamo anche all’oscurità. Ma quello che spesso non ci dicono, è che più continuiamo, per quella Strada Nera, quel Sirât, più saremo liberi. Nel bene e nel male.
Sirât ci ricorda che la vera condanna dell’uomo moderno è non riuscire a vivere veramente il presente, in modo totalizzante, focalizzati come siamo sul futuro, e quindi incapaci anche di imparare dal nostro passato e di comprendere errori, la potenza del cambiamento. Le sorelle Wachowski già nel 1999 ce lo dissero in The Matrix. Non esistono posti perfetti per noi, esiste solo uno spirito che può perfezionarsi in ogni luogo e iter, accettando il cambiamento e la sua inevitabilità. Non cercare di piegare quel cucchiaio Neo, è impossibile. Trova la verità: sei tu che ti devi piegare, adattare a ciò che ti circonda. Sirât l’ho vissuto come un film su una libertà che è nel viaggio, quello interiore, nella riposta che sappiamo dare ad ogni cosa che ci accade. Anche il più tragico degli eventi può diventare un’occasione per andare oltre ciò che pensavamo di essere, dirci chi siamo veramente.
Geschrieben von Giulio Zoppello