“Se capisci di cosa sto parlando, è perché è successo anche a te”, questo è lo scheletro invisibile della mostra, l’unica verità. Ma se devo andare oltre, quello che ho trovato nella mostra di Andrioletti è un percorso rigoroso e stratificato, capace di tenere insieme ricerca formale e urgenza politica senza mai scadere nell’illustrazione didascalica. La violenza sistemica, in particolare quella di genere, affrontata da una prospettiva intersezionale non è tematizzata in modo diretto, ma inscritta nei materiali, nelle strutture, nelle posture richieste ai corpi che attraversano lo spazio. Al piano terra, grandi trapunti sospesi a strutture metalliche realizzate con tubi da impalcatura stabiliscono un dialogo potente tra morbidezza e rigidità, protezione e costrizione. I tessuti imbottiti, declinati nelle tonalità fredde del blu e del bianco, sono attraversati da cuciture che delineano frammenti di armature medievali, elmi, guanti, corazze come fossero schemi anatomici della difesa, mappe visive per un corpo chiamato ad apprendere la protezione. La trapunta, storicamente legata alla protezione (dai gambesoni medievali agli oggetti domestici della cura), si sviluppa in un’armatura simbolica: una strategia appresa, spesso necessaria per chi abita una condizione di vulnerabilità strutturale.
I lavori li ha cuciti con sua nonna, nella casa-laboratorio di Bergamo. L’atto del cucire diventa spazio di parole, racconti e confronto. Così si trasmette il sapere, l’affetto e i cambiamenti. In questa dimensione, ogni punto trattiene una conversazione e ogni imbottitura, una memoria. Alcuni trapunti sono frammentati e ricomposti tramite cerniere. È uno dei passaggi più poetici e riusciti dell’intera mostra. La cerniera, segno industriale, meccanico, assume un valore simbolico: cicatrice e sutura. Allude alla possibilità di una ricomposizione futura, a una comunità che esiste anche nella distanza, nella dispersione, nella ferita.
Poi c’è FLINTA: una giacca bomber dotata di strumenti di autodifesa non violenti. Non è un oggetto gimmick, ma un’estensione coerente della riflessione sull’armatura contemporanea. Riconosce la minaccia, ma al tempo stesso riafferma l’agency. La protezione non è paranoia: è consapevolezza situata. Al piano inferiore, per vedere le opere, lə visitatorə devono entrare in una gabbia. Alcune sbarre sono composte da frasi, “Broken bones shattered souls”, che trasformano il linguaggio in architettura e la parola in barriera. La gabbia è metafora della mente ipervigile, della struttura psichica costruita per sopravvivere. Una prossimità scomoda.
Geschrieben von Ritamorena Zotti